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oggi è una di quelle giornate in cui vorrei dire tante parolacce ma non lo farò. un rosario di episodi mi hanno portato a nuotare a rana sul fondo del barile e quand’è così, ho da tacere.

le balls girano e mangio popcorn caramellati che avevo nascosto dietro ai barattoli di mais a lunga conservazione per portarli con me a vedere il terzo episodio di Bridget Jones.

oggi è una di quelle giornate che il blog è la salvezza. le parole che corrono e scorrono, escono e strabordano, esondano e splash, portano via l’amarezza, il senso di frustrazione, la pesantezza di questi giorni.

sono una cattiva madre. dopo oltre tre mesi di vacanze estive io sono una cattiva madre. non li soffro più. venitemi a salvare. miss paturnie mi ha presa per il suo taxi privato. mi chiama e mi dice portami qui, portami la, ho una vita io. lo spartano apre e chiude il frigo ingurgitando quanto di commestibile c’è dentro senza neanche alzare mai lo sguardo dal suo ipad. thelastone non si arrende all’idea di farmi caccapipì laddove sarebbe consono e io passo la giornata a pulire lui, pulire i pavimenti, buttare mutande, comprare mutande.

anche i gatti, il cane e la tartaruga non hanno un karma felice. sono in un certo qual modo turbati dallo stress familiare. il cane uggiola, il gatto si acciambella sulla pila di panni lavati e stirati seminando peli ovunque, la tartaruga sogna la california e a furia di bussare con la testa sulla vaschetta replica il Vajont in versione domestica.

sono una cattiva madre ma la mia vicina mi fa compagnia. urliamo entrambe come due ossesse. la cosa mi conforta. non sono sola in questa follia pre-scolastica. in questo lumicino di sopportazione che mi sale a sprazzi dopo oltre 90 giorni senza scuola.

la mattina è tutto un coro. alzati, dai, forza, vestiti, lavati le mani, lavati la faccia, allora, dai. alzati, dai, forza, vestiti. alzati, forza, allora. ALZATI. NON BUTTARE I CEREALI. devi fare pipì? dillo a mamma. devi fare la cacca? dillo a mamma. Allora? ALLORA? ALLLLLLORAAAAA?

e mentre gli allora, i forza, i su, i dai volano per casa come aghi di pino al primo refolo di vento, cadono bicchieri, si rovesciano bottiglie, si mollano cacchepipì ovunque ed io pulisco.

mi lamento, borbotto, strepito, scalpito, urlo, e pulisco.

sono nel pieno della sindrome di cenerentola e non mi conforta sapere che c’è un principe azzurro che mi aspetta. perché, ahimè. un altro da accudire, lavare e stirare non mi da affatto gioia.

le balls girano. finalmente anch’io ho maturato la convinzione che i social network sono la fuffa più fuffa della storia delle fuffe. aria fritta venduta a peso d’oro da fuffatori doc travestiti da gentili utenti.

blaif.

blaif.

e ancora blaif.

lascio qui ad imperitura memoria il senso di delusione cosmica che provo.

l’insieme non è la somma delle parti.

le parti dicono che un cretinetti qualsiasi fa lo scemo su instagram e ci prova un po’ con tutte quelle che, come lui, non hanno mai superato la sindrome di peter pan. io assisto allo spettacolo e da brava ragazza di mondo, osservo mentre soffriggo una padellata di affaracci miei. il cretinetti mi fa fuori perché non vado a sperticarmi in applausi. ho da pulire cacchepipì io e da lavare e stirare per il fu il principe azzurro. amen dico io, perché alle cose bisogna saper dare il giusto peso nel mondo e il cretinetti è nient’altro che un cretinetti. ma l’amica invaghita dalla personalità peterpaniana invece, quella è un’altro paio di maniche.

tra me e lei mette il cretinetti e una manciata di like ed improvvisamente mi ricorda perché l’amicizia è il più grande e il più raro dei valori.

detesto il disordine.

detesto essere trascurata.

detesto i cetrioli.

detesto le persone che entrano a piedi pari nella tua vita e poi spariscono come neanche Houdini.

detesto quelli che è tutto un grande amore, baci abbracci, sentiamoci, ti chiamo e poi il silenzio catacombale.

