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Era da sempre il mio giorno preferito, il giovedì. Il sabato del sabato del villaggio dell’impiegato medio. Il giorno del giro di boa. Il giorno in cui il week end si affaccia all’orizzonte e ciò che resta è solo uno scoglio di nome venerdì.io

Il primo pensiero, aperti gli occhi questa mattina, è corso a due settimane fa, a quella mattina da 40 gradi all’ombra di cui ricordo esattamente ogni cosa: il profumo dell’ammorbidente sulla camicia di seta bordeaux che ho lavato prima di portare in camera mortuaria, la ricerca delle scarpe e delle calze, le pieghe del foulard che ti hanno annodato sul collo, il verde brillante del succo di mela che ho bevuto al bar con mia figlia.

Sono passati 14 giorni e il caldo è ancora quello. Feroce e instancabile. Non da tregua. Sfianca gli spiriti e agita le anime. La tensione è palpabile e basta un nulla per far scoppiare un tafferuglio.

Mi chiedono tutti di mio padre. E mio padre chiede tutto a me. Io, non chiedo più niente. Ho tanta di quella stanchezza addosso che vorrei sfrattare il vecchio delle Alpi e dedicare il mese di agosto a raccogliere erbette per far ingrassare fiocco di neve e tutta la sua stirpe.

Ma sono qui.

Ho fatto il tour burocratico post-mortem. La reversibilità per la pensione, il certificato e l’estratto di morte, il conto corrente vecchio, il conto corrente nuovo, una quantità tale di marche da bollo che potevo riempire un album di figurine. E poi ringrazia, bacia, abbraccia, e di  nuovo abbraccia, bacia ringrazia. Per fortuna. Perché l’affetto, in questi casi non è mai abbastanza.

Mi è rimasta addosso questa sensazione colpevole di voler vivere, o forse (e anche) di poter vivere, e mio padre, in questo, non mi aiuta. Guarda quasi con disprezzo la vita che ci circonda, i posti dove la gente si incontra e ride, le uscite per un cinema o una pizza con gli amici del cuore.

Lui vorrebbe il lutto, le finestre oscurate, i temporali che fanno novembre, e le calze nere da qui all’eternità.

Io vorrei tornare agli anni d’oro. Gli anni in cui mia madre cucinava per un reggimento e si mangiava avanzi per una settimana, quelli in cui le vacanze iniziavano quando mi caricava sul suo furgone e andavamo insieme a comprare il pesce alle tre di mattina. E c’era l’odore del mare mescolato al detersivo passato con gli scopettoni in legno sul pavimento della pescheria.

Se chiudo gli occhi sento ancora il banditore chiamare i pescherecci e presentare il pescato pezzo per pezzo fra nomi e numeri scritti sulla lavagna, golfini lisi sotto ai gomiti e portafogli stretti sulle tasche dei grembiuli.

Mi mettevo su un angolo e guardavo mia madre salutare, saldare, contrattare. Testa alta, mai un imbroglio, mai un ritardo nel dovuto.

E piano piano albeggiava. E saliva profumo di caffè, e il rumore assordante dei furgoncini che caricavano le cassette di pesce e ripartivano per le loro strade.

A casa nostra le sei di mattina era sempre mezzogiorno. Quando in inverno mi svegliavo per andare a scuola, il borbottio della seconda caffettiera di mio padre e il loro vociare prima di uscire ognuno con il proprio carico, era il mio buongiorno.

Spesso suonava anche il telefono. Qualche cliente ansioso ordinava all’alba per una cena o un evento e io dallo sprofondo del sonno raccattavo veloce carta e penna.

Gli anni d’oro di cui ho malinconia sono stati anni duri. C’erano mutui da pagare e fasci di cambiali che mia madre ha conservato come un trofeo per anni. Io ero spesso sola. Dormivo sola in una casa grande e vuota. Tutto faceva rumore. Niente confortava se non l’attesa del giorno.

Ma la domenica era sempre festa. Con le tagliatelle fresche e il sugo vero, con la gallina e la conserva Spezziol che prima o poi mi dovrò prendere la briga di trovare nella mazzetta pantone.

Due settimane oggi.

Fuori c’è Alberto che canta meravigliosamente Renato Zero e le note del suo concerto dentro la nostra Arena arriva fin qui e si mescola al profumo di sigaro di mio marito.

Non mi sento sola. Ma mi piace ricordare e cullarmi nella storia che insieme abbiamo costruito. Perché tra tante, anche la nostra è una storia d’amore. E inizia con la mia adozione.

