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oggi è una di quelle giornate in cui vorrei dire tante parolacce ma non lo farò. un rosario di episodi mi hanno portato a nuotare a rana sul fondo del barile e quand’è così, ho da tacere.

le balls girano e mangio popcorn caramellati che avevo nascosto dietro ai barattoli di mais a lunga conservazione per portarli con me a vedere il terzo episodio di Bridget Jones.

oggi è una di quelle giornate che il blog è la salvezza. le parole che corrono e scorrono, escono e strabordano, esondano e splash, portano via l’amarezza, il senso di frustrazione, la pesantezza di questi giorni.

sono una cattiva madre. dopo oltre tre mesi di vacanze estive io sono una cattiva madre. non li soffro più. venitemi a salvare. miss paturnie mi ha presa per il suo taxi privato. mi chiama e mi dice portami qui, portami la, ho una vita io. lo spartano apre e chiude il frigo ingurgitando quanto di commestibile c’è dentro senza neanche alzare mai lo sguardo dal suo ipad. thelastone non si arrende all’idea di farmi caccapipì laddove sarebbe consono e io passo la giornata a pulire lui, pulire i pavimenti, buttare mutande, comprare mutande.

anche i gatti, il cane e la tartaruga non hanno un karma felice. sono in un certo qual modo turbati dallo stress familiare. il cane uggiola, il gatto si acciambella sulla pila di panni lavati e stirati seminando peli ovunque, la tartaruga sogna la california e a furia di bussare con la testa sulla vaschetta replica il Vajont in versione domestica.

sono una cattiva madre ma la mia vicina mi fa compagnia. urliamo entrambe come due ossesse. la cosa mi conforta. non sono sola in questa follia pre-scolastica. in questo lumicino di sopportazione che mi sale a sprazzi dopo oltre 90 giorni senza scuola.

la mattina è tutto un coro. alzati, dai, forza, vestiti, lavati le mani, lavati la faccia, allora, dai. alzati, dai, forza, vestiti. alzati, forza, allora. ALZATI. NON BUTTARE I CEREALI. devi fare pipì? dillo a mamma. devi fare la cacca? dillo a mamma. Allora? ALLORA? ALLLLLLORAAAAA?

e mentre gli allora, i forza, i su, i dai volano per casa come aghi di pino al primo refolo di vento, cadono bicchieri, si rovesciano bottiglie, si mollano cacchepipì ovunque ed io pulisco.

mi lamento, borbotto, strepito, scalpito, urlo, e pulisco.

sono nel pieno della sindrome di cenerentola e non mi conforta sapere che c’è un principe azzurro che mi aspetta. perché, ahimè. un altro da accudire, lavare e stirare non mi da affatto gioia.

le balls girano. finalmente anch’io ho maturato la convinzione che i social network sono la fuffa più fuffa della storia delle fuffe. aria fritta venduta a peso d’oro da fuffatori doc travestiti da gentili utenti.

blaif.

blaif.

e ancora blaif.

lascio qui ad imperitura memoria il senso di delusione cosmica che provo.

l’insieme non è la somma delle parti.

le parti dicono che un cretinetti qualsiasi fa lo scemo su instagram e ci prova un po’ con tutte quelle che, come lui, non hanno mai superato la sindrome di peter pan. io assisto allo spettacolo e da brava ragazza di mondo, osservo mentre soffriggo una padellata di affaracci miei. il cretinetti mi fa fuori perché non vado a sperticarmi in applausi. ho da pulire cacchepipì io e da lavare e stirare per il fu il principe azzurro. amen dico io, perché alle cose bisogna saper dare il giusto peso nel mondo e il cretinetti è nient’altro che un cretinetti. ma l’amica invaghita dalla personalità peterpaniana invece, quella è un’altro paio di maniche.

tra me e lei mette il cretinetti e una manciata di like ed improvvisamente mi ricorda perché l’amicizia è il più grande e il più raro dei valori.

detesto il disordine.

detesto essere trascurata.

detesto i cetrioli.

detesto le persone che entrano a piedi pari nella tua vita e poi spariscono come neanche Houdini.

detesto quelli che è tutto un grande amore, baci abbracci, sentiamoci, ti chiamo e poi il silenzio catacombale.

detesto le mamme di figlie femmine che vengono al mare con le nonne e le sorelle e sono campionesse olimpioniche dello spupazzamento della bambolina. se la passano di mano roteandola sopra sotto con lievi colpetti sul sederino pampersizzato mentre placide conversano del menù pranzo cena e intervallo.

detesto chi dimentica gli anniversari, le date importanti, i momenti condivisi, te.

oggi è una di quelle giornate no.

niente ciclo o preciclo come scusante.

semplicemente l’afastellarsi di piccole cose storte, fastidiosi pruriti dell’anima che nessuna crema consigliata da nessuna madre può far passare.

una montagna di parolacce.

le penso tutte.

vorrei, ma non posto.