detesto le mamme di figlie femmine che vengono al mare con le nonne e le sorelle e sono campionesse olimpioniche dello spupazzamento della bambolina. se la passano di mano roteandola sopra sotto con lievi colpetti sul sederino pampersizzato mentre placide conversano del menù pranzo cena e intervallo.

detesto chi dimentica gli anniversari, le date importanti, i momenti condivisi, te.

oggi è una di quelle giornate no.

niente ciclo o preciclo come scusante.

semplicemente l’afastellarsi di piccole cose storte, fastidiosi pruriti dell’anima che nessuna crema consigliata da nessuna madre può far passare.

una montagna di parolacce.

le penso tutte.

vorrei, ma non posto.

 

 

 

 

Non cucinavo granché. Pranzavo a mensa. Cenavo con i miei.
La mia vita ruotava intorno al mio lavoro.
I miei vestiti.
I miei amici.
I testosteronici di turno.
Tutto nella norma.
Tutto li.
Poi improvvisamente mi sono trovata a casa.
Con due figli.
Con tre figli.
Con due anziani.
Con due malati.
Con pranzi e cene e lavatrici su lavatrici.
Ho nuotato a rana sul fondo.
Apnea.
Bolle.
Obnubilamento.
Addio.

Mi ha tenuto a galla la ciccia.
Oh si.
Quella ciccia di cui mi lamento sempre.
Per cui oggi guardavo una metà del mio armadio a sei ante e pensavo che devo buttare via tutto.
Giacche e gonne così belle e con così tanti ricordi addosso che mi sembra di buttare via un pezzo di me.
Benvenuta vita alternativa.
Lo so che ce l’hai con me perchè ti considero una seconda scelta.
Perché preferivo Milano al Paesello. 12 ore fuori casa alle 6 lavatrici quotidiane.
Che ci posso fare se la casalinghitudine non fa per me?
Tutte queste donne che parlano di altre donne e di altri uomini che non sono i mariti e di cosa fai per pranzocenamerendaeCapodanno?
Fregaunkaiser a me.
Non mi frega un tubo dell’olio di palma, dei semi macrobiotici, dei vegani e della frutta biologica. Ho fatto vent’anni di mensa fra università e lavoro. Avrò ingoiato famiglie di cimici pensando fossero zucchine.
Io sto bene quando lavoro.
Quando progetto.
Quando non dormo e tutto tace.
Tutti tacciono.
Le casalinghe si annoiano e molti uomini si offrono come passatempo.
Che grasse risate.
Se ho del tempo io leggo.
Non sto a sollazzare l’ego di qualche perdigiorno.
Detesto i trastullatori.
I nullafacenti.
I cazzeggiatori.
Il tempo è prezioso.
Il tempo è tutto.
E il mio tempo deve produrre.

Oggi nuoto con grandi bracciate nella nostalgia.
Sento fortissima l’assenza di mia madre.
E nonostante non sia in zona ciclo, mi si continuano a riempire gli occhi di lacrimoni.
Mi manca e non so cosa darei per rovesciarle sopra tutte le mie paure e poi farmi abbracciare.
Mi manca e non so con chi parlare.
Così non parlo più.
Converso.
Sono sempre più abile nel tenere graziose conversazioni con le viscere impacchettate con la carta paglia sotto il banco del macellaio e una montagna di parole vuote e leggere a riempire il silenzio.
Vorrei qualcuno che mi stringesse. Mi stritolasse. Mi accorpasse al suo se’ per non essere più solo io. Perchè sono stanca. Stanca da morire.
E invece continuano tutti a chiedere.
E io continuo a dare.
Perché in questo sono brava.
A dare.
Ad amare.

Piove. Sarà per questo che scivolo via come una goccia sul parabrezza. Scendo veloce. Mi espando. Divento pozza. Poi lago. Poi mare.

Nuoto lontana.
Non torno su più.

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E proprio perché sono piezz e core, sabato 12 marzo ho rinunciato al concerto del mio amatissimo Roberto Vecchioni per portare Miss Paturnie a quello di Michele Bravi.

