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till the end of time ©Cristianamat

till the end of time
©Cristianamat

È morta mia madre. Non ci giriamo intorno. Era malata. Ammalata da morire. Soffriva. Da cani. Era diventata il mio quarto figlio. Il più difficile. Il più lamentoso. Pesante da seguire e senza aspettative.

È morta di giovedì mattina. Io non c’ero. Dormivo di sonni agitati e sogni inquieti a casa.

Me lo ha detto mio marito.

Svegliati. È andata.

Lo sapevo. Era inevitabile.

Lo sapevo e per questo, staccarmi dal suo letto ha spezzato definitivamente qualcosa dentro di me. Qualcosa che era mio e ora non c’è più.

Le ho detto, aspettami domani, porto papà, lo saluti. E lei mi ha sorriso da sotto la maschera per la ventilazione artificiale, stordita dalla morfina e dal tanto dolore portato per mesi. Mi ha sorriso. Mi ha detto prenditi cura di lui. Fallo lavare, fallo mangiare. E non piangere. Hai tre figli da crescere. Non piangere.

La sua mano teneva la mia. Le sue dita mi accarezzavano in quel suo strano modo di fare. Le ho fatto vedere le foto dei bimbi al telefono. Le ho lasciato la Madonnina di Lourdes sotto la camicia, vicino al cuore. E sono andata dopo un ultimo bacio.

Mamma, vado. E invece, è andata lei.

L’ho ritrovata composta e fredda dentro la bara. Una bara scelta da mio marito. Profumava di shampoo e aveva perfino un filo di trucco. Era bella come da tanto tempo non la vedevo. Profondamente quieta.

Mamma.

Mamma.

Ripeterei per ore quel nome.

Mamma. Da quanto tempo mi mancavi?

Mamma che la malattia ti ha spezzata in ogni dove.

Mamma che fino all’ultimo sei rimasta aggrappata con le unghie e con i denti a ogni piccola fiammella di speranza.

Mamma che mi hai spremuta come un limone. Mi hai caricato di un peso più grande di me al punto che anche le ginocchia non mi reggevano più. Al punto che io, non ero più io. Non sono più io.

Quando sei morta ho pensato che nessuno al mondo mi avrebbe amato come te. Te che mi hai reso libera, e autonoma e pensante. Non una mammoletta tenera che nonostante gli anni non sa mai da che parte guardare la vita.

Tu la vita me l’hai buttata addosso e mi hai detto, vai! Vivi, lotta, lavora. Spalle forti e camminare. Sempre.

E questo so fare io.

Anche se poi, mica lo so quanto c’ho guadagnato.

In questo anno lungo e doloroso, mentre io continuavo a vivere e tu ti curvavi sotto il peso della tua malattia, il mondo ha girato, i figli sono cresciuti, alcuni amici sono entrati nella mia vita, altri se ne sono andati portando con loro amarezza e delusione.

In questo anno quasi irreale, mentre insieme sentivamo sempre più assenza di ossigeno, tu chiudevi i tuoi capitoli, e io i miei sogni. In un cassetto di cui, non mi importa neanche più avere la chiave.

E mi tocca alzarmi. Preparare colazioni. Vestire i bambini. Cucinare e lavare. Quando sarebbe stato giusto, come dopo un parto, avere 40 giorni per me. Per riprendermi dal distacco. Per comprendere questa nuova dimensione. Per imparare a guardare un mondo in cui tu, non ci sei più.

Domani mamma andrò in azienda. Mi sentirò di nuovo dire che tra noi, la magia è finita, che sono un’eccedenza, un peso morto. Una che non serve. Domani mi chiederanno di licenziarmi e se non lo farò faranno in modo che nel giro di poco tempo me ne vada da sola. Spezzandomi ancora perché di male, in me, c’è qualcosa che hai piantato tu, ed è un misto di onestà e forza, e voglia di fare sempre e ancora, insaziabile e indomabile. E questo, non a tutti piace.

Domani mamma è uno di quei giorni in cui ti vorrei con me. Come durante quel fondamentale di inglese in cui sedesti con noi, aspettasti, composta e profumata di shampoo, una testa grigia in mezzo alla meglio gioventù.