E merita, si merita che un giorno la racconti. Con quella forza e quella tenerezza che cento volte, mamma, l’hai raccontata a me.

aspettando l'alba.

aspettando l’alba.

 

 

 

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till the end of time ©Cristianamat

till the end of time
©Cristianamat

È morta mia madre. Non ci giriamo intorno. Era malata. Ammalata da morire. Soffriva. Da cani. Era diventata il mio quarto figlio. Il più difficile. Il più lamentoso. Pesante da seguire e senza aspettative.

È morta di giovedì mattina. Io non c’ero. Dormivo di sonni agitati e sogni inquieti a casa.

Me lo ha detto mio marito.

Svegliati. È andata.

Lo sapevo. Era inevitabile.

Lo sapevo e per questo, staccarmi dal suo letto ha spezzato definitivamente qualcosa dentro di me. Qualcosa che era mio e ora non c’è più.

Le ho detto, aspettami domani, porto papà, lo saluti. E lei mi ha sorriso da sotto la maschera per la ventilazione artificiale, stordita dalla morfina e dal tanto dolore portato per mesi. Mi ha sorriso. Mi ha detto prenditi cura di lui. Fallo lavare, fallo mangiare. E non piangere. Hai tre figli da crescere. Non piangere.

La sua mano teneva la mia. Le sue dita mi accarezzavano in quel suo strano modo di fare. Le ho fatto vedere le foto dei bimbi al telefono. Le ho lasciato la Madonnina di Lourdes sotto la camicia, vicino al cuore. E sono andata dopo un ultimo bacio.

Mamma, vado. E invece, è andata lei.

L’ho ritrovata composta e fredda dentro la bara. Una bara scelta da mio marito. Profumava di shampoo e aveva perfino un filo di trucco. Era bella come da tanto tempo non la vedevo. Profondamente quieta.

Mamma.

Mamma.

Ripeterei per ore quel nome.

Mamma. Da quanto tempo mi mancavi?

Mamma che la malattia ti ha spezzata in ogni dove.

Mamma che fino all’ultimo sei rimasta aggrappata con le unghie e con i denti a ogni piccola fiammella di speranza.

Mamma che mi hai spremuta come un limone. Mi hai caricato di un peso più grande di me al punto che anche le ginocchia non mi reggevano più. Al punto che io, non ero più io. Non sono più io.

Quando sei morta ho pensato che nessuno al mondo mi avrebbe amato come te. Te che mi hai reso libera, e autonoma e pensante. Non una mammoletta tenera che nonostante gli anni non sa mai da che parte guardare la vita.

Tu la vita me l’hai buttata addosso e mi hai detto, vai! Vivi, lotta, lavora. Spalle forti e camminare. Sempre.

E questo so fare io.

Anche se poi, mica lo so quanto c’ho guadagnato.

In questo anno lungo e doloroso, mentre io continuavo a vivere e tu ti curvavi sotto il peso della tua malattia, il mondo ha girato, i figli sono cresciuti, alcuni amici sono entrati nella mia vita, altri se ne sono andati portando con loro amarezza e delusione.

In questo anno quasi irreale, mentre insieme sentivamo sempre più assenza di ossigeno, tu chiudevi i tuoi capitoli, e io i miei sogni. In un cassetto di cui, non mi importa neanche più avere la chiave.

E mi tocca alzarmi. Preparare colazioni. Vestire i bambini. Cucinare e lavare. Quando sarebbe stato giusto, come dopo un parto, avere 40 giorni per me. Per riprendermi dal distacco. Per comprendere questa nuova dimensione. Per imparare a guardare un mondo in cui tu, non ci sei più.

Domani mamma andrò in azienda. Mi sentirò di nuovo dire che tra noi, la magia è finita, che sono un’eccedenza, un peso morto. Una che non serve. Domani mi chiederanno di licenziarmi e se non lo farò faranno in modo che nel giro di poco tempo me ne vada da sola. Spezzandomi ancora perché di male, in me, c’è qualcosa che hai piantato tu, ed è un misto di onestà e forza, e voglia di fare sempre e ancora, insaziabile e indomabile. E questo, non a tutti piace.

Domani mamma è uno di quei giorni in cui ti vorrei con me. Come durante quel fondamentale di inglese in cui sedesti con noi, aspettasti, composta e profumata di shampoo, una testa grigia in mezzo alla meglio gioventù.

E poi tornammo a casa insieme, stanche e felici perché un altro scoglio era superato. E c’era ancora tanta vita da macinare insieme.