Stento a fatica a farmene una ragione. Per una serie di coincidenze, non riesco mai ad andare ad un suo concerto. O lo so troppo tardi, o sono fuori, o sono finiti i biglietti, o qualche improrogabile impegno mi impedisce di andare a fare il coro a Luci a San Siro con l’accendino di mio marito in mano e i lucciconi sugli occhi.

E così sabato invece di cavalcare fino a Samarcanda, saremo al Vidia Rock Cafè di Cesena. Un locale che già  basta il nome per farmi sentire vecchia, e prossima alla menopausa (dicono). Una di quelle mamme con il capello bigodinato e la scarpa bassa sanagens style, che profuma di violetta e sforna biscotti a forma di stampini Ikea, seduta nella penombra del locale alternativo, con un cocktail tutto ombrellini davanti e un golfino misto cachemire allacciato fino al mento.

Prima dovevamo partire Miss P. la sua ex amica del cuore non più ex, ed io. Poi abbiamo deciso che potevano venire anche i bimbi, e il marito, naturalmente. Al volante. Poi abbiamo esteso l’invito alla mia migliore amica e prole.

Insomma, un paio di amici in più e potevo prenotare la corriera e la vendita on the road del pentolame in fondo antiaderente.

Cosa faremo a Cesena prima e dopo il concerto è mistero. Ma poco mi importa. Ho talmente bisogno di cambiare aria che sarebbe andato bene anche Monte Canepino, ridente frazione limitrofa, 146 metri above sea level.

Le previsioni prevedono bel tempo. E partire anche per una sola notte segna la fine del periodo di lutto stretto vissuto finora. Ci rimettiamo in moto. Com’è giusto che sia. E partiamo. Armi e bagagli come non ci fosse un domani. E poi partiamo di nuovo. E questa volta per Londra.

Prenderò di nuovo l’aereo. Finalmente. Butterò lo sguardo dentro le nuvole. Sarò sospesa nell’azzurro e via via metterò chilometri di distanza fra me e questi anni così dolorosi; mesi, giorni, momenti e persone che mi hanno triturata, ingoiata e sputata fuori con un’altra forma e un’altro sapore.

Volerò di nuovo. E non vedo l’ora. Sentirò rollare i motori e attapparsi le orecchie; vedrò le luci della raffineria di Falconara diventare sempre più piccole e le persone far finta di non provare nessuna emozione; penserò di essere così vicina al cielo e a chi ho perso, e forse piangerò.

Ma non oggi. Oggi c’è da imparare le canzoni dell’ultimo cd di Michele Bravi perché sia mai che si va ad un concerto e non si canta a squarciagola tenendosi per mano. Ed io, finito il drink con gli ombrellini, mi slaccio il golfino, mi sciolgo i capelli e mi butto fra le adolescenti.

ihatemusic

ALLARME ROSSO ALLARME ROSSO
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La polizia postale avverte.
Non pubblicate le foto dei vostri bimbi in rete
Non sapete cosa ci possono fare.
Voi (virgola), non sapete.

Neanche parliamo che già i nostri genitori ci parlano dell’uomo nero Attenta, non fare i capricci che poi arriva l’uomo nero!

Al supermercato, al parco, nei luoghi con più di tre persone Attenta, non ti allontanare che arriva l’uomo nero e ti porta via. E tu, tu non vuoi andare via da mamma e papà, vero?

Dormi, se no arriva l’uomo nero e sentirai come si arrabbia.

Ninnanannanannaoh questo pupo a chi lo do, se lo piglia la befana se lo tiene una settimana, se lo piglia l’uomo nero se lo tiene un mese interoooooo

Ninnanannanannaoh
Dormi amore.
Va tutto bene.
Shhhhh
Nannaohhhhhh
Mamma, e se arriva l’uomo nero?
Chi, Batman?

Era pomeriggio di un giorno di primavera. Io e mio cugino camminavamo verso la mia nuova casa in costruzione. Mamma mi aveva detto che avrebbero gettato le fondamenta e che sarebbe stato bello vederlo.

E così camminavamo.
Due bambini in strada.
Campagna, ma neanche tanto.
Giorno. Sole. Piena luce.

Si ferma una macchina e tira giù il finestrino.
Volete venire a vedere come fanno l’amore mamma e papà?

