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ho l’ansia a palla. il cuore che batte. venerdì 17. cose che vanno storte. uffa però. mia figlia è in piena crisi da “ho tutta una vita davanti” e mi ha preso come sparring partner. vuole studiare. non lo vuole fare. ha una vita sociale che sembra la brutta copia di una serie tv con compagne che si fanno le canne. che fumano una “paglia” di nascosto dalla madre. che si fanno il ragazzo nei bagni del supermercato dove vado anch’io a fare il pipì stop. che devono scegliere con quale mano fare…beh un lavoretto di fino. e io ascolto. e non ne posso più. io alla sua età ero una montagna di libri. e basta. ricordo feste a casa mia dove si cucinava insieme e poi si giocava a bottiglia e forse ci usciva un bacio con qualche pennellata di lingua. fermati lì. io poi ero un cesso stratosferico e quindi osservavo da dietro degli occhiali più grandi di me le mie amiche vivere i primi amori. ho l’ansia a palla. certo che sei ingrassata forte quest’anno. già. sono ingrassata. lo so. no perché lo abbiamo notato tutte e ci dispiace. no dai, vi dispiace? io invece festeggio spalmando somatoline sulle gallette di riso per una parca cena. sono ingrassata perché mangio. perché esco e se mi portano le arachidi con la pina colada me le mangio tutte e chiedo il bis. sono ingrassata perché sentivo un vuoto immenso la mattina quando mi alzavo per fare colazione e la casa non aveva più i rumori di sempre. non c’era la caffettiera sul fuoco mezza piena di caffè freddo, non c’era il tg lanciato a tutto volume. non c’erano mamma e papà. sono ingrassata perché avevo bisogno di sostanza, di un peso specifico che mi tenesse ancorata qui, per non sparire con loro. ho l’ansia a palla e i bambini litigano. volano lego. volano hotwheels e dovrei mettere mano a due lavori ma ho l’ispirazione sotto ai piedi. ieri ho accompagnato un’amica a comprare un vestito speciale. per un appuntamento speciale. molte riflessioni sull’amore. un pizzico di invida.

beh ci credo che non ti piaci. ecco. questo è stato il commento della mia amica sul mio peso specifico. la mia amica anoressica. vegana. iperpalestrata. senza mai figlie. senza mai noie. non mi piaccio ma non mi sento così inadeguata come pensa lei. piaccio ai miei figli. tantissimo. loro si che sono due personcine che vanno al sodo. e passano le mattine a strofinarsi le mani sulla mia schiena e a farmi pensare che siano i momenti più belli del mondo. non mi piaccio ma so che le cose possono cambiare. tutte. e non soccombo per una taglia in più o in meno. loro sì. loro soffrono. loro si privano e non capiscono perché io non faccia altrettanto. non comprendono di quant’altro io mi sia privata. a cosa abbia rinunciato. e a me poco importa. infilo un jeans che ancora mi sta, una tshirt pulita ed esco. ho l’ansia a palla e niente mi fa sentire meglio di un cono panna sotto, panna sopra liquirizia e menta.

 

Padre Dukan, perdono. Non sapevo ciò che facevo.
Cioè, non è che non lo sapevo, ma, diciamo, insomma, ecco, presumo che, i fumi (già da soli nocivi, si, si, nocivi!) del fritto, abbiano in qualche modo influito sulla mia capacita di raziocinio.
Non ero lucida.
Non rispondevo più di me.

