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Cosa vorrebbe una mamma?

Cose di grande semplicità direi.

Le scarpe riposte con cura nel proprio angoletto.
Svegliarsi e trovare la tavola apparecchiata con l’acqua pronta per il tè e le brioche ancora calde.
I figli che si svegliano quando è ora di prepararsi per la scuola.
Senza supplicare.
I pigiami appesi li, in quella cosa da anni nota con il nome di attaccapanni e non nascosti sotto piumini, cuscini, appallottolati, rovesciati, quasi animati dallo spirito del sonno abbandonato.
Gli armadi chiusi, il dentifricio pure, la carta igienica disponibile al momento del bisogno, mollette ed elastici nelle loro scatoline.
E poi va bene stirare, ma un santo che faccia la via crucis di tutti i cassetti, dividendo le mutande di papà da quelle di mamma, quelle di mamma da quelle dei nanerottoli. Non serve mica una laurea in antropologia per distinguere usi e costumi dei diversi componenti.
I colori sempre temperati.
La borsa della piscina svuotata, con gli umidi stesi ad asciugare, l’appello del trio occhialini-cuffia-ciabatte- fatto, il controllo dei residui disponibili di shampoo e bagnoschiuma verificato.
Secchio, straccio e spazzolone sciacquati e ricollocati con cura nel proprio loculo.
La montagna dei panni sporchi scalata. Separati i bianchi dai colorati, i colorati dagli scuri.
La spesa, e in particolare i pacchi d’acqua, già sul piano di lavoro, pronta per essere smaltita fra differenziata, stipetti e frigo.
L’euro del carrello lì, sul ripiano dell’auto dov’è stato lasciato così da evitare la questua di una moneta unica con figlio abbarbicato da una parte e la montagna di centesimi dall’altra.
Lo smalto inossidabile, insensibile alle faccende domestiche, ben steso, ben asciugato, lucido.
I figli che dormono quando li porti a fare la nanna.
Senza supplicare.
E i lego, impilati li, uno sopra l’altro, a formare una montagnola colorata e compatta e non a spasso per i corridoi, insidiose trappole per le alzate notturne.
Compiti controllati, avvisi firmati, grembiuli puliti e con tutti i bottoni attaccati.
Andare in bagno, sola.
Un’ora di puro, normalissimo, noioso silenzio.

E nel caso in cui, la Fata Smemorina oggi proprio non potesse esaudire i desideri, ci potremmo accontentare di una cosa di grande semplicità: un grazie mamma.

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alzi la mano chi non ha mai detto una di queste terribili dieci frasi almeno una volta nella sua carriera di mamma?

La prima, la tremendissima “perchè lo dico io” lascia tutto il potere nelle nostre mani. O forse ci lascia l’illusione che sia nelle nostre mani. Si fa così. L’ho deciso io. Lo dico io. Chiaro per tutti?

La seconda ingloba quell’incapacità comunicativa che hanno ad un certo punto della loro vita i bambiniquasiragazzi e che, nel caso dei maschi attraversa la pubertà e si appiccica a ventosa nella stragrande maggioranza di quegli esseri provenienti da Marte. Caro…era bello il vestito della sposa? ma, non so. Andiamo in vacanza in montagna quest’anno? mhhhh, ma, non so, decidi tu.

Finisci le tue verdure. L’ho sentito ripetere da tanti amici con figli piccoli. In alcuni casi l’ho trovato anche triste, perchè per me, forzare un figlio a mangiare qualcosa di molliccio, moscio, insapore, come certe verdure è crudele. Però, c’è anche da dire che mia figlia, quella cosa molliccia, moscia, insapore la mangia con serenità.

Sono totalmente incorruttibile sul discorso del “saltare” sui letti o sui divani. A casa nostra non si fa. A casa degli altri nemmeno. E questo è tutto quello che ho da dire sull’argomento.

Allineatissima anche sulla quinta. Per pareri contrari, sono raggiungibile ore pasti, prima del sonnellino del piccolo e dopo l’uscita del cane per i bisognini.

