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quando mi cerchi, fosse anche solo con il pensiero, immaginami davanti.

io sono sempre davanti a qualcosa.

potresti trovarmi davanti alla scuola ad aspettare uno dei tanti figli che ho messo al mondo  nella speranza che un giorno diano un serio contributo alla diffusione della pace e dell’amore.

oppure davanti ad un caffè mentre distribuisco chiacchiere da ascensore e buongiorno di cortesia.

potrei essere davanti ad una vetrina a guardare cose che poi cercherò su amazon perché sono pigra e adoro il furgoncino del corriere che arriva e mi consegna una scatola per me. mi fa sempre tanto Natale.

la mattina, spesso sono davanti alla tomba dei miei genitori. in un posto che mai avrei pensato di amare. eppure mi conforta. arrivare. portare i fiori. cercare perdono. sentirli ancora vicini.

quando sono particolarmente incazzata in genere sono davanti al piano della mia cucina d’acciaio che tiro a lucido il lucido. che strofino. e poi strofino ancora fin quando i pensieri si smussano e tutto torna a brillare.

non ho paura neanche di stare davanti ad una scelta. la testa in automatico mi seleziona il flag. il più delle volte quello giusto. almeno per me. almeno in quel momento.

dire che sto davanti al mac o ai fornelli o alla lavatrice o al banco frutta e verdura è poco poetico ma fa parte della mia quotidianità.

e in questa mia quotidianità, nonostante tutto, ho sempre trovato il bello.

così quando mi cerchi e io invece sembra di no, pensami persa nella mia vita dove tutto è in disordine e ogni cosa è al suo posto, dove tutti si appoggiano e io tengo botta, dove gli anni passano e i desideri restano ed io sono sempre sul filo di un’apparente stabilità emotiva.

più di ogni altra cosa, comunque, pensami davanti al mare. che respiro. che scatto. che fermo il tempo ed i pensieri.

 

 

 

 

 

till the end of time ©Cristianamat

till the end of time
©Cristianamat

È morta mia madre. Non ci giriamo intorno. Era malata. Ammalata da morire. Soffriva. Da cani. Era diventata il mio quarto figlio. Il più difficile. Il più lamentoso. Pesante da seguire e senza aspettative.

È morta di giovedì mattina. Io non c’ero. Dormivo di sonni agitati e sogni inquieti a casa.

Me lo ha detto mio marito.

Svegliati. È andata.

Lo sapevo. Era inevitabile.

Lo sapevo e per questo, staccarmi dal suo letto ha spezzato definitivamente qualcosa dentro di me. Qualcosa che era mio e ora non c’è più.

Le ho detto, aspettami domani, porto papà, lo saluti. E lei mi ha sorriso da sotto la maschera per la ventilazione artificiale, stordita dalla morfina e dal tanto dolore portato per mesi. Mi ha sorriso. Mi ha detto prenditi cura di lui. Fallo lavare, fallo mangiare. E non piangere. Hai tre figli da crescere. Non piangere.

La sua mano teneva la mia. Le sue dita mi accarezzavano in quel suo strano modo di fare. Le ho fatto vedere le foto dei bimbi al telefono. Le ho lasciato la Madonnina di Lourdes sotto la camicia, vicino al cuore. E sono andata dopo un ultimo bacio.

Mamma, vado. E invece, è andata lei.

L’ho ritrovata composta e fredda dentro la bara. Una bara scelta da mio marito. Profumava di shampoo e aveva perfino un filo di trucco. Era bella come da tanto tempo non la vedevo. Profondamente quieta.

Mamma.

Mamma.

Ripeterei per ore quel nome.

Mamma. Da quanto tempo mi mancavi?

Mamma che la malattia ti ha spezzata in ogni dove.

Mamma che fino all’ultimo sei rimasta aggrappata con le unghie e con i denti a ogni piccola fiammella di speranza.

Mamma che mi hai spremuta come un limone. Mi hai caricato di un peso più grande di me al punto che anche le ginocchia non mi reggevano più. Al punto che io, non ero più io. Non sono più io.

Quando sei morta ho pensato che nessuno al mondo mi avrebbe amato come te. Te che mi hai reso libera, e autonoma e pensante. Non una mammoletta tenera che nonostante gli anni non sa mai da che parte guardare la vita.

Tu la vita me l’hai buttata addosso e mi hai detto, vai! Vivi, lotta, lavora. Spalle forti e camminare. Sempre.

E questo so fare io.

Anche se poi, mica lo so quanto c’ho guadagnato.

In questo anno lungo e doloroso, mentre io continuavo a vivere e tu ti curvavi sotto il peso della tua malattia, il mondo ha girato, i figli sono cresciuti, alcuni amici sono entrati nella mia vita, altri se ne sono andati portando con loro amarezza e delusione.

In questo anno quasi irreale, mentre insieme sentivamo sempre più assenza di ossigeno, tu chiudevi i tuoi capitoli, e io i miei sogni. In un cassetto di cui, non mi importa neanche più avere la chiave.

E mi tocca alzarmi. Preparare colazioni. Vestire i bambini. Cucinare e lavare. Quando sarebbe stato giusto, come dopo un parto, avere 40 giorni per me. Per riprendermi dal distacco. Per comprendere questa nuova dimensione. Per imparare a guardare un mondo in cui tu, non ci sei più.

Domani mamma andrò in azienda. Mi sentirò di nuovo dire che tra noi, la magia è finita, che sono un’eccedenza, un peso morto. Una che non serve. Domani mi chiederanno di licenziarmi e se non lo farò faranno in modo che nel giro di poco tempo me ne vada da sola. Spezzandomi ancora perché di male, in me, c’è qualcosa che hai piantato tu, ed è un misto di onestà e forza, e voglia di fare sempre e ancora, insaziabile e indomabile. E questo, non a tutti piace.

Domani mamma è uno di quei giorni in cui ti vorrei con me. Come durante quel fondamentale di inglese in cui sedesti con noi, aspettasti, composta e profumata di shampoo, una testa grigia in mezzo alla meglio gioventù.

E poi tornammo a casa insieme, stanche e felici perché un altro scoglio era superato. E c’era ancora tanta vita da macinare insieme.

Sei morta di giovedì mattina e io non c’ero.

Ma sono certa che da quel momento siedi nell’angolo più bello del mio cuore. E ti sento. E mi manchi.