 

 

 

 

giravo intorno a questo post da giorni. l’ho già scritto e riscritto centinaia di volte. luglio lo sapevo che sarebbe arrivato. e sapevo che avrei dovuto combattere con i fantasmi dello scorso anno. chi dice che l’assenza pian piano si attenua sbaglia. l’assenza resta e pesa sul cuore come non mai. dell’anno scorso ho ricordi indelebili. chiudo gli occhi e sono ferma su un vicolo con alcuni amici. sono stata a zumba in spiaggia.  mio marito mi ha fatto uscire un’ora. la mia ora. e posso correre e ballare e far finta che il dolore al ginocchio che mi porto dietro da mesi, non esista. far finta che mia madre non stia morendo su quel letto d’ospedale che due uomini hanno portato e montato a casa nostra una calda mattina di primavera. chiudo gli occhi e vedo l’ambulanza ferma a casa. è caldo. caldo da morire e sono sudata e affannata. ho i bimbi in macchina. la spesa. e mia madre ha chiamato l’ambulanza. sta male. vuole ricoverarsi. non sa che i medici mi hanno detto che non la possono trattenere più. che le sue campane per me hanno già suonato. così urlo e sbraito e vorrei piangere e spaccare qualcosa come nelle mie migliori performance da bisbetica indomata e invece niente. chiamo i suoceri che mettono il muso perché facevano la siesta pomeridiana. chiamo mio marito. invoco il padre eterno e seguo l’ambulanza fino all’ospedale. stiamo lì. io sono sudata e affannata e anche affamata. mangio la prima cosa piena di grassi saturi e olio di palma del distributore e aspetto. sento già che sto ingrassando ma faccio finta di niente. non mi importa di me. non mi importa più niente. potrei sparire, morire, esplodere. non se ne accorgerebbe nessuno. un qualche mio ologramma sul quale dare pacche sulle spalle e dire “ma sei forte tu” sono certa che si paleserebbe. ci rimandano a casa dopo ore e ore di sala d’attesa. mia madre non respira più. io non faccio che trattenere il fiato e i liquidi. chiudo gli occhi. entro a casa. è sempre un caldo infernale e mio padre ha attappato un water non so cosa. c’è acqua di fogna dappertutto. l’idraulico smonta il bagno. è dramma. chiamo l’italspurgo. mi armo di crocs secchi, palette e stracci. infilo dei guanti. metto i bimbi in una safe zone a guardare il camion dalla finestra. l’odore è nauseabondo. passo due ore in ginocchio a raccogliere liquame. il tizio dell’italspurgo mi guarda impietosito. ecco, è luglio e ho i capelli bianchi e incollati ovunque. sono a bagno nella nostra pipùpupù e chissà cos’altro. sono sola. in un mare di merda. la mia amica barbara mi ha detto che le faccio paura. che non mi riconosce più. così dopo un suo film mentale esposto via whatsapp ha alzato bandiera bianca verso la mia situazione poco trendy, divertente, o meglio, troppo impegnativa. e c’eravamo tanto amati. sono sola. chiamo l’ambulanza. non vuol venire. mia madre piange. mio padre bestemmia. è caldo. un caldo da morire e io denuncio tutti. vi denuncio tutti. animali senza cuore. arrivano due ambulanze e un’auto medica. me la portano via. e dire che dieci minuti fa ero al mac con mio figlio. arrivo in ospedale. un ospedale nuovo. mia madre indossa la sua camicia rosa di sempre. quella che profuma non so perché di fiori. le hanno messo la maschera per la ventilazione artificiale. non parla. è in piena crisi. mi fanno firmare per la morfina. autorizzo. e so. so cosa vuol dire per lei. la spengono. come si fa con la tv. una macchina vecchia. stiamo ore a parlare fra un respiro e l’altro. ci teniamo per mano. io piango. lei no. ci diciamo ciao. mi mandano via. ho caldo e sono sudata. nell’obitorio invece fa un freddo boia e mi hanno lasciato tutti sola. mio padre ha scelto mio marito come oggetto transizionale. devono chiudere la bara. devono chiudere uno dei capitoli più belli della mia vita. che sia un volto amico a farlo mi conforta ma non mi asciuga le lacrime. sono sola. ho caldo. salgo in auto. mi piovono addosso tanti di quei ricordi che potrei rimanerci sotto. mia madre al mio fondamentale di inglese il primo anno di università. mia madre con le guance in fiamme che non riesce ad annodare la cravatta di papà al mio matrimonio. mia madre che scopre la maternità attraverso me. mia madre alle tre di mattina, due caffè e qualche fetta biscottata.