Sei morta di giovedì mattina e io non c’ero.

Ma sono certa che da quel momento siedi nell’angolo più bello del mio cuore. E ti sento. E mi manchi.

Ragnatele e polvere. Polvere e ragnatele. Via, apriamo le finestre, lasciamo entrare maggio nel blog.

Sono volati i mesi. Il tempo di leggere qualcuna delle mie blogger del cuore l’ho trovato ma fermarmi a scrivere è stato impossibile tanto quanto andare dalla parrucchiera e depilarmi i polpacci.

Ho dovuto rimediare partorendo i soliti post mentali, facendo il colore mentre facevo il cambio delle lenzuola e depilandomi prima con la lametta  – sacrilegio!  –  e poi un sabato mattina attappata in bagno di nascosto mentre santopadre teneva i pargoli.

La dura vita della casalinga.
Sì, proprio così.
Durissima.

Ecco perché quando ho avuto l’opportunità di ritornare anche solo temporaneamente ad avere una parvenza di lavoro ho colto la palla al balzo senza valutare le ricadute.

Ho preso un impegno. E mi piace pure. E ho conosciuto persone nuove. Mi piacciono – quasi –  tutte anche loro. Però il sacrificio è grosso, i soldi un miraggio e il futuro sempre incerto.

I bimbi non capiscono. Forse perchè lavoro a casa. Forse perchè quando sono al telefono non sono con loro. Forse perchè nessuno dei due piccoli ha memoria di una mamma che lavora.
Il benservito arrivato con la seconda maternità mi ha trasformata in mamma a tempo pieno. E il passaggio a tri_mamma è stato quasi spontaneo. Una meritata promozione, un vero e proprio avanzamento di carriera.

Fare la mamma mi piace ma mi va stretto come questi jeans che mi ostino a portare trattenendo costantemente il fiato e imputando al lattosio una pancia alla quale avrei dovuto dire Goodbye da mesi. Ma non ci riesco. Ho fame. Fame di cappuccino e cornetti. Fame di thè caldo con le amiche. Fame di una cioccolata calda con il gruppo dei carbonari_purtannari.
Fame di tempo per me. Raro e talmente tanto in grado di farmi sentire in colpa che lo bramo ma lo evito.

Nel frattempo sono riuscita ad organizzare una cena di oltre 100 persone. Pesce, risate e amarcord allo stato puro. Ho ancora mal di piedi per la sfacchinata ma la genuina allegria della serata ha reso leggero ogni passo.
Ho realizzato un video che fra un frizzo e un lazzo è arrivato a quasi ventimila visualizzazioni. Mica giuggiole.
E se le persone con cui collaborano saranno oneste come spero, forse riusciremo a goderci una serena vacanza montanara.