E poi tornammo a casa insieme, stanche e felici perché un altro scoglio era superato. E c’era ancora tanta vita da macinare insieme.

Sei morta di giovedì mattina e io non c’ero.

Ma sono certa che da quel momento siedi nell’angolo più bello del mio cuore. E ti sento. E mi manchi.

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Se fossimo in un film, questo primo momento si aprirebbe con un grande SPATAPAM. Porta che si apre rumorosamente. Entrata in scena con i fiocchi. TESOROOOOOO sono a caaaaaaaasa.
Eccomi, sono qui.
Con tanto di giustificazione per le assenze prolungate.
Ohibò…c’è stato tanto da lavorare. E non solo.
Quanto appreso sulla natura umana in questi ultimi mesi mi sarà utile per molti anni a venire.

Com’è vero che non si finisce mai di imparare.
Nel mio carnet di cose da fare, una campagna di comunicazione per le amministrative mi mancava. E perchè mai vivere senza?

E così mi sono imbarcata in questa avventura che ha portato buoni frutti alla coalizione, attuale nuova Giunta, al candidato Sindaco, attuale Primo Cittadino, e anche alla cittadinanza che aveva davvero bisogno di credere in qualcosa di nuovo. Se la scelta sia stata positiva o meno, solo il tempo ce lo potrà dire. Dal mio canto posso dire che le premesse sono buone. La confusione tanta. Ma la voglia di fare supera gli ostacoli.
Vedremo.
La fatica più grande, almeno per me, non è stata la produzione del materiale di comunicazione. Quella, anzi, è stata forse la parte più divertente.
Il vero peso è stato invece quanto ruotava intorno alle elezioni. Le persone, i personaggi, quello dice questo, quello risponde quell’altro.
Quale imbarazzante situazione.
Blog e giornalisti locali ci davano fitto di penne avvelenate. Stoccate da tutte le parti.
E i social media, in questo caso, non hanno aiutato.
Siamo arrivati alle sceneggiate alla Mario Merola con tanto di raccontino di giovane mamma ridotta allo stremo dalla crisi e mai accolta in Comune dalla neo sindaca insensibile. Ecco, io che i retroscena di questo episodio li conoscevo tutti, un po’ schifita, alla fine lo sono davvero stata.
Questa è l’informazione che viviamo noi cittadini. A me sconvolge sul piano locale. Figuriamoci a livello nazionale. Dove si nasconde davvero la verità di un qualsiasi episodio sentiamo raccontato in tv o nei media? Quell’elenco di notizione che ci passano davanti agli occhi la mattina, davanti al nostro frettoloso caffè pre-lavoro quanto hanno di vero addosso?
FLAT FLAT. Ciglia che sbattono. Occhi sbarrati. Sono allibita.
Ho letto post di persone con una cultura fuori dalla media scendere a livelli così bassi da far rabbrividire chiunque dotato di buon senso e buoni sentimenti. Alti nei contenuti ma scurrili, fuori luogo, pretestuosi e presuntuosi.
Ecco, delle elezioni 2014 io ricorderò questa generale perdita di controllo in nome di ideali che dovrebbero abbracciare valori come libertà, fratellanza, integrazione, attenzione al cittadino, trasparenza, collaborazione, eccetera eccetera.
In nome di queste grandi cose, penne dispettose hanno cavalcato il cavillo, il sofismo, il più insignificante degli episodi per poter fare la pelliccetta al pidocchio. Che tristezza.
Tutti contro tutti.
Che squallore.
Non è mia intenzione scendere nel dettaglio delle promesse da campagna elettorale, nè in quello del telefono senza fili che sembrava quasi possibile toccare mentre parlavi con qualcuno di qualcosa e già lo sapevano tutti quasi fosse la scoperta del Santo Graal.
Voglio invece lasciare impresso qui, in questo mio spazio la gioia di aver contribuito ad un progetto vincente. Mi è costato sacrificio ma mi ha dato soddisfazione. Ricorderò per sempre il ringraziamento fatto dalla non ancora sindaco a me, difronte a tutti, una sera a cena. Senza te, non saremo qui. Che bello. Che belle parole. Non le posso scolpire nella pietra. Ma che bello. Che belle parole. Peccato nessuno le voglia scolpire nella pietra.
Ricorderò per sempre mio figlio che passa e vede i manifesti fatti affissi e dice…”Mamma, quelli li hai fatti tu! li abbiamo fatti noi!”. Ricorderò per sempre il manifesto del 2 giugno con lo stemma del Comune. Lì, appeso sul muro di quello che nel cuore è e sarà sempre il mio Paese, 17 anni dopo aver sognato di fare proprio quello.
Di questo grande tourbillon di persone, facce, idee, opinioni, verità e bugie che ho vissuto negli ultimi due mesi voglio conservare le cose più belle e buttar via il resto. Per una volta non voglio cedere alle lusinghe dell’amarezza e lasciar spazio alle aspettative disilluse, ai soldi persi, alle notti in bianco, ai commenti feroci.
Mi sento appagata da quanto ho fatto. Da sola. Supportata solo da quel santuomochehosposatogiurosoloperamore.