ho girato intorno a questo post per giorni. non volevo pensarci. pensare allo scorso anno. al dolore della perdita. all’assenza. alla mancanza di amore che ho accumulato in tutti questi mesi. alla ciccia che ho messo su. guardatemi. esisto. ci sono. perchè non mi vedete?

ieri la mia ex-amica mi ha fermata e da un metro di distanza come se ci separasse un vetro mi ha attaccato un bottone. uno qualsiasi. un discorso da ascensore. un sorriso a mio figlio.

forse pensava che dopo un anno avessi in qualche modo elaborato la rabbia, avessi imparato a convivere con il dolore. sì. certo. sono sopravvissuta. ho seppellito mia madre. e poi ho seppellito mio padre e adesso so tutto di funerali, successioni, lapidi, diritti di tumulazione etc etc. so tutto di come far correre due ambulanze e un’auto medica. so leggere la risposta di una tac. so dare il giusto peso alle presenze e alle assenze delle persone intorno a me. io non conto poi molto. loro neanche. questo ho imparato. che sono sola. rotta. a pezzi. irreparabile. e comunque sono io.

ho perso di vista l’amore pur conoscendolo, pur sentendolo. ho perso e  me ne sono fatta una ragione e come mi ha detto un amico l’altra sera questo è il mio punto di forza. essermi spezzata e poi ricomposta. aver sparpagliato le mie viscere ovunque. avere spalmato i miei sentimenti come burro tutto intorno alla mia rete salvifica. amatemi. fatevi amare. aiutatemi. fatevi aiutare.

senza veli. senza finzioni. senza tempo da perdere. con violenza a volte.

luglio per me sarà sempre caldo. troppo caldo. caldo da morire. caldo che sudi e la maglia ti si appiccica al cuore e le lacrime si asciugano sul viso. e mi manca mia madre. e mi manca mio padre e mi manco anch’io. persa troppo dolore fa. e mi sento sola. e vorrei sparire. sciogliermi come un cubetto di ghiaccio nella coca cola fresca. lentamente. salire su fra le bollicine.

invece resto. sono qui. l’insieme che non è più la somma delle parti. e ho caldo. e io detesto il caldo. detesto le assenze. chiudo gli occhi. sono tutti morti. eppure è ancora tutto così vivo. così vero.

sabato sarà un anno che è morta mia madre. e poi mio padre. 6 mesi. il tempo passa. le ferite restano. gli amici se ne vanno. i temporali arrivano.

dio benedica la pioggia. e certi abbracci speciali. che durano tantissimo e tu puoi perdertici dentro e quasi quasi non tornare più.

 

La donna forte ha bisogno di affetto e protezione come chiunque altra. Perché quasi sempre quel “lei è forte” significa solo “lotta da sola

Paulo Coelho

 

Non cucinavo granché. Pranzavo a mensa. Cenavo con i miei.
La mia vita ruotava intorno al mio lavoro.
I miei vestiti.
I miei amici.
I testosteronici di turno.
Tutto nella norma.
Tutto li.
Poi improvvisamente mi sono trovata a casa.
Con due figli.
Con tre figli.
Con due anziani.
Con due malati.
Con pranzi e cene e lavatrici su lavatrici.
Ho nuotato a rana sul fondo.
Apnea.
Bolle.
Obnubilamento.
Addio.

