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Estratto della raccolta "D'Istanti" curato da Ramona Parezan

Fra un mese uscirà il libro di fiabe curato dalla splendida Ramona Parenzan.

Nel titolo, tutto di me. “D’Istanti”.

L’idea di aver battezzato questo tenerissimo progetto,  che raccoglie favole scritte da chi l’adozione l’ha vissuta di prima mano, mi da un pizzico d’orgoglio e di questo ringrazio Ramona, che pur avendomi beccata in piena fase di elaborazione del lutto, mi ha pressata, cercata, coinvolta, aspettata, e letta ben aldilà delle parole scambiate per e.mail o via Facebook.

Poche smancerie, pance e cuori. Più che altro emozioni. Quelle che ci portiamo dietro da una vita, che ci vomitiamo nei water o addosso agli altri, che ci consumano quando ci guardiamo allo specchio e che ci fanno sempre chiedere chi siamo veramente.

L’assenza delle radici pesa. Così come a volte pesa non poter sapere. Non poter guardare indietro senza incappare nel buio delle nostre storie.

Non è stato semplice per me scrivere una favola. Ogni volta mi perdevo nelle parole piuttosto che nella storia, nei colori più che nel paesaggio, nel ricamo a punto fitto di personaggi astrusi e grotteschi, lontani, così lontani da me.

Le storie degli altri autori arrivavano e raccontavano. C’era la fantasia ma c’era tanta di quella strada che molte volte ho percorso.

Perché non mi hai voluta.

Perché mi hai rifiutata.

Perché ci siamo dovute separare.

E l’amore, in tutto questo, dov’è?

Alla fine la favola l’ho scritta. E con Ramona l’abbiamo letta. Riletta. Corretta. E la bravissima Olga Kostanchuk l’ha illustrata e parte di me è finita lì, in quel viaggio all’indietro che mi riporta alle radici del mondo.

Scriverla è stato doloroso e catartico. Un po’ come ogni volta in cui ho messo al mondo un figlio. E sono morta e poi rinata con loro.

C’è stata la sofferenza, così intima e viscerale. Pensare al distacco, alla separazione. E poi la paura. Essere soli, dopo nove mesi o novant’anni. Essere soli, destabilizza. E poi l’accettazione. La comprensione della nuova forma. Della nuova vita. Del dono.

A volte le decisioni che prendiamo sono più grandi di noi.

Quando mia madre mi ha messa al mondo aveva 16 anni. Una bambina che gioca a far la donna.

Quando mia madre mi ha adottato aveva 40 anni. Una donna disposta a farsi tagliare l’utero senza anestesia, a girare orfanotrofi in lungo e largo, a bussare porte di giudici e medici, ad accogliere un bambino qualsiasi, sano o malato, non importa. Un figlio. Voglio un figlio da amare. Un figlio che venga come se fosse nostro. Io lo amerò.

E lei mi ha davvero amata. Nonostante me. E un figlio si ama così.

 

Se mia madre non avesse sbagliato non sarei al mondo. Se mia madre non avesse sofferto, non mi avrebbe mai accolto. A volte per capire il bene che ci tocca dobbiamo passare attraverso il dolore.

Qui sono io. Immersa. Quasi in apnea. Ma sarà solo un attimo. Un battito d’ali di farfalla. E poi, tutto si farà chiaro.

 

 

 

 

Eccoci emersi dal grande pathos della final destination: la nuova classe, con sezione nuova fiammante, della nuova scuola, del vecchio plesso.
La prima media, anzi come la chiama la (preside) dirigente scolastica, la “secondaria”.

Toto sezione fatto.
Elenco nomi pronunciato.
Abbinamento professori-sezioni pubblicato online.

Una valle delle lacrime.

Comunque, partiamo dai saluti di fine anno.
Drammatici.
Piangevano in molti e in più organizzavano feste, cene, pizzate.
Per salutarsi a pancia piena.

Devo dire, in tutta onestà, che pagherei perché anche il mio secondo, vivesse un quinquennio di simile felicita. Maestre brave, competenti e soprattutto comprensive, attente, votate alla completa integrazione dei bambini nel sistema classe.
Abbiamo faticato un po’ ma davvero, solo un po’, e tra genitori, fatte salvi certi straordinari elementi di cui ho già accennato, ci si è trovati bene.