Ma anche no.
Ma a noi, che ci importa?
Io voglio giocare con le mie bellissime Barbie.
E lui vuole lanciare sassi con la fionda.

Arrivò mio zio e il tipo sulla 127 se la svignò di gran carriera.
Non c’era facebook.
Non c’erano i social.
Ma quello era un pedofilo. Un depravato. Un porco.

Ricordo che all’epoca, andavano molto di moda i giornalini porno.
Se ne trovavano a montagne buttati così.
E anche siringhe.
O sì.
E noi le prendevamo e le lavavamo e ci giocavamo perché chi sapeva niente della droga? E dell’aids? E dell’epatite?

Tutto venne dopo.
Venne la paura dei pedofili fuori dalle scuole. Amici di merende degli spacciatori. Di quelli che ti danno le figurine, tu le lecchi e hai un trip.
Vennero i video hard sul pc che ti salta fuori un rasagnolo di carne che solo a guardarlo inizi a prendere le misure come quando devi caricare le valige nel portabagagli.
Venne la polizia postale.
E messanger e poi whatsapp con i figli con dei nick che a solo leggerli pensavi “non posso averli messi al mondo io, c’è stato uno scambio in culla con qualche erede di Ilona e John Holmes.

Sono un paio di giorni che il mio profilo Instagram mi propone continuamente video e foto porno. Ci sono signorine magroline e neanche tanto sexy che si infilano oggettini colorati dentro pertugi diversi. Frame di due o tre secondi. Identici. I profili sembrano quasi tutti fatti dalla stessa mano. E le signorine sembrano casalinghe montate dall’idraulico di turno. Una tristezza indefinibile. Niente di lussurioso. Niente di erotico. Fossi maschio io, non mi si alzerebbe nemmeno la leva del freno a mano.

Da quando ho facebook pubblico foto dei miei figli. Mi piace condividere certi momenti con i miei amici e mi piace vedere i loro. Come crescono. Cosa fanno. Quelle piccole cose buffe che solo i bambini sanno dire e sanno fare.

Però NO. Sacrilegio. Anatema. Orrore e raccapriccio.
Ma che madre sei?
Ma non sai che cosa ci possono fare con le foto di tuo figlio che gioca col pongo fatto dalla maestra all’asilo?
Ci si fanno le pippeeeeeee
Oppure ci mettono uno sfondo letto a baldacchino, gli tolgono il ghiacciolo arcobaleno e ci mettono un bel pisello.
E poi vengono davanti alla scuola e te lo rapiscono.

Quelli che guardano le mie foto su facebook.

Non sia mai che lo faccia qualche istruttore di pallone. Autista di pulmino. La maestra. Le bidelle. Il fidanzato delle bidelle. Il signore dall’aria rispettabile al parco. Il fratello dell’amico della cugina. Lo zio.

Sicuramente la polizia postale ha ragione.
Sicuramente siamo tutti in balia dei social.
Siamo rintracciabili.
La nostra vita è ricostruibile.
Cosa mangiamo. Dove andiamo. Con chi stiamo e quando.
Scriviamo se siamo in vacanza così i ladri sanno.
Postiamo cosa mangiamo così il dietologo controlla.
Pubblichiamo citazioni che sono in verità messaggi d’amore cifrati per assecondare la parte più libertina di noi.

E i bambini nel mezzo.

No, cioè, mio figlio mica me lo ha dato il permesso per pubblicare le sue foto. Io non lo faccio.
Ah beh. Invece ti ha autorizzato a mandarlo al nido. Lasciarlo 8 ore li. Dargli il biberon invece della tetta. Darlo alla babysitter mentre vai a cena da amici perché poi, sai, disturba.

Quando pubblico una foto di mio figlio lo faccio con tanto, tantissimo amore.
E non per pavoneggiarmi di lui (giuro ho letto anche questo) ma per condividere il suo sorriso, quell’attimo di felicità che mi ha regalato e che passa, via, così. E non torna più.

Magari qualcuno ci si farà le pippe. Qualcuno lo faceva anche con le modelle in mutande di pizzo sintetico di Postalmarket.
Pensarlo mi fa un po’ schifo. Ma tant’è. Gli calerà la vista.

Ma la vera sfigadellemamme è questo senso continuo di io sono meglio di te.
Io MAI.
Il mio bambino, MAI.