Mi ha tenuto a galla la ciccia.
Oh si.
Quella ciccia di cui mi lamento sempre.
Per cui oggi guardavo una metà del mio armadio a sei ante e pensavo che devo buttare via tutto.
Giacche e gonne così belle e con così tanti ricordi addosso che mi sembra di buttare via un pezzo di me.
Benvenuta vita alternativa.
Lo so che ce l’hai con me perchè ti considero una seconda scelta.
Perché preferivo Milano al Paesello. 12 ore fuori casa alle 6 lavatrici quotidiane.
Che ci posso fare se la casalinghitudine non fa per me?
Tutte queste donne che parlano di altre donne e di altri uomini che non sono i mariti e di cosa fai per pranzocenamerendaeCapodanno?
Fregaunkaiser a me.
Non mi frega un tubo dell’olio di palma, dei semi macrobiotici, dei vegani e della frutta biologica. Ho fatto vent’anni di mensa fra università e lavoro. Avrò ingoiato famiglie di cimici pensando fossero zucchine.
Io sto bene quando lavoro.
Quando progetto.
Quando non dormo e tutto tace.
Tutti tacciono.
Le casalinghe si annoiano e molti uomini si offrono come passatempo.
Che grasse risate.
Se ho del tempo io leggo.
Non sto a sollazzare l’ego di qualche perdigiorno.
Detesto i trastullatori.
I nullafacenti.
I cazzeggiatori.
Il tempo è prezioso.
Il tempo è tutto.
E il mio tempo deve produrre.

Oggi nuoto con grandi bracciate nella nostalgia.
Sento fortissima l’assenza di mia madre.
E nonostante non sia in zona ciclo, mi si continuano a riempire gli occhi di lacrimoni.
Mi manca e non so cosa darei per rovesciarle sopra tutte le mie paure e poi farmi abbracciare.
Mi manca e non so con chi parlare.
Così non parlo più.
Converso.
Sono sempre più abile nel tenere graziose conversazioni con le viscere impacchettate con la carta paglia sotto il banco del macellaio e una montagna di parole vuote e leggere a riempire il silenzio.
Vorrei qualcuno che mi stringesse. Mi stritolasse. Mi accorpasse al suo se’ per non essere più solo io. Perchè sono stanca. Stanca da morire.
E invece continuano tutti a chiedere.
E io continuo a dare.
Perché in questo sono brava.
A dare.
Ad amare.

Piove. Sarà per questo che scivolo via come una goccia sul parabrezza. Scendo veloce. Mi espando. Divento pozza. Poi lago. Poi mare.

Nuoto lontana.
Non torno su più.

pensieri sparsi e acchiappati al volo col retino delle farfalle. molti punti. nessuna maiuscola. nel pieno del mio stile da piccola ape furibonda. martedì 17 e poche ore di sonno. molti baci (il lastOne promette benissimo come cavamutande). una lite prima di dormire. una prima di mangiare. assertività ai massimi livelli, pronta a inserire la chiave e a pigiare il tasto rosso. livello di allerta massimo. esplosione in corso. salvatemi. fra pochissimi minuti 18 maggio. mamma che non c’è. nessun pigiama, o pantofola, o pianta, o foulard da regalare. c’era il sole e ho comprato delle margherite gialle. avrei voluto sprofondare in un cappuccino e invece ho preso un tè. ho comprato un’auto. non ho ritrovato la borsa. ho capito che quando due persone si piacciono tanto tanto e non riescono a dirselo poi arrivano a detestarsi. ed è un peccato per la fonte di energia amorosa di cui il mio osteopata parla con tanta veemenza. se mia madre fosse qui saprebbe aggiustarmi. lei aggiustava tutto. sedeva paziente e a capo chino. rattoppava. cuciva. rimediava. se mia madre fosse qui la inonderei di parole. quelle che non dico più. ho scoperto che dopo i 40 si parla sempre di sesso e gli uomini hanno la tendenza ad uscire dal seminato per misurare la potenza del loro fucile. poiché la faccia da quaglia non ce l’ho, io mi mimetizzo fra una battuta e l’altra e alla domanda “non mi merito un bacio” io rispondo che non bacio nessuno. tutt’al più mi faccio baciare. i mariti delle amiche sono off limits. è il dodicesimo comandamento. i mariti delle amiche non ti dovrebbero whatsappare, o mandare emoticon bacianti. i mariti delle amiche dovrebbero ricordare i voti scambiati davanti a questo cristo che si immola. ho capito che detesto i cascamorti, i piacioni, quelli che trasudano corna da ogni poro. pensieri sparsi e attaccati al foglio come un collage. coccoina spalmata col pennello. pezzi di vita ritagliati così come viene. non sempre otteniamo ciò che vogliamo. due giorni che vedo “io che amo solo te”. me lo sono gustato domenica sera in una delle mie sessioni di “stiring” come le chiama la mia bestfriend. e lunedì. e anche oggi perché mia figlia voleva vederlo. e poi rivederlo. perché alla sua età si cerca ancora di capire l’amore. io ho capito che due persone che si piacciono tanto se sono sposate non si possono piacciare. questo cristo che si immola scenderebbe dalla croce e siederebbe fra loro per ricordargli che l’amore è uno e unico e nei secoli dei secoli amen. ma l’amore ai tempi di mia figlia è un’onda che va e viene e lascia e porta via. e lei mi contamina e mi contagia e io sogno sempre i miei vent’anni. anzi, per la precisione ventuno. la notte è lunga e ho tanto da fare. raccatto i pensieri e li butto in fondo ad un cassetto dove brilla ancora il ditale di mia madre, la sua scatola di fili colorati e la ciotola del mascarpone piena di vecchi bottoni. se lei fosse qui lei mi avrebbe chiuso lo strappo al cuore con la cucitura a punto fitto che le aveva insegnato suor maria pia. mi avrebbe accarezzato il viso. mi avrebbe fatto sentire importante come nessun altro al mondo sa fare. nessun uomo, marito, compagno, marito di amica, trentaduenne, o piacione di turno che sia. mezzanotte e venti. buon compleanno mamma. pensieri sparsi solo per te.