La sesta abbraccia tutta la difficoltà che abbiamo noi mamme nel farci aiutare. O meglio, correre come forsennate per casa raccattando scarpe a destra e sinistra, riempendo cesti di panni da lavare, con mani cariche di vestiti puliti, il cordless per prenotare la visita dal dentista e un campanello che suona senza che nessuno si alzi per chiedere chi è.

Chi è? boh…sto guardando la televisione, sto finendo il disegno, sto attaccando le figurine, sto parlando con gli angeli, stavo da nonna, pensavo lo facessi tu.

Ma se io riesco a fare duemilatrecentocose tutte insieme, tu, due, e dico DUE non puoi farle?

E quell’espressione da ebete cos’è?

Quando ero piccola ricordo che andava di moda fare le facce buffe e incrociare gli occhi. Mia madre mi diceva con tono minaccioso “ah, non fare così, passa l’angelo e ti lascia con gli occhi storti”.

Si può terrorizzare così una bambina? mamma, la tua coscienza dovrà portare il peso di alcune mie idiosincrasie per anni!

La mia preferita è senz’ombra di dubbio: “adesso senti quando arriva papà”! mi piace da matti. Mi figuro mio marito che si sforza di fare la faccia da duro, che improvvisamente diventa tutto verde e si lacera il maglioncino misto cashmere di Ralph Lauren e parte con una serie di filippiche sul modo migliore di comportarsi.

Naaaaaa…quasi impossibile. Però, a volte funziona. Sarà perchè io mi arrabbio come una scimmia mentre lui è quello imperturbabile. Minacciare una sua esplosione di rabbia è qualcosa di raro e quando c’è di mezzo papà…ahi ahi ahi….

Le litigate fra bambini sono cose imbarazzanti per gli aduli. Specie se gli adulti si frequentano e sono amici. Loro possono anche fare a cazzotti, rompersi i rispettivi giochi, darsele di santa ragione, ma tempo un quarto d’ora, PUF, è tutto svanito.

Noi genitori che assistiamo allo scontro fra le due forze siamo come i giudici davanti al ring. Assegniamo punti e decidiamo con chi andremo a cena la prossima volta, chi inviteremo o meno alla festa di compleanno, con chi dei nostri amici non andremo più in vacanza neanche ci regalassero il soggiorno di dieci giorni tutto compreso.

E concludiamo con il famoso “NO”.

Se tenessi conto delle volte in cui dico “perché ho detto no”, non basterebbero i numeri del cartellone della tombola! lo dico, lo ripeto, lo ribadisco fino alla noia. E peggiore del mio ripetere “perchè ho detto no” è la risposta (o meglio, la domanda) “ma perchè NO”? e la tiritera a seguire: sempre no, mi dici sempre di no, ieri però mi avevi detto che forse, e invece è no…no, no e sempre no.

Quale parte di NO non ti è propriamente chiara? ho detto no. Chiaro? si fa come dico io. Vedrai quando viene a casa papà. Ci pensa lui. A non sai niente tu? non hai fatto niente tu? forza, finisci le verdure, alza il sedere dalla seggiola, sparecchia, guarda tuo fratelle e non dirmi che ti ha lanciato le penne. Non lo so chi ha iniziato. Non mi importa nemmeno. La vità non è una passeggiata.

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Lo guardate, e sembra un putto serafico. Un angelo caduto dal cielo e planato direttamente fra le vostre braccia per rendervi la mamma più orgogliosa della terra.
Questo vorreste mentre osservate una della quarantadue foto scattate da vostro marito prima di immortalarvi entrambi ad occhi aperti, abbastanza fermi da non sembrare nel ricordino della vostra ultima visita al circuito di Maranello, e con un incarnato flashato al punto da entrare di diritto fra i componenti della famiglia Cullen.