Neanche il mio bambino mai.
E nemmeno il bambino che siede mezzo nudo sulla confezione dei pampers.
O sul catalogo di costumi calzedonia.
O in tv sullo spot di qualche latte artificiale.
Su video, profili instagram, film, campiscuola, oratori, classi, gite, palestre, piscine, discoteche e spiagge.

Nessun bambino, mai.

Ninnanannanannaoh
Questo figlio a chi lo do.
Lo daremo alla sua mamma che gli canta la ninnananna.

E adesso dormi figlio mio. Mamma veglia su di te.

ndr.

Questo post è un po’ che covava. Come l’influenza, insomma. Perché ho letto e leggo con sempre maggiore frequenza commenti ipercaustici di mamme vs mamme. La cosa mi intristisce e mi irrita. Non c’è mestiere più delicato di quello del genitore e penso che ognuno faccia del suo meglio, foto o non foto su Facebook, instagram, blog o quel che è.

Il vero male non sono le mamme che amano raccontare la vita con i figli. Il vero male è altrove. Non è non postando le foto dei bambini che cambiamo il mondo. Come non è mettendo gonne lunghe che evitiamo stupri, o facendo corsi di autodifesa che fermiamo la violenza.

Sempre più spesso ci fermiamo al dito che indica la luna. Peccato.

 

 

 

 

 

Insonnia e vento forte.
Colpa di una chat dal sapore piccante che mi sono regalata stasera con un’amica.
E forse anche del raffreddore.
Il post di oggi non trovava corpo.
O forma.
Un po’ come la mia vita in questo intervallo di tempo.
Continua a non trovare requie pur nella sua immobilità.
Eventi meritevoli di racconto quasi nessuno.
A parte un cielo davvero strabiliante dall’alba al tramonto e la brioche al pistacchio nella quale ho trovato conforto a colazione.
Prosegue il trend negativo nella prole under 6. Tafferugli. Tranelli. Pianti e urli ad oltranza.
Il gatto è spesso vittima della situazione. Il cane ha imparato la lezione e si tiene lontano dai due barbari in miniatura.
Miss Paturnie non brilla in simpatia. Continua a detestare il suo prof. di storia che la ricambia con lo stesso astio e qualche ignobile 6 per punizione.
In compenso ha scelto la sua scuola e
iniziato il countdown al lancio verso la sua nuova vita da liceale e pittrice neoromantica.
So già che ne vedremo davvero di tutti i colori.

L’amore invece è stato rimandato a data da destinarsi.
Non c’è tempo.
Non c’è voglia.
A volte proprio non c’è.
Come ieri quando mi è caduta addosso mezza cucina, ho rotto due piatti, staccato il tubo dell’acqua, allagato due stanze e passato la mattina a raccogliere vetri, acqua e quella fila di pensieri e parole che avrei voluto dire ma non potevo. Pena il declassamento da cara moglie a classica rompiballe.
Ce ne faremo una ragione.

Nel frattempo ho fatto un patto con Morfeo e stanotte farò sogni belli.
Magari incontrerò il Duca Bianco e annegherò nella sua bicromia mentre canta per me ancora una volta.

E allora, ciao insonnia.
Chiudo gli occhi.
Mi lascio cullare dal vento.
Mai elemento mi fu più caro, stasera.

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Ciao Duca!