Passata l’euforia delle elezioni, ognuno si è tuffato nella propria vita. Le telefonate sono passate da 20 al giorno, a 10, poi a 4 e poi al silenzio.
Le mail anche.
Ma era tutto scritto e va bene così.
O meglio.
Poteva andare diversamente ma ormai che senso ha?
Come ho scritto ad un giornalista di quelli con la testa sulle spalle, io non bisogno di tranquillità, io ho bisogno di chiarezza.
Una chiarezza che forse non è prioritaria adesso. Non percepita come valore aggiunto. Non compresa.
Va bene così.

Torno nelle mie scarpe comode di trimamma e in quelle alate di figlia di genitori anziani. La vita mi ha dato questo progetto. Non l’ho scelto del tutto io ma con questo devo fare i conti che mi piaccia o no.
A qualcuno fa comodo pensare che questa sia la mia priorità.
Va bene così.
Dico solo che, prima di appiccicarmi una scelta di vita si poteva anche sentire cosa ne pensavo io.
Magari un compromesso comodo a tutti si trovava.

Ma va ancora bene così.

Nel frattempo, mio figlio ha messo 4 denti, vuole solo cose da mordere e dice MAMMMMAMMMAMMA.
Mia figlia sembra più mia madre e borbotta costantemente come una pentola di fagioli in ebollizione. E’ grassa, pesante e pedante. Non si sopporta. Il TATO non ne ha voluto sapere di tornare alla materna dopo le vacanze in montagna. Canta sempre e mi dice che profumo di fiori.
Rispetto al marito, al tempo inesistente di cui possiamo godere posso solo dire che lo amo ogni giorno di più. Lui e tutti i suoi inesistenti difetti.

Va bene così.
SPATAPAM.

Ragnatele e polvere. Polvere e ragnatele. Via, apriamo le finestre, lasciamo entrare maggio nel blog.

Sono volati i mesi. Il tempo di leggere qualcuna delle mie blogger del cuore l’ho trovato ma fermarmi a scrivere è stato impossibile tanto quanto andare dalla parrucchiera e depilarmi i polpacci.

Ho dovuto rimediare partorendo i soliti post mentali, facendo il colore mentre facevo il cambio delle lenzuola e depilandomi prima con la lametta  – sacrilegio!  –  e poi un sabato mattina attappata in bagno di nascosto mentre santopadre teneva i pargoli.

La dura vita della casalinga.
Sì, proprio così.
Durissima.

Ecco perché quando ho avuto l’opportunità di ritornare anche solo temporaneamente ad avere una parvenza di lavoro ho colto la palla al balzo senza valutare le ricadute.

Ho preso un impegno. E mi piace pure. E ho conosciuto persone nuove. Mi piacciono – quasi –  tutte anche loro. Però il sacrificio è grosso, i soldi un miraggio e il futuro sempre incerto.

I bimbi non capiscono. Forse perchè lavoro a casa. Forse perchè quando sono al telefono non sono con loro. Forse perchè nessuno dei due piccoli ha memoria di una mamma che lavora.
Il benservito arrivato con la seconda maternità mi ha trasformata in mamma a tempo pieno. E il passaggio a tri_mamma è stato quasi spontaneo. Una meritata promozione, un vero e proprio avanzamento di carriera.