Anni, Padre, anni interi che non ci mettevo piede. Giuro. La prego, controlli, chieda in giro, si faccia fare rapporto dai suoi tutor. Nessuno mi aveva mai visto da quelle parti.
Padre. Io lo guardavo venir su dal nulla di quel campo e pensavo che niente mi avrebbe spinto a parcheggiare li, un giorno, o meglio, un sera, scendere e ritrovarmi d’improvviso a contare i passi che mi separavano dalla porta.
Lo stomaco era sazio. Lo yogurt e la crusca lo domavano. Ma era il naso che guidava. Impaziente, nervoso. Fiutava quell’inconfondibile odore, lo stesso di Roma, Londra, Parigi o Tokyo.
E mentre la scia invadeva abiti e ricordi, il pensiero richiamava viaggi in Costa Azzurra, tanto amore e pochi soldi; serate in campeggio, un hamburger e via in tenda, per bearsi di quella provvisoria e provvidenziale intimità; sabati dopo-cinema, un frappè e tante chiacchiere con gli amici.
Penso sia stata la nostalgia a darmi il colpo di grazia. Non la fame, non l’ingordigia. Non merito Padre di essere punita per questo.
Sapevo cosa facevo, mentre lasciavo mia figlia al tavolo della festeggiata e mi dirigevo con passo sempre più risoluto verso la cassa.
Prima ho pensato ad un caffè. La vetrina dei dolci era decisamente allettante. Una cheesecake bigusto mi occhieggiava sensuale e, per un momento capitolavo.
Poi Rue Le Littrè, noi stanchi del volo, usciamo e ci sentiamo fortunati davanti a quell’insegna. E ancora noi un’estate di tanti anni fa, con Vivì principiante al vasino, che molla il mollabile sullo scivolone gigante e fa scappare tutti i bambini e tante risate. E sempre noi, noi con gli amici, con i figli degli amici, amici presenti, amici presto andati.
Padre, li sono crollata.
E a quel ragazzetto contento del suo distintivo del mese l’ho detto, forte e chiaro:
Un Crispy Mac Bacon Menu, grazie. Con coca senza ghiaccio e patatine grandi.

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Citava così, vero, lo slogan di qualche agente lievitante con tanto di putti svolazzanti.
Sarà pure vero, ma per me, chi fa dolci, ingrassa.
O per lo meno, nel mio specifico caso è così.

Guardo il pacco di zucchero semolato e sento la bilancia lanciare improperi. Con tutto che l’ho mimetizzata sopra quei canotti fucsia che sono le Crocs di mia figlia.

No, non lo fare, Padre Dukan ti scomunicherà!
Aaaargh…olio, vuoi mettere dell’olio in quella ciotola?
Ma lo sai quanto ci mette il tuo corpo a bruciare le calorie in eccesso?
Tu, mia cara, non sai apprezzare la purezza di uno yogurt magro, quel approccio acidulo, quel sapore cremoso che ti rinfresca e ti gratifica il palato senza provocare danni alla circonferenza delle tue cosce.
Dammi retta, allontanati da quella farina bianca.
B I A N C A
Ma, cioè, ma non lo hai letto?
La farina bianca fa male, malissimo. Non ti senti già un po’ svenire?
Ah…ci metti il farro, brava, cerchi di smacchiarti la coscienza.
L’ho vista che annaspava fra le macchie d’olio e i blocchi di barbabietola raffinata.
Assassina.
Tu il tuo amico colesterolo lo ascolti solo quando fa il divo in tv.
E poi, amen.

Ecco, pure il burro prendi. Ah, per lo stampo.
Donna sfacciata e peccaminosa.
Nonostante la mole, ti muovi con grazia intorno a quella planetaria.
Le uova, la cannella, il rumore ritmato delle fruste.

Una leccata all’indice e l’hai già messa in forno.
Guarda che vedo tutto. Hanno i buchi le Crocs.
Avresti dovuto affossarmi sotto i Moonboot.
Dici che non fanno pendent con il mio rosa?
Bah…poco importa. Il giro di boa è fatto.
Siamo in discesa verso la prova costume. E dopo, dopo si che ce la ridiamo, tu, io e quella palletta danzerina di tua figlia.
Rigore ci vuole. Movimento. Non ciambelloni ipercalorici (va be’ il farro è integrale…) che puoi tagliare e farcire con strati di Nutella.
No…perché, la Nutella li, è la morte sua, giusto.

Oddio, ma cos’è?
O gloriosa Astrea, tu protettrice di tutte le bilance del cosmo, non lasciare che io ceda a questo richiamo lussurioso.
Perdindirindina, è solo un ciambellone.
Posso farcela.
Numeri, giratevi dall’altra parte. Non fissate quella doratura perfetta. E tu, ago, trattieni il fiato, cuciti la bocca.

Allora senti, sciocca casalinga che trae godimento da atti di pura golosità, convoca qualcuna di quelle tue garrule amiche di merende e facciamola finita una volta per tutte.
Almeno, quest’estate avrete un argomento comune di cui ciarlare: la dieta.

Destino beffardo.
Tu mangi ed io qui, a sopportare il peso della tua incontinenza culinaria.
Ah…ma dovrà venire la prova costume…ah ah. E dopo si che avrò la mia bella rivincita morale.

Intanto, beh, che fai, non affetti?
:-)>

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