Rinchiuso fra i 4 lati dell’immagine, incastrato fra i pixel e colorato in RGB, il vostro meraviglioso pargolo vi rende una mamma fortunata: sano, bello, con gli occhioni dolci e furbetti.

Ah…quanti morsetti dietro quel collo! Ah…quanti buffetti su quelle morbide gote!

Fuori però da quella rappresentazione idilliaca, fuori da quel recinto fotografico in cui abbiamo coltivato un’immagine edulcorata del nostro gnomo, la vita è molto diversa.

Il putto tanto serafico non è, e la demolizione di tutto quello che lo circonda è il suo pane quotidiano.
È la curiosità, dice la nonna Uno, quella che viene una volta la settimana, controlla che indossi le pantofoline calde, che abbia le manine pulite, i capelli in ordine e il pannolino fresco di cambio.
È l’istinto, dice la nonna Due, quella che un paio d’ore al giorno lascia la mamma libera di farsi una doccia, uscire per commissioni veloci, aggiornare la rete di contatti linkedin.

Fatto sta che il Piccolo tiranno smonta la casa a piè sospinto. Lascia tracce di se ovunque e in ogni dove, marca il territorio peggio del gatto da 9 chili del vicino.

Apri la lavastoviglie e ci trovi lo scopetto per il bagno. Il telefono squilla ma dal bidone della raccolta differenziata. L’olio che ti ha portato tua cognata dalla vacanza nelle Puglie ha fatto un’improvvisa fuitina con l’Amuchina e ha iniziato una nuova vita sotto il lavello. E passare lo straccio è diventato un’impresa per Mission Impossible: l’unico modo è farlo tenendo il secchio su qualche mobile alto almeno quanto lo gnomo, il braccio dello gnomo e quel palmo di mano con il quale potrebbe, se non prenderlo rovesciarselo comunque addosso.

Il gioco che va per la maggiore è il “dov’è amore mio”, ovvero: “amore, di mamma, dove hai messo le fruste del frullatore?”, “tesoro mio piccoletto, dove hai messo l’altra ciabatta di mamma?”, “Chicco adorato, dove sono finite le forbici di nonna?” … E via dicendo fino allo strazio e allo sfinimento.

È così che quell’angelo caduto dal cielo direttamente fra le vostre braccia si diletta ogni santo dì. E voi con lui.
Il top del top è l’invito a cena a casa di amici, meglio se amici pupù-free, quelli che, per capirci, non hanno ancora maturato il concetto di evoluzione della specie, che vivono fra divani candidi e cristallini Swarovski distribuiti con gusto per le varie stanze.
Al primo segnale di pannolino riempito ad arte ti chiedono:
“Vuoi usare il bagno?”
“Oh, si, grazie!”
“Ti accompagno”
“ehm…ehm…ha, ehm…sempre questo odore? ehm…eh eh… Piccolo è, ma che ehm…da grandi!”, “vuoi un sacchetto così la porti a casa?”, “no, pensavo di lasciarvela come ricordo di questa bella serata”
(!!!)
E poi, ammettiamolo, parte la recita del solito rosario di: “Posa, metti giù, non toccare, si rompe, lascia stare la lampada, non pulirti le mani sulle tende di lino ricamate a mano, no con le scarpe sul divano no!, no che se lo rompi quel cavalluccio di cristallo è da collezione e non lo possiamo ricomprare se non rinunciando alle vacanze in montagna dei prossimi due anni, su, non lanciare gli spaghetti, non sputare la minestra, non correre che inciampi, lascia stare le chiavi della macchina che poi non possiamo andare a casa, non mordere il cane, non rotolarti, tirati su, siediti, stai fermo, …” etc, etc.

