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Gennaio, sole e inverno pieno. Finalmente freddo. Freddo che ti nascondi dietro sciarpe e cappelli. Freddo che fai nuvole di fumo quando ti fermi a dare le ultime notizie dalla famiglia alla zia di turno.
Smaltiti i convenevoli ti verrebbe sempre voglia di urlare. Scaricare addosso all’invadenza della domanda “come va?” l’immensa verità. E sputare fuori tutto quello che ti passa per la testa.
Innanzitutto, che non va.
Ma ormai c’hai fatto il callo.
E le cose bisogna imparare a saperle far andare comunque.
Che bisogna ritagliarsi spazi di sopravvivenza.
Che ci sono trend negativi e che se non scopri come imparare a surfarci sopra, sei finito.
Facciamo un esempio.
Nel elogio alle incomprensioni intessuto recentemente con l’ultimo dei coerenti spiegavo che non esiste la favola, l’amore idilliaco, il vissero per sempre felici e contenti.
Esistono haiku.
Estratti di gioia. Momenti di felicità.
Nella coppia.
Con gli amici.
I figli.
Sul lavoro.
La bellezza del vivere è in questo incessante altalenarsi di eventi più o meno tragici, più o meno meravigliosi.
Magari, l’accumularsi di episodi proprio NO pesano nel lungo periodo ma mai mollare.
E soprattutto insistere nella ricerca del bello. Sempre. Con tenacia.
Mentre mia madre soffriva io fotografavo. Mentre moriva, scrivevo. E leggevo. Mi soffermavo nella delicatezza di certe parole. Mi tuffavo non senza timore in nuove relazioni umane perché alla fine della curva del cuore non trovassi uno strapiombo.
Eccomi, sono diventata una formica di bei momenti. Li accantono con dovizia. Ne ho fatto scorta e so dove andare a pescare. So chi non mi lascerebbe mai affondare. Chi mi butterebbe vestita sotto una doccia. Chi mi terrebbe la mano mentre attraverso il bosco.
E so anche chi ha girato le spalle e ha lasciato di sé non tanto il ricordo quanto l’amarezza.
Se dovessi tirare le somme di ciò che ho portato in questo gennaio finalmente freddo, direi che non siamo proprio in perdita. Nonostante tutto.
Direi che ho perso tantissimo ma nella perdita ho avuto modo di riconoscere ciò che invece c’era, ciò che era rimasto, chi era rimasto.
E ciò che sono.

Dopo tanti anni, la scorsa settimana ho cancellato dal mio profilo facebook tre parole nelle quali mi identificavo. Consistente. Perseverante. Sognatrice.
Le ho trovate strette per me.
Mai come adesso, nonostante la stazza, mi sento volatile, volubile, immateriale.
Mai come adesso mi sento mutevole, incoerente, in costante aria di cambiamento.
Mai come adesso mi sento altrove.
Non più nel sogno.
Semplicemente altrove.
Fuori dall’utopia e dall’idea romantica che tutto andrà bene e l’amore trionferà.
Meno incline all’illusione. All’abbandono.

È finalmente freddo e luglio è passato. Si è chiusa una ferita. È rimasta una cicatrice.
Non va bene. Ma, in fondo, va bene anche cosi.

Nella già impervia ricerca della felicità, evitare con cura le persone confuse.
Gli indecisi.
Coloro che sanno ciò che vogliono ma non alzano un dito per prenderlo.
Coloro che si sentono il centro dell’universo.

Al centro di ogni cosa, di ogni momento, di ogni relazione, lasciateci un po’ di cuore.

Per qualche straordinario motivo, vi salverà.