Ma il toto classe rovina il sonno di molti, comunque e non nego di aver spinto a destra e sinistra affinché mia figlia e la sua attuale anima gemella (che è ancora l’amica e non il ragazzetto di turno) restassero insieme.

Il diktat della nuova dirigente scolastica (la preside per gli studenti vecchia guardia) era nessuna preferenza sul compagno di scuola.
Panico.
Collettivo.
Cori di protesta.
Ma si è sempre, sempre, sempre indicata una preferenza.
Da quest’anno, NO.
Da quest’anno, anzi, due sezioni 2.0 ovvero, niente libri, solo tablet.
E già mi viene da ridere e farei un fuori pista incredibile sul post per avventurarmi in ciò che penso al riguardo.
Ricordatemi di riprendere il discorso in altri lidi.

Comunque, sprovvisti della sicurezza dell’amico del cuore, vicini al baratro della tuttologia digitale e stipati in una stanza con finestre siliconate e sedie di formica, ieri abbiamo ascoltato il verdetto.
Sei manine innocenti hanno estratto dall’urna di vetro (ribattezzato così il vaso di cristallo della segreteria al piano superiore) la lettera abbinata al singolo gruppo.
È stato tutto un mugugno, brontolio, singulto, ovazione, pianti, risa, abbracci e commenti da stadio.

Ragazzi, che pathos!
Ho pensato quasi di sfornare il pupo li con quel mese e mezzo di anticipo.

La mia amica, con figlia nominata nel secondo gruppo e orfana di tutte le sue compagne, è scappata ammutolita e incazzata come una iena al sesto giorno di dieta vegetariana.

Cori alpini si levavano dalla fila seduta di fronte a me con manifesta felicità per gli abbinamenti voluti dal fato.

Tutti che cercavano di capire con chi, oltre ai vecchi compagni, fossero capitati i figli.
La tua, in che sezione sta?
Allora, tu sei in 2.0 o antica maniera?
Quanti compagni hai in classe?

C’erano facce smarrite. Perse.
Ho visto due compagne di mia figlia uscire in lacrime. Entrambe in sezioni diverse, abbinate solo a un paio di maschi della loro vecchia classe.
Ho sentito di persone che conoscevano già tutto il parco professori.
Nel giro di cinque minuti, anche mia figlia sapeva quali insegnanti, quali difetti, quali pregi.

Io sempre ignara.
Volutamente forse.
Tanto sapere o non sapere cosa cambia?
Li sta e li navigheremo. Acque nuove, tutte da esplorare.

Però, nella sezione di mia figlia, in quell’elenco di 23 nomi, il suo e quello della sua best friend vengono uno dopo l’altro. Con magno gaudio loro e di noi genitori che lo speravamo fiduciosi.
Perché si vogliono bene, loro.
Perché ci piacciamo, noi.
E ho tirato dubito un enorme sospiro di sollievo.

Dirò di più. Anche l’altra compagna, inserita in quel gruppo classe mi va più che bene.

Virtuale inchino al fato, alla fortuna, al destino e sms immediato alle maestre. Qualcosa avranno pur fatto.

L’uscita dalla toto-sezioni è stata tosta. Capannelli di persone che si scambiavano opinioni sui prossimi tre anni.
Chi si asciugava una lacrimuccia.
Chi andava via sottobraccetto.
Chi faceva la disanima della situazione generale e quasi quasi dava la colpa ai nuovi F35.
Chi iniziava ad ignorare i vecchi compagni e a coltivare le nuove relazioni.
Chi minacciava ricorsi.

Io, con un buco nello stomaco formato famiglia, ho recuperato la raggiante prole, edotta anche su tutti i suoi futuri professori e già esperta della macchinetta distributrice delle merendine della nuova scuola.
Verso casa. Verso cena. Verso i prossimi tre anni.
Tutti nuovi.
Per lei alle Medie. Per il piccolo alla materna. E per quello che verrà. La grande incognita con la valigia in mano e il fiocco nascita pronto.
Sarà un settembre…che settembre!