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Ci fu un tempo in cui fui anch’io madre di figlia femmina.
Tempo di trecce ed elastici colorati, di gonne di tulle e maglioncini con le paillettes.
Le madri delle femmine non sanno ciò che vuol dire avere figli maschi.
Entrano da H&M e fanno strage di cerchietti e coroncine, di collant laminati e calzine a pois.
Le loro bambine andranno a feste e cerimonie vestite come meringhe e resteranno intonse e immacolate per almeno tre quarti dell’happening.
Le più vezzose oseranno mollette di strass sulla testa o fiocchi di velluto intorno alla vita. Alle recite avranno sempre un ruolo più o meno da protagonista e si lasceranno immortale da padri gonfi e tronfi in pose plastiche che premettono un futuro da Miss Qualunque cosa ma datemi fascia e corona. Me le ricordo recitare poesie di Pasqua e Natale dondolando il busto e ammiccando a tutti gli auditori presenti; bussare sulla spalla della maestra per informarla della marachella di qualche scalmanato compagno; sedersi composte a tavola, posarsi il tovagliolo sul grembo e aspettare il proprio piatto.
Finché fui una madre di figlia femmina sotto i dieci anni mi sentii una madre fortunata.
Poi arrivarono i maschi.
I demolition men.
I caterpillar formato domestico.
E fu la fine.
La mia bella casa sembra costantemente uscita da un uragano e in ogni stanza spunta una traccia della maschile presenza. Se non è un’auto è un trattore, se non è un pallone, trattasi di montagna di lego in bilico.
Sei al parco, ti giri e lo trovi a brachette calate che annaffia le piante. Sei a cena con gli amici e sotto al tavolo c’è più gente che sulle sedie. Gli metti un bermudino a scacchi, una camicia bianca e un papillon e dopo mezz’ora lo trovi infangato fin sulle mutande.
Quando gioca è tutto un Vrrrrrrrrrrr Fssssssssssss Moooooomoooooomooooooooomoooooooooo o un bumbumbum di martelli e cacciaviti, attacca stacca.
Fare la spesa diventa un’impresa titanica. Voglio un’hotwheels. NO. Voglio un’hotwheels. NO.Due etti di crudo. Per favore. Voglio un’hotwheels. NO.Voglio un’hotwheels. NO. Ace, ammorbidente, sale grosso. Voglio un’hotwheels. NO. Mamma, mi compri l’ovetto? No. L’hai gia mangiato. Ah. Allora…Voglio un’hotwheels. NO. Per favore 1/2 kg macinata. Voglio un’hotwheels. NO.Voglio un’hotwheels. NO. Mamma, allora mi compri l’ovetto. No. L’hai già preso. Grazie! È sì è un bambino vivace. Mamma, mi compri l’ovetto? No tesoro. Guardi prendo anche il petto di pollo. Amore, stai qui. Lascia stare tuo fratello. Non mordere. Grazie. Mamma, mi compri l’ovetto? Oppure un’hotwheels. Dai. Dai. Dai.
I figli maschi stanno alle madri come le emorroidi al proprio deretano. Sono un pezzo di te. Intimo. Profondo. Ma LASCIATEMELO DIRE anche fastidiosissimo. Sono estensione della madre per secoli e nei secoli amen. Restii all’autonomia vincolano la propria indipendenza alla capacità organizzativa della donna che hanno al proprio fianco. Maaaaaammaaaaadovesonoicalzini?lemutande?ilibri?…
TESOROOOOOdovehaimessolacamiciabianca?hairitiratotulagiaccainlavanderia?

Le madri dei maschi vivono il ruolo materno come una missione.
Rendere la protuberanza un adulto tutto intero.
Confidenze poche.
Complicità poca.
Coccole e bacini e mammatuseilamiaprincipessa, sí.
E poi.
Mazzi di fiori di campo raccolti tornando da scuola.
Montagne di disegni con cuori e camion.
Sassi, insetti, jeans strappati e mani sempre sporche. Il quotidiano.

Un giorno crescono.
E si innammorano di una vestita come una meringa.

E portano via con se’ quel profumo di sole nei loro capelli, quelle mani sempre pronte a cercarti, quelle risatine senza fine. Portano via un pezzetto di te.
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sono sempre stata una tremenda. una di quelle bambine, ragazzine, donne impulsive e viscerali che stanno spesso sulle palle perché la verità la tengono in tasca. poi sono entrata in una grande azienda che mi ha fatto prendere tante di quelle palate sui denti che ho imparato.

ho appreso che non tutto ciò che pensiamo si può dire. alcune cose si pensano e devono restare confinate lì, nella nostra testa.

la lingua prude, le mani pure, la soluzione è sotto agli occhi, noi faremmo così, noi saremmo in grado. niente. il silenzio stampa è quasi d’obbligo in certi contesti e con certe persone.

ne va del quieto vivere, del limitare i danni di un’invasione di campo del rispetto dell’altrui libertà di pensiero (se non di stupidità).