Di tutto questo devo ringraziare chi con me si è speso. Nuovi amici, che via via vanno riformando la mia rete quotidiana di salvataggio: una telefonata, un confronto, un caffè insieme, un progetto condiviso.
Non mi sento sola. Abbandonata. Schizzata via da un’azienda che mi ha trovato ingombrante, scomoda, troppo fuori dalle righe.
Mi sento sopravvissuta. Uscita dal limbo nel quale il dolore mi aveva confinata.
Ho il sole in faccia. Un bimbo in braccio. Il profumo dei fiori che mi ha colto Lello in giardino. Vittoria che mi manda sciocchi messaggi su wzup. Un uomo che mai, mai ha smesso di credere in noi.
Non mancano i problemi. Ci sono ancora tutti. Ma ho il sole in faccia e l’inverno è finito.
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Ah no. Non è che mi sono disinnamorata del mio rifugio da scribacchina. È che sono stramazzata sotto una montagna di panni da lavaresmacchiarestirareriporre.
E se non sono i panni sono le grandi manovre che mia madre si è messa in testa di fare.
Seduta dalla sua sedia semi-rotellata, con bastone a mo’ di scettro del potere, dirige aperture di armadi che non vedevano la luce da anni.
Un vago odore di naftalina, stantio e moda anni ’80 ha invaso tutto il garage e rinvangato ricordi sopiti, quando non volutamente nascosti.
Sono riemerse mini che potrei usare come fascia per i capelli e che mi riportano ai primi viaggi fatti da fidanzati. Una gonna in particolare, a scacchetti bianchi e blu e vita anni ’70, mi catapulta a Nizza, orto botanico, e noi che passeggiavamo fra farfalle e felci. Tante rughe fa.
A malincuore ho messo anni della mia vita nei sacchi destinati alla raccolta indumenti.
Un tailleur rosso di panno che portavo ad un matrimonio. Ho le foto in soffitta. Ero col mio ex e di quel giorno ricordo la fastidiosa sensazione i avere dei capelli troppo da signora, e delle calze/scarpe troppo nere per il rosso sopra.
E poi quella gonna lunga, di tessuto elasticizzato, compagna della mia prima gravidanza. Magari servirà ad una futura giovane mamma. Magari si sentirà un pizzico felice con quell’indumento fatto apposta per contenere le sue forme in evoluzione.
Io dubito di averne di nuovo bisogno.
Tre. Cioè tre sono tre oggi. Mica parli di figlio unico.
Ieri, al supermercato, in una delle mie sparute uscite mondane, fatte di acquisto pannolini e raccatto pranzo/cena, ho sentito la cassiera guardarmi stupefatta mentre focalizzava il terzetto.
Il bebè era sul marsupio e in modalità “pronto signora che sa di latte, mi sente? Io avvertirei un certo languorino. Quindi, o caccia la tetta o qui parto con la sirena”. Il Tato era nella sua miglior interpretazione di “va ora in onda l’ora del capriccio” e ripeteva random…voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande…mi aveva quasi ipnotizzata
Sottotitoli per non udenti, non necessari. Anche in quest’occasione, la barriera del suono veniva frantumata dal frigno continuo e martellante.
Miss Paturnie invece usciva da scuola e se non ci trovava saliva sull’autobus e quindi viaggio a vuoto.
Alla mia incitazione al Tato di smetterla di scapricciare e di sbrigarsi che altrimenti Vittoria non ci trovava, cassiera e collega si guardano, mi guardano e dicono…perché ce n’è PURE un’altra!?!?
Ah beh, coraggio signora.
Coraggio.
È la parola che ho sentito di più in questi mesi.
Non auguri, congratulazioni, che bello! Che pazzia, no. Coraggio.
Come se, essere genitori facesse paura e si dovessero invocare Luke Skywalker e la Tata Matilda insieme per un sostegno morale.
Beh, magari funziona pure.
Sto effettivamente passando al lato oscuro della forza. Sguardo sempre più torvo, qualche minaccia di collegio a vita (per Miss Paturnie) o di smaltimento coatto di tutti i lego in sacco nero indifferenziata (per il Tato).
Il massimo è stato il Nano treenne che imitava una mia sfuriata. “Cattiva mamma, cattiva! Non si fa così e colà. Cattiva. Tu mi fai arrabbiare. Sono rabbioso, rabbiato! Butto via tutto! Cattiva mamma”. E aperto lo sportello sotto lavello, ha cestinato le spugne, i sacchetti per l’immondizia e pure la tovaglia della colazione.
La sorella ed io eravamo attonite e ce la ridevamo sotto i baffi.

Cattiva mamma.
Questo però mi è rimasto dentro. E anche se so che era in una fase di totale imitazione mi è dispiaciuto tanto.
Perché quando la forza oscura mi trasforma, mi annulla quell’immaginetta edulcorata di happy family che adoro: noi cinque tutti belli (ed io magra con un jeans che mi calza divinamente), in una casa linda con fiori e profumo di biscotti, che ci abbracciamo e ci coccoliamo.
Senza capricci.
Senza virus intestinali che ci fanno cadere come mosche uno dopo l’altro.
Senza pile di panni che implorano un ferro caldo.
Senza la stratosferiche puzzette che rilascia ad intervalli quasi regolari il newborn. Cioè…rianimano uno svenuto. Da non credersi.

Sono una cattiva mamma. Si. Capita anche a me.
Per questo mi imbarco in titaniche imprese di riordino e pulizia.
Mi immolo alla detergenza, al mocho, al vetro limpido. E sforno ciambelloni e sformati di verdure.
Ho bisogno di sentirmi in qualche modo abile nel ruolo, salda nella posizione, brava nel mio nuovo lavoro.

I sacchi hanno continuato ad ingoiare pezzi di me. Di ciò che ero, della vita che ho fatto. Via i pantaloni e le giacche da ufficio. Via le gonne a tubo, le camicie, gli shorts di jeans che ancora mi chiedo come ho fatto a portare.
Via tanto, via tutto.
Tre abiti resistono. Non ce l’ho fatta proprio a separarmene.