Ecco, una cena a casa di amici è più o meno su questo tono.
E non che lo gnomo sia particolarmente maleducato.
Anzi.
Ma tre ore in una casa nuova sono un dono per un bambino curioso che ha l’istinto di scoprire e capire come funzionano il mondo, gli oggetti, le persone.
Così come tre ore sono un’infinita di tempo per due genitori che cercano di mangiare, bere, e fare amabile conversazione, mentre placcano il bambino che tenta la fuga con l’ultimo pezzo da collezione Thun in mano, tengono i cassetti chiusi usando il proprio corpo come fermo, pregano fitto fitto che non osi ripetere quel numero di arrampicata acrobatica che prevede l’uso dello sportello della lavastoviglie come gradino intermedio per salire sul lavandino e poi sul piano della cucina da trionfatore.

No. Il putto è angelico solo in foto. Quando al ventesimo tentativo hai catturato quell’espressione dolcissima che ha da appena sveglio o due minuti prima di addormentarsi. Quando ti corre incontro e ti spalma quelle sue manine perennemente unticce sui pantaloni reclamando il suo abbraccio e le sue coccole. Quando dorme e sogna di aver conquistato il piano della cucina e il sorriso della vetta raggiunta gli illumina il viso.

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Che bello il mestiere di mamma. Il più importante, il più delicato e, ammettiamolo, il più bistrattato della storia dell’umanità.

Comunque, stamattina, aldilà dell’immenso amore che nutro per la mia progenie sono nella fase Brontolo.

E lo sapete perchè?

Sono ARCISTUFA, stanca, stressata, impotente, abbandonata, sommersa del disordine, davanti al disordine, nel disordine, dal disordine.

E…grrrrr! Non lo sopporto.
Io ripongo gli abiti in ordine cromatico, i libri per autore, anno di pubblicazione e generi, le mutande per altezza della vita.

Il caos che alberga sovrano nelle stanze, in tutte le stanze di casa, mi deprime.

Mi trovo sempre a schiena china a tirar su pezzi di lego, pezzi di cracker, calzini spaiati, fogli strappaticci e stropicciati.
Cosa ho fatto di male per meritare ciò? Per vedere il mio Minotti bianco contaminato da quelle manine unticce?

Le porte, eredità stilistica di mia madre, con tutti quei vetri all’inglese, si sono trasformate nella raccolta migliore di impronte digitali e palmari che la storia ricordi.
Una collezione di mani spalmate su tutte le superfici vetrate sotto il metro di altezza.

E i detersivi riposti nell’apposito armadietto, vagolano per i corridoi, fanno tuffi acrobatici nella vasca, si divertono a giocare a nascondino sotto il letto.

Ecco, proprio a proposito di sotto il letto, tra una passata di aspirapolvere e l’altra, (due giorni, massimo tre!) sono riuscita a recuperare: un cordless, due macchinine, i miei occhiali da vista, un pacchetto di biscotti smangiucchiato, due libri, un fazzoletto soffiato.

Blaif, doppio Blaif, Blaif con il fiocco!

Ma insomma, per chi mi avete preso per la gemella sfigata di Cenerentola?

Il top è quando, armata di vetril e di straccetto apposito, ti appresti rimuovere la sacra sindone di tuo figlio ricreata sullo sportello del frigo in acciaio mentre tua figlia ti guarda e commenta che, con pinza, tuta e straccio, sembri proprio la colf e che forse è il caso di versarmi i contributi.

Fa anche sarcasmo quella produttrice di sporco in gonnella, quell’accumulatrice di oggetti senza chiaro significato accatastati sulla mia preziosa scrivania.

E quindi proclamo la giornata nazionale della mamma scansafatiche. Piedi in aria e ramazza riposta con cura. Mi arrendo alla confusione, al cesto dei giocattoli che erutta teste e gambe di barbie e peluche.

Oggi mi riprometto di non raccogliere nulla dal pavimento. Ci daremo alla gimcana, salteremo i pezzi dei puzzle giganti, scavalcheremo Guido conta e canta, non bucheremo palloncini sgonfi residui bellici di una festa di fine estate, e porteremo in tavola un misto frigo.
Di accendere fornelli, forni, ferro da stiro non si parla nemmeno.
Consentito solo l’epilatore elettrico.