mi manca mia madre perché con lei i filtri imposti dagli altri non esistevano. a mia madre raccontavo tutto. senza imbarazzo. era con lei che sbottavo quando rientravo da lavoro cercando di digerire una quantità di rospi formato famiglia. era da lei che cercavo conforto e confronto. era con lei che mi divertivo a spettegolare senza la paura di passare da pettegola.

certe cose una mamma le capisce.

c’era intimità, c’era complicità. non c’era il rischio di essere giudicate, additate.

anzi. era il nostro ritmo. il nostro modo di conversare. privo di convenevoli. tagliente. spiccio. sparato dritto al cuore, come piace a me. come non faccio più da tanto neanche con mio marito perché poi, certi equilibri bisogna pure mantenerli.

finchè.

mi è capitato recentemente di accompagnare mio figlio dal dentista per un’urgenza. e nel tentativo di far passare il quarto d’ora brutto dell’anestesia e relativo trapanamento, innescare una discussione con lui sul mio modo di gestire il bambino sulla poltrona. la cosa ha assunto degli strani contorni. neanche tanto per la situazione antipatica per cui, lui, senza mezzi giri di parole mi ha dato della madre incapace ma per il resto della discussione che non trova requie.

a corti discorsi.

lui mi dice che faccio comunella col bambino e per questo lui, 5 anni, fa i capricci sulla poltrona. lui mi dice che sono una madre inadeguata perché faccio l’amichetta con mio figlio e questo lo porterà a scavalcare sempre la mia autorità. lui entra senza pietà nella mia sfera personale e a gamba tesa mi serve un giudizio bello pronto e neanche contestabile pena l’etichetta di permalosa.

resto talmente basita che lascio il mio leone russare e me ne vado abbastanza stizzita senza replicare più di tanto.

ne parlo con una paio di amiche e ci troviamo tutte concordi che, insomma, c’è un limite a quello che una persona si deve sentir dire. c’è un limite alle cose che vomitiamo addosso agli altri.

alla prima battuta scambiata via sms per fissare un appuntamento, mi ritrovo fra le mani un pacco bomba. e giù fiumi di parole per ribadire che la colpa è mia.

la colpa è mia. certo. è mia per forza. ci sto io con i miei figli. sempre.

io li vesto, li accompagno, li vado a riprendere, cucino per loro, li consolo, li sgrido, li bacio, li minaccio, li perdono. Loro sbagliano. Io sbaglio. Io chiedo scusa. Loro imparano a chiedere scusa.

non ho mai avuto dei nonni che facessero qualcosa per me. che mi sollevassero dal mio ruolo genitoriale.

dei suoceri che me li recuperano a scuola, mi fanno trovare il pranzo pronto, mi stirano i panni, mi lasciano curare la mia professione e viaggiare e lavorare senza orari.

io mi arrangio.

e sì magari sbaglio.

li bacio troppo. li coccolo troppo. li lascio attaccati al seno finché non dormono con le guance arrossate e la bocca leggermente socchiusa.

e anche questo è sbagliato. Per lui.

Per me sbagliato è confondere la simpatia con l’intimità. Arrogarsi il diritto di esprimere giudizi universali avendo visto di te solo un’ombra di ciò che sei. basandosi su un’idea. un’impressione momentanea che si porta dietro un proprio personalissimo retaggio personale e familiare.

perché credi che un figlio amato e sostenuto debba per forza abusare del mio amore? che problema hai con l’amore?

io sono stata profondamente amata. sostenuta. e non ho mai tradito la fiducia che i miei genitori mi hanno dato. e l’ho fatto a volte rinunciando a qualcosa che desideravo. per non deluderli. per non farli soffrire. consapevole del tanto amore che avevano investito su di me.

sono profondamente arrabbiata. visceralmente arrabbiata. arrabbiata come non mi capitava da tanto.

ho calamitato una serie di persone che mi hanno scambiato come punching bag e si divertono a misurare il proprio ego sfidando me.

mi verrebbe da dire. quello è il mio spazio. questo è il tuo. io non entro nel tuo spazio. tu non entri  nel mio. insieme così, nel rispetto reciproco danziamo.

e invece no. invece mi devo portare a casa una lezione di vita. e tacere. come ho imparato a fare. e restare leggera. volare via.

e poi, ciao.