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I blog sono come le ciliegie. Leggi un post e subito te ne viene in mente uno a tua immagine e somiglianza.
Ringrazio quindi Iwona per la sua giornata tipo perché ha aperto mille perché sulla gestione del tempo in casa nostra.
O, più che altro, sul tempo che resta a me, per me, solo per le cose che amo, nell’arco delle 24 ore.
Quando guardo al mio passato, con una media lavorativa di 10 ore al giorno, mi stupisco a pensare a quanto sopportassi meglio la frenesia quotidiana di prima rispetto ad oggi: alzarsi, colazionarsi, chittarsi per l’ufficio, preparare figlia, zaino della figlia, grembiule e giubbetto della figlia, e poi correre a scuola e poi correre in azienda e poi correre per timbrare in tempo e poi correre, correre, correre. Fino a sera.
C’erano però dei piccoli preziosi intervalli.
Pause caffè che non posso dimenticare.
Intime, speciali, con colleghe oggi perse chissà dove ma allora così importanti.
C’erano telefonate di lavoro che regalavano sfumature più personali, ricche di aneddoti, di qualche risata, di spiragli di amicizie.
C’era quella magnifica ora di pranzo. Stesso tavolo, stesse persone, ogni giorno un argomento nuovo. Su cui dibattere, ascoltare, argomentare, riflettere.
Lavoravo tanto e il tempo era poco. Ma era un tempo che non toglieva solo. Restituiva.
Tornavo a casa stanca, a volte inferocita come un bisonte, ma con cose da raccontare, storie mie, di altri, perse nel caotico tourbillon della vita.
Poi è arrivato un altro figlio e poi la perdita del lavoro.
La giornata è stata rimodellata.
Eppure, nonostante le 10 ore guadagnate, mi va tanto, tanto stretta.
A volte.
Sarà la sindrome da Cenerentola.
O di qualche altra principessa bistrattata.
Ma dormo poco. Colpa della gravidanza.
Mi devo gestire la nostra casa. 240 metri quadri solo il nostro appartamento. Un totale di 33 finestre. Il b&b. Il giardino.
E poi correre dietro a Mr Benvenutoneicapricciositreanni e a Miss Paturnie 2013 e vivere il tramonto dei miei genitori. Il lento, inesorabile scemare della loro lucidità, della loro indipendenza.
La cosa più drammatica. Lo ammetto. Più snervante di tirar su due gemelli.
Sono stanca. Lo ammetto.
O forse vittima degli ormoni ballerini e un po’ malinconici di questa terza pancia.
Cosa resta di ciò che amavo fare?
Scatto ancora belle foto ma non si usa più stampare il bianco e nero. E mi manca la magia di quelle immagini che lente impressionavano la carta. Sempre mat. La mia preferita.
Cucino e provo nuove ricette. Neanche tanto per me, tanto quanto per i preziosi ospiti del b&b che mi hanno eletta la regina della torta al cioccolato.
Progetto. Nuovi siti, qualche marchio. Per gli amici, più che altro. E per non perdere la mano.
Sono totalmente presa dai miei figli. Dalla loro grande creatività. Senza freni e senza inibizioni.
Una inaspettata eredità per entrambi, sia della manina d’artista di mio marito che della mia fortunata manualità.
E scrivo.
Soprattutto quando non dormo. Scrivo. Sul blog o sulla testa. Capitoli di un libro che leggo, disfo, riscrivo.
Delle cose che amavo fare mi è rimasto leggere.
Ancora al 100%.
Leggere.
Senza sosta.
Senza tregua.
Finche non vedo l’ultima parola dell’ultima pagina.
Dall’inizio di quest’anno sto mantenendo una media di due libri a settimana.
Magno gaudio per il mio spirito viaggiatore e sognatore incastrato fra un vetril e un asse da stiro.
Quando mi chiedono come faccio a trovare il tempo per leggere mi viene sempre da sorridere.
Io leggo mentre mio figlio salta sul letto alle undici di sera.
Leggo chiusa a chiave in bagno, specialmente l’ultimo capitolo di un meritevole libro.
Leggo la mattina quando la casa profuma del caffè di mio padre e del sonno di tutti i componenti.
Leggo quando sono in fila dal dottore, per i colloqui, dalla parrucchiera.
Magari non dormo, ma continuo a girare quelle pagine.
Che volto consumando le parole, di fretta, ma senza perderne il sapore.
In quel perfetto esempio di festina lente. Mi affretto ma senza perdere nulla. Assaporo lentamente.
Il tempo per me. Al 100%.

Alcuni scatti della nostra classicissima scampagnata del primo maggio.
Prezioso tempo. Per noi.

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