Forse perché mi sentivo così bella quando li portavo.
Forse perché sono del mio periodo più magro e più femminile.
Li ho appesi vicini. Li ho rimirati a lungo. Ho pensato che non li indosserò più ma che comunque è stato davvero bello portarli addosso, sentirsi donna, fosse per i fiori o per il rosso fuoco che ne sottolineava l’essenza.
E poi…ho pensato che è proprio come la pancia del tuo primo figlio, del secondo, e anche del terzo.
Non la vestirò più, si va avanti.
Ne ho appeso il ricordo allora. L’ho messo vicino al cuore. Ho chiuso l’armadio. Ho guardato avanti.

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Ma se a  Gesù fosse nato un fratello, magari non in una originale location come la mangiatoia, i Re Magi avrebbero di nuovo pellegrinato dietro la stella cometa? Pecore e pastori si sarebbero assiepati di fronte al sacro uscio? e il pupazzetto con la verga e i tre porcellini avrebbe smesso di amoreggiare con la lavandaia per correre con grazioso dono (un prosciutto crudo, il must) al suo capezzale?

Dubbio amletico e rischio scomunica per la metafora che solo Dr House apprezzerebbe.

Il terzogenito è stato accolto fra applausi, palloncini, sms giubilanti, post su facebook ma fermati qui. Nell’epoca del social network la visita a casa, soprattutto se di replica di figlio, non va per la maggiore. In netto calo come l’invio dei fiori. Ora si mandano le cartoline virtuali e i messaggi d’affetto su whatsapp. Se ti va bene, becchi una telefonata fra una tetta e l’altra o trovi la chiamata al risveglio dal pisolino.

Non è certo colpa del bebè. Lui è straordinariamente nuovo, ma lo stampo è noto e ormai, non è piu una novità. 

Il terzo figlio va aldilà delle tappe prefisse da tutto il parentado. Ti fidanzi e ti chiedono quando ti sposi. Ti sposi e ti chiedono quando farai un figlio (la locuzione tipo è: Novità?…beh, ecco…vogliamo aspettare. Aspettare? anatema! il Signore i figli mica li manda quando volete voi! su…). Fai il primo e non l’hai neanche svezzato che già chiedono il bis. Dopotutto vi vengono bene, cosa volete aspettare?. Quando arrivate allo status di famiglia del Mulino Bianco, papà, mamma, sorella, fratello e magari cane che non spela e pesce rosso che sopravvive, il parendato dice stop alle aspettative. Non chiede e se chiede, l’unica, grande domanda è: “adesso vi fermate, giusto”? Qualche sfacciato ha anche una domanda di riserva, piu rara ma un pelino più invasiva: “ti sei fatta chiudere tutto sotto, vero?”

Dopo aver lasciato le famiglie senza parole, non si può mica pretendere le visite in cocchio reale e tappeto rosso. Ognuno a casa sua e se ci si incontra, bene. Assomiglia al fratello. Bravi.

Della mia prima figlia ricordo invece la casa invasa dai fiori e dagli amici. Anche il secondo, forse per i tanti anni passati fra lui e la sorella, resse bene. Di entrambi ho i biglietti e la lista dei doni ricevuti attaccati sul primo album e con piacere e un pizzico di nostalgia mi soffermo a volte a rileggerli.

Erano comunque altri tempi. Siamo cambiati. Abbiamo per forza di cosa cavalcato il cambiamento. Alcuni amici sono rimasti saldi al nostro fianco. Altri sono sbiaditi, come le firme lasciate in quei vecchi biglietti. Altri sono arrivati a colonizzare i posti vuoti, a regalare nuovi momenti di gioia.

Così doveva essere.

Ma il carta manent frega comunque. Potrei fare la lista degli assenti, tranquillamente. Stilare un elenco delle persone che hanno messo nero su bianco “per te ci sarò” e poi sono sparite nel nulla.  Sono le amicizie di comodo. Ne siamo tutti vittime, a volte anche artefici. Coscienti o anche no. Però capita di frequentare persone che non rientrano propriamente nelle nostre aspettative.
Con queste non è mai scattata la molla dell’amicizia, quell’incollamento amoroso che ci fa supportare e sopportare dal profondo del cuore, a volte senza neanche dover proferire tante parole, altre con conversazioni fiume in grado di prosciugare qualsiasi offerta telefonica con o senza pinguini ballerini e foche fiche.

Con gli “amici di comodo”si sta semplicemente insieme, si condivide magari lo stesso posto di lavoro, la stessa palestra, un periodo di studi o la stessa condizione; appena separato o lasciato con il partner; appena assunto; vecchia guardia, stesso percorso di jogging ogni giorno. 