ALLARME ROSSO ALLARME ROSSO
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La polizia postale avverte.
Non pubblicate le foto dei vostri bimbi in rete
Non sapete cosa ci possono fare.
Voi (virgola), non sapete.

Neanche parliamo che già i nostri genitori ci parlano dell’uomo nero Attenta, non fare i capricci che poi arriva l’uomo nero!

Al supermercato, al parco, nei luoghi con più di tre persone Attenta, non ti allontanare che arriva l’uomo nero e ti porta via. E tu, tu non vuoi andare via da mamma e papà, vero?

Dormi, se no arriva l’uomo nero e sentirai come si arrabbia.

Ninnanannanannaoh questo pupo a chi lo do, se lo piglia la befana se lo tiene una settimana, se lo piglia l’uomo nero se lo tiene un mese interoooooo

Ninnanannanannaoh
Dormi amore.
Va tutto bene.
Shhhhh
Nannaohhhhhh
Mamma, e se arriva l’uomo nero?
Chi, Batman?

Era pomeriggio di un giorno di primavera. Io e mio cugino camminavamo verso la mia nuova casa in costruzione. Mamma mi aveva detto che avrebbero gettato le fondamenta e che sarebbe stato bello vederlo.

E così camminavamo.
Due bambini in strada.
Campagna, ma neanche tanto.
Giorno. Sole. Piena luce.

Si ferma una macchina e tira giù il finestrino.
Volete venire a vedere come fanno l’amore mamma e papà?

Ma anche no.
Ma a noi, che ci importa?
Io voglio giocare con le mie bellissime Barbie.
E lui vuole lanciare sassi con la fionda.

Arrivò mio zio e il tipo sulla 127 se la svignò di gran carriera.
Non c’era facebook.
Non c’erano i social.
Ma quello era un pedofilo. Un depravato. Un porco.

Ricordo che all’epoca, andavano molto di moda i giornalini porno.
Se ne trovavano a montagne buttati così.
E anche siringhe.
O sì.
E noi le prendevamo e le lavavamo e ci giocavamo perché chi sapeva niente della droga? E dell’aids? E dell’epatite?

Tutto venne dopo.
Venne la paura dei pedofili fuori dalle scuole. Amici di merende degli spacciatori. Di quelli che ti danno le figurine, tu le lecchi e hai un trip.
Vennero i video hard sul pc che ti salta fuori un rasagnolo di carne che solo a guardarlo inizi a prendere le misure come quando devi caricare le valige nel portabagagli.
Venne la polizia postale.
E messanger e poi whatsapp con i figli con dei nick che a solo leggerli pensavi “non posso averli messi al mondo io, c’è stato uno scambio in culla con qualche erede di Ilona e John Holmes.

Sono un paio di giorni che il mio profilo Instagram mi propone continuamente video e foto porno. Ci sono signorine magroline e neanche tanto sexy che si infilano oggettini colorati dentro pertugi diversi. Frame di due o tre secondi. Identici. I profili sembrano quasi tutti fatti dalla stessa mano. E le signorine sembrano casalinghe montate dall’idraulico di turno. Una tristezza indefinibile. Niente di lussurioso. Niente di erotico. Fossi maschio io, non mi si alzerebbe nemmeno la leva del freno a mano.