Fare la mamma mi piace ma mi va stretto come questi jeans che mi ostino a portare trattenendo costantemente il fiato e imputando al lattosio una pancia alla quale avrei dovuto dire Goodbye da mesi. Ma non ci riesco. Ho fame. Fame di cappuccino e cornetti. Fame di thè caldo con le amiche. Fame di una cioccolata calda con il gruppo dei carbonari_purtannari.
Fame di tempo per me. Raro e talmente tanto in grado di farmi sentire in colpa che lo bramo ma lo evito.

Nel frattempo sono riuscita ad organizzare una cena di oltre 100 persone. Pesce, risate e amarcord allo stato puro. Ho ancora mal di piedi per la sfacchinata ma la genuina allegria della serata ha reso leggero ogni passo.
Ho realizzato un video che fra un frizzo e un lazzo è arrivato a quasi ventimila visualizzazioni. Mica giuggiole.
E se le persone con cui collaborano saranno oneste come spero, forse riusciremo a goderci una serena vacanza montanara.

Di tutto questo devo ringraziare chi con me si è speso. Nuovi amici, che via via vanno riformando la mia rete quotidiana di salvataggio: una telefonata, un confronto, un caffè insieme, un progetto condiviso.
Non mi sento sola. Abbandonata. Schizzata via da un’azienda che mi ha trovato ingombrante, scomoda, troppo fuori dalle righe.
Mi sento sopravvissuta. Uscita dal limbo nel quale il dolore mi aveva confinata.
Ho il sole in faccia. Un bimbo in braccio. Il profumo dei fiori che mi ha colto Lello in giardino. Vittoria che mi manda sciocchi messaggi su wzup. Un uomo che mai, mai ha smesso di credere in noi.
Non mancano i problemi. Ci sono ancora tutti. Ma ho il sole in faccia e l’inverno è finito.
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Cosa rispondereste ad una domanda simile?
Sapreste quantificare il vostro valore?
A quanto corrisponde, in volgare pecunia, la fine di un vostro progetto di vita?

Non fa male sentirsi chiedere quanti soldi vuoi per licenziarti. Quale forma di indennizzo potrebbe agevolarti in questa scelta.
Fa male pensare a quelle due persone di fronte a te, persone con le quali lavoravi, ambasciatori di persone che stimavi.

Lo raccontavo venerdì ad una mamma di “piscina”. Guardavamo sguazzare le pescioline e ci aggiornavamo sulla reciproca settimana.
È incredibile come l’indignazione altrui possa amplificare la tua.
Ero li che riferivo il colloquio, la richiesta, la finta cortesia della proposta, e vedevo il volto di questa ragazza, mia coetanea, mamma come me, diventare sempre più paonazzo.

Ma come?
Come possono farti questo?
Ma come puoi permetterlo?
Ma non è legale! non è corretto! non è umano!

Di umano, in un’azienda, non c’è niente. E lei non lo sa. Lei che ha la fortuna di insegnare musica.
Non è umano l’orario di lavoro, con quelle due o tre ore in più di straordinario che vengono pretese per mostrare attaccamento al posto di lavoro. Esci e non fai in tempo neanche a comprare il pane.
Non è umano il salario, che non dipende dalla tua professione, ma dal tuo sesso, dalla tua simpatia, da quale cordata aziendale fai parte.
Non è umano il tuo ruolo, scelto non in base alle tue attitudini, o alla tua preparazione, ma in base a ciò che pensano puoi fare. E non importa se sei incompetente, arrangiati e porta risultati, altrimenti sei fuori.
Non è umano metterti contro i tuoi colleghi, incentivare la competizione, chiederti di scavalcare il tuo capo, e poi lasciarti sola davanti al suo rancore.

Le aziende non hanno sentimenti. I colleghi di lavoro non sono tuoi amici. E le risorse umane sono solo la traduzione moderna di forza lavoro. Tutti a testa bassa, cavarsi il cappello, entra in fabbrica il signor padrone.