Cambiato lo status, cambia la frequentazione. Cambiata la frequentazione, cambia l’interesse. Anzi, più che cambiare, scema.

Scema nel senso che sparisce. Scema che è come ti senti tu quando succede e tu te ne accorgi. Finalmente. 

Sono qui immersa nella penombra del sonnellino pomeridiano. C’è un vago odore di pannolino, talco profumato e thè in infusione. Gesu terzo se la dorme placido. A lui certe zie e certi zii non mancano. Il suo presepe potrebbe tranquillamente essere fatto di mattoncini Lego e dinosauri. Nessun trio di oro, incenso e mirra, più che altro, tetta destra, tetta sinistra, pampers e via così, giorno e notte, col sole e con le stelle. Cometa inclusa.

In fondo, non c’è delusione che un buon sonno e una buona mangiata non possano alleviare.

Bebè docet.

 

Trimamma da una settimana.
Pieno puerperio secondo tradizione.
Modalità panzer già da subito.
Sbaraccata dalla mia deliziosa cameretta del reparto ostetricia e ginecologia di Civitanova Marche (che consiglio di cuore a tutte le future mamme) e salutata a gesti la cinese ancora moribonda dopo 4 giorni dal cesareo, me ne sono tornata a casa in fretta e furia con borsa, borsone, borsette dei regali, fiori e pupo.
Prima tappa: bar con doveroso sandwich al prosciutto crudo. Meritatissimo dopo 8 mesi di insulso prosciutto cotto e surrogati no toxoplasmosi.
Seconda tappa: scuola materna. Recupero del secondogenito sconvolto e ipereccitato per la sequela di eventi e cambiamenti in corso.
Terza tappa: casa.
Mollata dal marito con le borse da sfasciare, il pupo affamato e desideroso di tetta-mamma-contatto night&day, figlia uno e figlio due già pronti in tavola per un pranzo che non c’era e che avrei dovuto fare.
Misericordia divina.
Mentre l’acqua per gli spaghetti bolle, apro la “valigia per il parto” e differenzio: lavare, lavare a 60 gradi, buttare, camera mia, camera del bebè, bagno.
La prima lavatrice è già in moto quando recupero una confezione di pesto dal frigo e porto in tavola la pasta.
Loro mangiano ed io, stravolta, sconvolta, fisicamente provata, raccatto giocattoli, scarpe, panni di indubbia pulizia in giro per casa. La tavernetta dove mangiamo sembra essere uscita da uno scenario apocalittico.
Zaini, giubbetti, tennis con 5 ore di Eau de pied incluso, pane raffermo, pesche troppo mature.
Cielo, sono mancata solo tre giorni e qui bisognerebbe chiamare Cenerentola e le due sorellastre armate di scopettone e straccio. Se anche la matrigna si abbassasse alle faccende domestiche, ci sarebbe l’asse da stiro libero per lei.
Lo chiamano puerperio.
Una volta, narrano le leggende materne, si stava 40 giorni senza toccare l’acqua.
Io ci avrei affogato buona parte della famiglia visto il comitato di benvenuto.
Abbandonata e arresa all’evidenza, digiuna se non per il paradisiaco sandwich al sapor di San Daniele consumato tre ore prima, spadello della banale carne macinata alla prole, carico la lavastoviglie, raccatto il neonato e salgo in camera.
So che una nonna arriverà a vegliare sugli altri cosi, cambio le lenzuola e gli asciugamani, organizzo la seconda lavatrice, mi infilo una di quelle cose comode che non hanno niente a che vedere con i sexy baby-doll dei film e sprofondo nel sonno tettoso.
Io sonnecchio, lui, attaccato a me, sonnecchia e si allena a diventare un esperto ciucciatore.
Siamo solo alle prime armi e aspettiamo il latte.
Apro gli occhi e trovo i suoi. Profondi e curiosi.
Dal piano di sotto arrivano i consueti schiamazzi.
Il Tato pizzica, Miss Paturnie urla, la nonna fa da arbitro, ma null’altro.
Le condizioni domestiche sono identiche.
La scopa, senza l’intervento dell’apprendista stregone, non ha mosso una setola e il ciarpame è sparso in modo artistico per tutta la stanza.
Per il protettore di tutti i mammalucchi della terra.
Il pupo pisola e lo adagio nella carrozzina.
Il fratello parte subito all’attacco. Con la scusa di baciarlo e accarezzarlo gli assesta un paio di sganassoni e qualche graffio.
La sorella interviene ad un decibel di suono che sovrasta il rombo delle frecce tricolore.
La nonna (di quella paterna, parliamo) impassibile osserva.
Sogno di essere ancora in quella cameretta azzurra, con quegli armadi color carta da zucchero, il chiacchiericcio delle ostetriche, l’odore di sangue, disinfettante e neonati, il rosa e il celeste dei fiocchi nascita. Vorrei tendere l’orecchio e sentire il passo gommoso dell’Oss che porta il vitto o anche solo quella bella tazza di thè al limone caldo.
Affogo.
Ricordo ancora il rientro con Vittoria.
Sotto la direzione di una battagliera mamma, la signora che saltuariamente l’aiutava nelle faccende domestiche aveva lustrato ogni cosa.
Mia madre, in un momento di romanticismo, aveva addirittura comprato uno zerbino con tre orsetti abbracciati.
Fiori in ogni dove.
Profumo di brodo caldo e pulizia.
Vorrei tutto questo.
Vorrei mia madre pronta ad accoglierci e nessuna virgola fuori posto.
Ma mamma è in ospedale e tocca a me dare una sistemata alla punteggiatura.
Cosi, lavoro di coltello, pulisco le verdure e dopo una decina di minuti il brodo è su.
Miss Paturnie controlla il bebè e gli canta canzoncine che parlano di pesci e muffins.
La lavatrice erutta panni. Zampillano calzini, grembiuli, camicie da notte e federe.
Il Tato è distratto da una maratona di Peppa pig ed io preparo mozzarella e bresaola per tutti.
In fondo è ancora estate.
Sono scorata.
Sconfortata.
Scioccata e mi dopo ancora di Fiori di Bach.
Stilo un elenco della spesa che fa invidia ai rotoloni di carta igienica e faccio una doccia fulminea.
Ad intervalli regolari qualcuno piange: mia figlia perché il fratello (quello con i denti) l’ha morsa. Il Tato perché vuole kinder fetta al latte o perché sono finiti i Puffi, o perché io non sono più solo sua e c’è un altro Mr Pisello attaccato alle “sue” amatissime tette. Io, perché mi sento sovrastare dal tutto, iun po’ incazzata per l’assenza di attenzioni nei miei confronti, un po’ in colpa per l’assenza di attenzioni nei confronti del pupino.
Il cane non piange ma la fa per due volte in casa in segno di protesta, presumo, per una carenza ANCHE LUI!!!, di attenzioni.
Resiste solo lui, mio marito che però, a guardarlo con gli infrarossi, emette fumo dalle orecchie.