Da quando ho facebook pubblico foto dei miei figli. Mi piace condividere certi momenti con i miei amici e mi piace vedere i loro. Come crescono. Cosa fanno. Quelle piccole cose buffe che solo i bambini sanno dire e sanno fare.

Però NO. Sacrilegio. Anatema. Orrore e raccapriccio.
Ma che madre sei?
Ma non sai che cosa ci possono fare con le foto di tuo figlio che gioca col pongo fatto dalla maestra all’asilo?
Ci si fanno le pippeeeeeee
Oppure ci mettono uno sfondo letto a baldacchino, gli tolgono il ghiacciolo arcobaleno e ci mettono un bel pisello.
E poi vengono davanti alla scuola e te lo rapiscono.

Quelli che guardano le mie foto su facebook.

Non sia mai che lo faccia qualche istruttore di pallone. Autista di pulmino. La maestra. Le bidelle. Il fidanzato delle bidelle. Il signore dall’aria rispettabile al parco. Il fratello dell’amico della cugina. Lo zio.

Sicuramente la polizia postale ha ragione.
Sicuramente siamo tutti in balia dei social.
Siamo rintracciabili.
La nostra vita è ricostruibile.
Cosa mangiamo. Dove andiamo. Con chi stiamo e quando.
Scriviamo se siamo in vacanza così i ladri sanno.
Postiamo cosa mangiamo così il dietologo controlla.
Pubblichiamo citazioni che sono in verità messaggi d’amore cifrati per assecondare la parte più libertina di noi.

E i bambini nel mezzo.

No, cioè, mio figlio mica me lo ha dato il permesso per pubblicare le sue foto. Io non lo faccio.
Ah beh. Invece ti ha autorizzato a mandarlo al nido. Lasciarlo 8 ore li. Dargli il biberon invece della tetta. Darlo alla babysitter mentre vai a cena da amici perché poi, sai, disturba.

Quando pubblico una foto di mio figlio lo faccio con tanto, tantissimo amore.
E non per pavoneggiarmi di lui (giuro ho letto anche questo) ma per condividere il suo sorriso, quell’attimo di felicità che mi ha regalato e che passa, via, così. E non torna più.

Magari qualcuno ci si farà le pippe. Qualcuno lo faceva anche con le modelle in mutande di pizzo sintetico di Postalmarket.
Pensarlo mi fa un po’ schifo. Ma tant’è. Gli calerà la vista.

Ma la vera sfigadellemamme è questo senso continuo di io sono meglio di te.
Io MAI.
Il mio bambino, MAI.

Neanche il mio bambino mai.
E nemmeno il bambino che siede mezzo nudo sulla confezione dei pampers.
O sul catalogo di costumi calzedonia.
O in tv sullo spot di qualche latte artificiale.
Su video, profili instagram, film, campiscuola, oratori, classi, gite, palestre, piscine, discoteche e spiagge.

Nessun bambino, mai.

Ninnanannanannaoh
Questo figlio a chi lo do.
Lo daremo alla sua mamma che gli canta la ninnananna.

E adesso dormi figlio mio. Mamma veglia su di te.

ndr.

Questo post è un po’ che covava. Come l’influenza, insomma. Perché ho letto e leggo con sempre maggiore frequenza commenti ipercaustici di mamme vs mamme. La cosa mi intristisce e mi irrita. Non c’è mestiere più delicato di quello del genitore e penso che ognuno faccia del suo meglio, foto o non foto su Facebook, instagram, blog o quel che è.

Il vero male non sono le mamme che amano raccontare la vita con i figli. Il vero male è altrove. Non è non postando le foto dei bambini che cambiamo il mondo. Come non è mettendo gonne lunghe che evitiamo stupri, o facendo corsi di autodifesa che fermiamo la violenza.

Sempre più spesso ci fermiamo al dito che indica la luna. Peccato.