Quando leggete di grandi sogni di impresa, non vi fermate alla bella storia. Pensate al team di comunicazione che ha delineato i trend da seguire e a quell’ufficio di p.r. che prima ha organizzato l’intervista e poi ha passato la cartella o il comunicato stampa. Pensate ad una mamma seduta alla sua scrivania, con le foto dei figli attaccati sulla paretina con gli spilli da cucito, isolata dal brusio costante di un open space, che cerca ispirazione in citazioni di poeti, che lascia scivolare le dita sulla tastiera narrando una storia imprenditoriale e personale che ha sentito raccontare per anni e anni al punto da farla sua, da sentirla intima, parte di se’.
Se leggendo coglierete sentimenti, entusiasmo, speranza, non pensate all’imprenditore. Lui non ha più tempo per questo. Lui ha delegato quella mamma seduta alla sua scrivania di raccogliere il ricordo dei suoi sentimenti e dargli corpo: una lettera aperta, un editoriale, un biglietto di condoglianze, una richiesta di colloquio, una tesi di laurea honoris causa.

Giorno dopo giorno, anno dopo anno, quella mamma cambia le foto dei suoi figli e scrive della vita degli altri: i grandi progetti, le collaborazioni di prestigio, i manager di fiducia, i nuovi mercati e le nuove filiali. E poi la crisi, la necessità di abbracciare il cambiamento, la volontà di sopravvivere, di affrontare i tempi bui come un’opportunità.

Quando leggete di grandi sogni di impresa, pensate a quella mamma, a tutte quelle mamme come lei. Convocate una mattina da un solerte responsabile del personale, in maniche di camicia e sorriso prestampato, per staccare gli spilli dai volti sorridenti dalla paretina e stabilire “quanti soldi vuoi per licenziarti”.

Quanti?

L’unica immagine che mi viene in mente è quella di Zio Paperone che fa surf fra le monetine d’oro.
Surf non lo so fare. Ma ho tempo per imparare.

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La crisi sta mettendo a dura prova il sistema imprenditoriale italiano. Sta mettendo a dura prova l’imprenditore. Sta mettendo a dura prova l’italiano.
Sopravviveranno solo quelle aziende e quelle persone che avranno avuto la forza per accogliere il cambiamento. Un cambiamento difficile da vivere perché scardina matrici considerate fino ad oggi vincenti, metodi di lavoro consolidati, realtà industriali considerate fiore all’occhiello del nostro Bel Paese.
Di positivo avremo il ritorno in auge della meritocrazia.
Dopo anni di insuccessi certe teste dovranno per forza cadere. Cadranno loro e con loro quei giochi di potere che hanno nutrito, cresciuto, e fatto accomodare sulle poltrone che arredano la sala dei bottoni gli scialbi “figli di” piuttosto che le persone in grado di premere le leve giuste al momento giusto, i servi piuttosto che gli onesti collaboratori.
Accadrà ovunque.
Un giorno, il titolare della “dogs&pigs” SPA, si sveglierà con la consapevolezza di aver lasciato il suo impero nelle mani di tanti lacchè motivati solo a risultare utili senza essere in grado di produrre risultati. Il borsello sarà vuoto, la cassaforte in lacrime e il futuro un luogo difficile in cui accampare i propri sogni.
Quel giorno sarà un giorno amaro, nero come il fiele e difficile da digerire. Sarà il giorno delle responsabilità.
Nessuno verrà risparmiato.
Occorrerà digerire rospi, ingoiare orgogli, abbassare il capo ed ammettere i propri errori di valutazione. Sarà comunque tardi per riparare i danni.
L’impresa, l’azienda, l’impero, sarà sull’orlo del baratro, ad un passo dall’Ade. La sua grandezza, priva di dignità e prospettiva, sarà nient’altro che un peso. Un fardello per quelle gambe sottili che sempre più faticosamente si muovono nel mercato.

Eppure tutto era evidente. Tutto era prevedibile e sanabile.
La storia insegna che c’è ciclicità negli eventi e la crisi torna sempre ad abbattersi sui vari mercati. Arriva, porta scompiglio, lacrime e sangue, e se ne va. Il più forte sopravvive. Il più furbo si espande. Lo stolto non esiste più.