È passata una settimana.
Il pupo ha spento ieri la sua prima candelina.
Non è più rosso e ha perso il moncone ombelicale. Al controllo dal pediatra, ha già recuperato il suo peso. Dorme e ciuccia e piange e poi dorme, poi ciuccia, poi piange.
A lavatrici sono finalmente in paro. E anche a stiratura.
Il frigo è più o meno rimpinguato.
Mamma è uscita dall’ospedale e nonostante non senta nulla (da approfondire perché) è già scesa in estasi da trinonna.
Il Tato piange alla materna. Ma lo avevamo messo in conto.
Miss Paturnie piange per un quasi 6 in matematica che non è uno dei suoi soliti 9 da scuola elementare.
Visite poche ma buone.
Ho guadagnato anche due sughi di pesce da ristorante 4 stelle e un ciambellone bicolore.
Sono questi i veri amici e le vere attenzioni.
Persone che capiscono il momento, arrivano con un piccolo prezioso aiuto, se ne vanno lasciandoti con il sorriso.
Ieri ho fatto delle polpette che qui, si sono leccati pure il piatto.
L’azienda che mi ha immolato sull’altare della crisi ha avuto la decenza di non mandare il mazzo di fiori post parto destinato alle dipendenti neo-mamme. Evviva.

Abbiamo scavallato i primi sette giorni.
C’è ancora un magnifico sole e noi due adesso ce ne usciamo.

Ha ragione mio padre.
Sono tutti bravi a navigare col mare in bona.
Quello che ti misura veramente è la tempesta.
Ormonale, sentimentale, con cavalloni carichi di guai più o meno seri.

Se la nave regge, e i nervi pure, modalità crociera e via…vento alle vele.