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Tanti anni fa andai a farmi leggere le carte e i fondi del caffè con un’amica.
Eravamo giovani e scellerate. Entrambe innamorate delle persone sbagliate. Lei frequentava un tipo sposato con dei magnifici occhi verdi. Io rincorrevo un suo compagno di classe con il quale, per qualche straordinaria ragione, non riuscivo mai a combinare.
Decidemmo quindi di interrogare il fato. Se anche le stelle avessero fatto le ritrose forse qualcosa andava rivisto.
La signora delle carte riceveva in casa propria. E fu nella sua cucina che il mio futuro divenne profezia.
Non era certo la prima volta che qualcuno azzardava ipotesi su di me. Mi avevano già letto la mano in diversi e per un periodo  (uno dei più strani della mia vita) ero uscita con un gruppo di sensitivi e medium. C’erano anche un ragazzo che levitava nel sonno e uno che scriveva agli angeli. Col senno del poi ammetto di aver avuto una giovinezza alquanto originale. Mentre le mie compagne bevevano angeli azzurri e vodka al melone languidamente appoggiate al bancone del bar, io brindavo allo spirito guida, rivivevo la nascita con sessioni di training autogeno e scoprivo quali alimenti eliminare dalla dieta per facilitare un contatto più profondo con il nostro inconscio.
Sapevo molto di me quindi. Molto di ciò che ero stata e molto di ciò che si prospettava.
Mi avevano già detto delle mie due madri. Quella naturale. Quella adottiva. Mi avevano già detto dei miei talenti. Così ben nascosti che uscirono non prima di quattro o cinque anni dopo.
Mi avevano già messo in guardia verso i miei limiti. Le gabbie che da sola mi creo per nascondermi dentro quando la gente mi stufa.
Ma mi mancava l’amore.
I veri sensitivi non ti parlano mai di amore. Di quello spicciolo. Di quello che nutre le giornate e riempe il tempo. I veri sensitivi parlano di spirito. Di energia e flussi. Di sponde.
Io volevo sapere come uscire con Rossano e non se la mia aurea fosse sana o meno.
Volevo che qualcuno mi confermasse che fra noi c’era qualcosa e che ci saremmo sposati e avremmo fatto tanti bambini.
Madame Clara parlò. Carta dopo carte, disegnò un futuro che, sembra sciocco dirlo, non era poi così diverso dall’attuale presente.
Lei vide il viaggio in Grecia. Vide i frantumi. Vide ciò che sarebbe arrivato, vide me.

Interrogata sull’amore mi disse di smetterla di agitarmi. Sarebbe arrivato e avrebbe trovato modo di superare recinti e fossati. Mi disse che c’era qualcosa in me che io non comprendevo ma che è la ragione per cui sarei stata amata sempre. Aldilà dell’età, dell bellezza, dei legami.
E mi caricò addosso il peso dell’essere la “quintessenza della femminilità”.
Come etichetta non suona male.
Ma me la staccai subito di dosso così come velocemente archiviai i suoi pronostici una volta smaltita (sarebbe meglio forse “consumata”) la cotta per il Rossano di turno e iniziata l’università.

Penso a Madame Clara e a quel pomeriggio a casa sua da quando ho rivisto il suo palazzo, l’atrio, il grande portone. Penso a lei ogni volta che un uomo mi dice che gli resto dentro, come una di quelle canzoni che ti tornano sempre in mente e arriva un punto che inizi a detestarla. Penso a quel suo discorso sul mio modo di vivere l’amore e alle parole che ho trovato stamattina al mio risveglio su un messaggio.

L’unica cosa che ho capito di me e dell’amore è che è il luogo nel quale sono più irragionevole. Nel quale non scendo a compromessi. Nel quale non mi sazio mai.

Perchè anelo l’essenza, il centro, il tutto. E perché ricambio nella stessa maniera.

Quando tanti anni fa andai in treno a farmi leggere le carte sapevo che l’amor che move il sole e le altre stelle esisteva ma non sapevo se l’avrei incontrato.

Poi ho visto il sole muoversi.
E le altre stelle con lui.
E mi piace pensare di averlo non solo incontrato ma provato e riprovato e rincorso e riincontrato.
Cantato come una di quelle canzoni che ti tornano sempre in mente. E di cui conosci tutte le parole

E lì puoi dire, l’amore esiste.