 

 

 

 

 

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Ci fu un tempo in cui fui anch’io madre di figlia femmina.
Tempo di trecce ed elastici colorati, di gonne di tulle e maglioncini con le paillettes.
Le madri delle femmine non sanno ciò che vuol dire avere figli maschi.
Entrano da H&M e fanno strage di cerchietti e coroncine, di collant laminati e calzine a pois.
Le loro bambine andranno a feste e cerimonie vestite come meringhe e resteranno intonse e immacolate per almeno tre quarti dell’happening.
Le più vezzose oseranno mollette di strass sulla testa o fiocchi di velluto intorno alla vita. Alle recite avranno sempre un ruolo più o meno da protagonista e si lasceranno immortale da padri gonfi e tronfi in pose plastiche che premettono un futuro da Miss Qualunque cosa ma datemi fascia e corona. Me le ricordo recitare poesie di Pasqua e Natale dondolando il busto e ammiccando a tutti gli auditori presenti; bussare sulla spalla della maestra per informarla della marachella di qualche scalmanato compagno; sedersi composte a tavola, posarsi il tovagliolo sul grembo e aspettare il proprio piatto.
Finché fui una madre di figlia femmina sotto i dieci anni mi sentii una madre fortunata.
Poi arrivarono i maschi.
I demolition men.
I caterpillar formato domestico.
E fu la fine.
La mia bella casa sembra costantemente uscita da un uragano e in ogni stanza spunta una traccia della maschile presenza. Se non è un’auto è un trattore, se non è un pallone, trattasi di montagna di lego in bilico.
Sei al parco, ti giri e lo trovi a brachette calate che annaffia le piante. Sei a cena con gli amici e sotto al tavolo c’è più gente che sulle sedie. Gli metti un bermudino a scacchi, una camicia bianca e un papillon e dopo mezz’ora lo trovi infangato fin sulle mutande.
Quando gioca è tutto un Vrrrrrrrrrrr Fssssssssssss Moooooomoooooomooooooooomoooooooooo o un bumbumbum di martelli e cacciaviti, attacca stacca.
Fare la spesa diventa un’impresa titanica. Voglio un’hotwheels. NO. Voglio un’hotwheels. NO.Due etti di crudo. Per favore. Voglio un’hotwheels. NO.Voglio un’hotwheels. NO. Ace, ammorbidente, sale grosso. Voglio un’hotwheels. NO. Mamma, mi compri l’ovetto? No. L’hai gia mangiato. Ah. Allora…Voglio un’hotwheels. NO. Per favore 1/2 kg macinata. Voglio un’hotwheels. NO.Voglio un’hotwheels. NO. Mamma, allora mi compri l’ovetto. No. L’hai già preso. Grazie! È sì è un bambino vivace. Mamma, mi compri l’ovetto? No tesoro. Guardi prendo anche il petto di pollo. Amore, stai qui. Lascia stare tuo fratello. Non mordere. Grazie. Mamma, mi compri l’ovetto? Oppure un’hotwheels. Dai. Dai. Dai.
I figli maschi stanno alle madri come le emorroidi al proprio deretano. Sono un pezzo di te. Intimo. Profondo. Ma LASCIATEMELO DIRE anche fastidiosissimo. Sono estensione della madre per secoli e nei secoli amen. Restii all’autonomia vincolano la propria indipendenza alla capacità organizzativa della donna che hanno al proprio fianco. Maaaaaammaaaaadovesonoicalzini?lemutande?ilibri?…
TESOROOOOOdovehaimessolacamiciabianca?hairitiratotulagiaccainlavanderia?

Le madri dei maschi vivono il ruolo materno come una missione.
Rendere la protuberanza un adulto tutto intero.
Confidenze poche.
Complicità poca.
Coccole e bacini e mammatuseilamiaprincipessa, sí.
E poi.
Mazzi di fiori di campo raccolti tornando da scuola.
Montagne di disegni con cuori e camion.
Sassi, insetti, jeans strappati e mani sempre sporche. Il quotidiano.

Un giorno crescono.
E si innammorano di una vestita come una meringa.

E portano via con se’ quel profumo di sole nei loro capelli, quelle mani sempre pronte a cercarti, quelle risatine senza fine. Portano via un pezzetto di te.
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sono sempre stata una tremenda. una di quelle bambine, ragazzine, donne impulsive e viscerali che stanno spesso sulle palle perché la verità la tengono in tasca. poi sono entrata in una grande azienda che mi ha fatto prendere tante di quelle palate sui denti che ho imparato.

ho appreso che non tutto ciò che pensiamo si può dire. alcune cose si pensano e devono restare confinate lì, nella nostra testa.

la lingua prude, le mani pure, la soluzione è sotto agli occhi, noi faremmo così, noi saremmo in grado. niente. il silenzio stampa è quasi d’obbligo in certi contesti e con certe persone.