Immagino già lo sconforto di quel risveglio. Il dolore. L’umiliante presa di coscienza.
Dove, dove avrò sbagliato? Dove avremo sbagliato?
Nessuno si caverà più il cappello di fronte a quell’imprenditore. Che non ha ascoltato. Che non ha fatto parlare. Che non ha perseguito strade diverse. Che non ha cercato soluzioni alternative. Che ha punito la sincerità.
La fame dei suoi operai gli peserà sul cuore di notte e lo divorerà. La sete di vendetta gli metterà paura.
I suoi occhi, ciechi fino a quel momento, guarderanno al passato con lucidità e gli mostreranno la sequela di errori inanellati uno dietro l’altro.
Povero imprenditore, solo davanti alle tue colpe.
Avresti dovuto ascoltare. Avresti dovuto dare fiducia a certe parole, leggerle con attenzione e non con presunzione.
Ti avevano messo in guardia.
Ma tu hai preferito tenere lo scettro del potere, giocare a riorganizzarti senza renderti conto che i pezzi rimasti sulla scacchiera erano solo pedine. E con le pedine, non si va da nessuna parte.

La crisi arriva, porta scompiglio, lacrime, sangue e se ne va.
Tu non ci sei più.
La tua testa sarà caduta. Rotolata accanto a quella dei tuoi servi. Corona e scettro del potere inclusi.

Navigavo a vista su google alla ricerca di un divano rosso con un prezzo compatibile al mio status di eccedenzaprestodisoccupata quando mi sono imbattuta in un sito di offerte di lavoro.
Premetto che non ho ancora metabolizzato l’idea di essere senza lavoro e questo perenne stare a casa mi sembra un prolungamento della maternità.

Però mi sono fatta un giro rapita dalla curiosità di cosa offra il mercato in questo tanto mortificato momento dell’economia in area euro. Eh… orrore! Raccapriccio! Brividi sparsi e sudore freddo!

Ma come possono consentire la pubblicazione di certi annunci? Ne ho trovato uno che dice ” astenersi quelli con troppe seghe mentali”.
Ma su…ma per favore!
Vedi che dopo mi sale la febbre da puntini di sospensione e non riesco più a sparpagliare con virtuosa grazia la punteggiatura!

Forse è colpa della mia area di interesse: la comunicazione. In assoluto il campo in cui tutti pensano di sapere, di potere.
Della serie, compri uno di quei notebook con la frutta sopra, lo colleghi, trovi un ragazzetto che sa cosa vuol dire melaC_melaV et voilà puoi appuntarti la spilletta di creativo. Se vesti tutto di nero poi, parli di briffino e snoccioli nomi di app e di competitor, WOW, è fatta.

Gli annunci cercano per lo più giovani penne, di bella presenza (perchè se sei un cesso, il libro di Kotler, mica si apriva! si autodistruggeva) neolaureati, da pagare a progetto o da inserire in stage.
Sicuramente sotto i 35 anni, meno che mai con prole (vuoi che capiti quel viaggetto a Timbuctu e tu non ci puoi andare perché c’è la recita del nano), e più che altro destinati ad organizzare belle serate in discoteca, lavorare da casa e guadagnare facilmente bei soldoni, trasferirsi nello stabilimento vietnamita per quattro anni. Vaccini antitifo inclusi.

Al quinto annuncio ho chiuso baracca e burattini e sono andata a preparare una sofficissima torta margherita.
Semplice, golosa e profumata di vaniglia.

10 tuorli+ 3 uova intere, sbattute con 2 etti di zucchero per almeno un quarto d’ora, e aromatizzate con la vaniglia (i semini dentro) o la vanillina.
L’impasto sarà morbido e spumoso e a questo integreremo 1 etto di fecola e uno di farina setacciate.
Infine il burro, 80 gr, sciolto e tiepido.

Stampo con cerniera imburrato, infarinato, da 23 o 26, forno caldo per 40 minuti a 180.
Spento il forno, io l’ho fatta riposare altri dieci muniti.

Ne abbiamo già fatta fuori mezzo guadagnando così…un milione di calorie:)

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