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Eravamo in treno. Era caldo d’estate e buio di notte. Non eravamo soli. C’erano altri con noi. Ma fu lì che Gianluca mi baciò. Il primo bacio. Lungo. Abbracciato. Lo ricordo ancora con infinita tenerezza. Ricordo lo sferragliare sulle rotaie e la voce che chiamava stazione dopo stazione. Tornavamo da Genova. Tornavo a casa dopo la mia prima vacanza da sola. A casa d’amici. A casa sua.
Fu il primo bacio ma non l’ultimo e quello dei miei tredici anni fu un bellissimo agosto. Mare. Concerti. Cinema all’aperto. Amore. Non ricordo perché finì. Lui tornò a Genova. Io restai. Lui restò il fratello della mia amica. Io tornai a scuola.
Capitò di rivedersi. Ma non capitarono più baci. Ci furono abbracci, e domande che suonano sempre un po’ imbarazzanti. Che fai. Con chi stai. Come stai. Affetto. Ma nulla come quelle ore in treno, nella penombra della notte illuminata dalla luna d’estate. Stretti. Ragazzi.
Il mio primo bacio compie trent’anni e mia figlia si è dichiarata. Ha preso il suo piccolo cuore e un paio d’etti di fegato e  gliel’ha detto. E poi si è pentita. E poi ha pianto. E poi ha capito che lui le vuole bene ma non tanto quanto lei. E le ha fatto male. Ed è andata in crisi.
Mamma, che faccio.
Mamma, e adesso lui lo sa.
Lo sa.
E non ama me.
Che parola grande AMORE a tredici anni. Che parola grande AMORE anche dopo i quaranta.
Dopo trent’anni da quel primo bacio. Quando ancora, sentire un cuore che batte insieme al tuo, ti toglie il fiato.
Sarà forse per il ricordo di quello scompartimento, di quel viaggio verso il mare, che amo il treno. E capisco mia figlia. Il rischio che si è assunta con quel “mi piaci” buttato lì dopo oltre un anno di attesa. Io non ne sarei stata capace. Non lo avrei mai fatto. Sarei andata avanti. Avrei perso un’occasione.

Per questo, mi inchino davanti a lei. Alla sua meravigliosa fiducia nell’amore.

AMORE, che grande parola AMORE.
A tredici come a quarant’anni.
E provarci.
Rincorrere treni.
Dire.
Fare.
E addirittura baciare.

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Thanks to my friend Paolo Carlini

Sabato. Gennaio. 11 gradi.
Lavatrice rotta.
Figlio tre in disallineamento planetario con frigni e pianti.
Figlio due in totale estasi da lego nuovo.
Figlia uno lost in translation.
Gatto scampato dalle fauci del cane.
Stiamo tutti bene insomma.
E domani è domenica.
Mamma farebbe bollire il sugo con la gallina dentro e papà staccherebbe un pezzo di pane fresco per farci scarpetta.
Le campane dei Salesiani chiamerebbero a messa ed io con le mie 500 lire di carta andrei a comprare le figurine.

Nel 1989 avevo 16 anni, ero innamorata di un ragazzo del 4° che ho rivisto poco tempo fa stempiato e imbolsito.
Dal 1989 _when Harry met Sally_ è il mio film.
Perché c’è l’amore con tutti i suoi errori, i suoi pregiudizi, i suoi tempi così lenti, i suoi giri incoerenti.

E oggi è proprio un giorno da _Harry ti presento Sally.
Un sabato impaziente.

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_Adoro il fatto che tu abbia freddo quando fuori ci sono 25 gradi. Adoro il fatto che ci metti un’ora e mezzo per ordinare un panino. Adoro la piccola ruga che ti si forma sul naso quando mi guardi come se fossi matto. Adoro il fatto che dopo aver passato una giornata con te, possa ancora sentire il tuo profumo sui miei vestiti. E adoro il fatto che tu sia l’ultima persona con la quale voglio parlare prima di addormentarmi la notte. Non è che mi senta solo, e non c’entra il fatto che sia Capodanno. Sono venuto qui stasera perché quando ti rendi conto che vuoi passare il resto della tua vita con una persona, vuoi che il resto della tua vita inizi il prima possibile_

Pensieri sparsi anche oggi.
Cose belle.
Cose brutte.
Di nuovo ospedale.
Di nuovo dolore.
E poi fiori. Fiori per mamma. Fiori per me.
E quarti d’ora persi vagolando per non luoghi. Con non amici. A parlare di non cose.
Per fortuna certe telefonate.
E certe serate.
E certi verbi transitivi.

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Thanks to my friend Luigi Simboli

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Osimo view, oggi.