ne va del quieto vivere, del limitare i danni di un’invasione di campo del rispetto dell’altrui libertà di pensiero (se non di stupidità).

mi manca mia madre perché con lei i filtri imposti dagli altri non esistevano. a mia madre raccontavo tutto. senza imbarazzo. era con lei che sbottavo quando rientravo da lavoro cercando di digerire una quantità di rospi formato famiglia. era da lei che cercavo conforto e confronto. era con lei che mi divertivo a spettegolare senza la paura di passare da pettegola.

certe cose una mamma le capisce.

c’era intimità, c’era complicità. non c’era il rischio di essere giudicate, additate.

anzi. era il nostro ritmo. il nostro modo di conversare. privo di convenevoli. tagliente. spiccio. sparato dritto al cuore, come piace a me. come non faccio più da tanto neanche con mio marito perché poi, certi equilibri bisogna pure mantenerli.

finchè.

mi è capitato recentemente di accompagnare mio figlio dal dentista per un’urgenza. e nel tentativo di far passare il quarto d’ora brutto dell’anestesia e relativo trapanamento, innescare una discussione con lui sul mio modo di gestire il bambino sulla poltrona. la cosa ha assunto degli strani contorni. neanche tanto per la situazione antipatica per cui, lui, senza mezzi giri di parole mi ha dato della madre incapace ma per il resto della discussione che non trova requie.

a corti discorsi.

lui mi dice che faccio comunella col bambino e per questo lui, 5 anni, fa i capricci sulla poltrona. lui mi dice che sono una madre inadeguata perché faccio l’amichetta con mio figlio e questo lo porterà a scavalcare sempre la mia autorità. lui entra senza pietà nella mia sfera personale e a gamba tesa mi serve un giudizio bello pronto e neanche contestabile pena l’etichetta di permalosa.

resto talmente basita che lascio il mio leone russare e me ne vado abbastanza stizzita senza replicare più di tanto.

ne parlo con una paio di amiche e ci troviamo tutte concordi che, insomma, c’è un limite a quello che una persona si deve sentir dire. c’è un limite alle cose che vomitiamo addosso agli altri.

alla prima battuta scambiata via sms per fissare un appuntamento, mi ritrovo fra le mani un pacco bomba. e giù fiumi di parole per ribadire che la colpa è mia.

la colpa è mia. certo. è mia per forza. ci sto io con i miei figli. sempre.

io li vesto, li accompagno, li vado a riprendere, cucino per loro, li consolo, li sgrido, li bacio, li minaccio, li perdono. Loro sbagliano. Io sbaglio. Io chiedo scusa. Loro imparano a chiedere scusa.

non ho mai avuto dei nonni che facessero qualcosa per me. che mi sollevassero dal mio ruolo genitoriale.

dei suoceri che me li recuperano a scuola, mi fanno trovare il pranzo pronto, mi stirano i panni, mi lasciano curare la mia professione e viaggiare e lavorare senza orari.

io mi arrangio.

e sì magari sbaglio.

li bacio troppo. li coccolo troppo. li lascio attaccati al seno finché non dormono con le guance arrossate e la bocca leggermente socchiusa.

e anche questo è sbagliato. Per lui.

Per me sbagliato è confondere la simpatia con l’intimità. Arrogarsi il diritto di esprimere giudizi universali avendo visto di te solo un’ombra di ciò che sei. basandosi su un’idea. un’impressione momentanea che si porta dietro un proprio personalissimo retaggio personale e familiare.

perché credi che un figlio amato e sostenuto debba per forza abusare del mio amore? che problema hai con l’amore?

io sono stata profondamente amata. sostenuta. e non ho mai tradito la fiducia che i miei genitori mi hanno dato. e l’ho fatto a volte rinunciando a qualcosa che desideravo. per non deluderli. per non farli soffrire. consapevole del tanto amore che avevano investito su di me.

sono profondamente arrabbiata. visceralmente arrabbiata. arrabbiata come non mi capitava da tanto.

ho calamitato una serie di persone che mi hanno scambiato come punching bag e si divertono a misurare il proprio ego sfidando me.

mi verrebbe da dire. quello è il mio spazio. questo è il tuo. io non entro nel tuo spazio. tu non entri  nel mio. insieme così, nel rispetto reciproco danziamo.

e invece no. invece mi devo portare a casa una lezione di vita. e tacere. come ho imparato a fare. e restare leggera. volare via.

e poi, ciao.