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Ne avrei di cose da scrivere. Tante perle sul filo, poca saggezza.
Inizierò scusando la latitanza.
La pancia avanza, il B&B impegna, le ferie del consorte portano in giro, il caldo uccide.
Un fronte freddo bussa con insistenza alle porte di questa lunga estate.
Con mio magno gaudio.
Perdonatemi voi, patiti della tintarella, dei trenta gradi a mezzanotte, della posa plastica da lucertola sullo scoglio.
Se continuava l’effetto Stige, o crepavo io, o presentava istanza di separazione il marito, o chiedevo asilo politico al Carrefour, il più freddo dei vicini centri commerciali.
Qui si sono vissuti giorni di fuoco. A schivar pallottole di sfiga che rimbalzavano da tutte le parti.
Non ho mai amato il mese di agosto.
L’ultimo dell’estate.
Quello caotico, intasato, del divertimento forzato, delle vacanze ad ogni costo.
Sono e siamo tutti sovreccitati.
Con quell’aria da vacanzieri affamati di relax e contemporaneamente allo stremo della tasso di tolleranza.
Battibecchi ovunque e in ogni dove.
Per un nulla. Un metro in autostrada, un posto in fila al supermercato, un parcheggio.
Ho visto ospiti arrivare al B&B allucinati.
Usciti da deliranti ore di traffico sotto il sole che neanche l’aria condizionata ti salva.
Prosciugati da inverni di tasse, pensieri, cassa integrazione, imu, tares, quisquilie e bazzecole. Cazzi e cazzotti.
E per loro ho sfornato dolci nonostante i 40 gradi tondi tondi.
E stirato lenzuola che profumavano di muschio bianco.
Tu ci coccoli. Tu ci vizi.
Certo.
Questo si fa in vacanza.
Ci si coccola. Ci si lascia viziare.
Ma io… Io…chi coccolerà me? La mia tonda appendice sempre più ingombrante, sempre più presente?
Siamo a corto di tenerezza e di quel dolce attendere che rende la gravidanza un momento speciale.
Mi dicono: “è il terzo figlio, vai tranquilla, niente di nuovo”. Però nulla vieta che più che stanca io mi senta in colpa.
Ho portato questo fagotto con tanto amore tanto quanto senza pietà. Scale, straccio, finestre, lavatrici, ferro da stiro, mare, cene, no limits.
Vorrei fermarmi.
Respirare.
Parlare e cantare per lui.
Fargli capire che lo amo, che sarà il benvenuto, che tutto ruoterà intorno a lui per un po’.
Ma poi guardo la sua camera e vedo ancora le montagne di cose da fare.
È palese. Sono indietro.
Siamo indietro.
Persi fra i figli già presenti da sollazzare, trastullare, portare in spiaggia, dagli amici, all’anteprima di Monsters University, a caccia del grembiulino nuovo.
Sono riuscita oggi a chiudere la valigia per l’ospedale. Con tutti quei vestitini piccoli al punto da sembrare stretti anche per Cicciobello.
Ho fatto anche scorta di magliette e tute per il primo anno di materna di Leo.
E ritirato i libri per la prima media di Miss Paturnie summer version (che noia, mamma,non facciamo/andiamo/usciamo mai niente, da nessuna parte, mai mai mai). Zaino, astuccio e diario appesi nell’armadio.
Ce la posso fare.
Ce la possiamo fare.
Me lo dico.
Lo dico a lui, il lottatore in versione subacquea che mi fa compagnia ormai da quasi nove mesi.
Sono stati giorni duri, tesoro mio.
Ma siamo qui.
Io sono quella morbida, come dice tuo fratello.
O quella isterica, come dice tua sorella.
Sono entrambe. Sappilo.
E ti aspetto.
E che ci frega a noi di quella cafona al supermercato che nonostante le mie due misere scatole di cornetti Algida sulle mani e il più che abitato ventre, ha continuato a caricare il suo mastodontico carrello sulla cassa prioritaria rimbeccando il marito che voleva farci passare.
Come lei, milioni di donne. Frettolose, acide, impermeabili alla gioia di una nuova vita.
Che ci importa degli sguardi che uccidono al laboratorio analisi. Entri e tocca a te. Mi dispiace. Che dire. Sarete state fertili, feconde, fecondate anche voi. Le vostre figlie, sorelle,nipoti.
Lo ricordate?
Ricordate cosa vuol dire la pancia che spinge verso il basso, la schiena a pezzi, le notti in bianco, i bruciori, i pipi-stop in ogni momento e in ogni dove, la fame insaziabile e lo stomaco spostato qualche piano più su?
Non lo so.
Ho dei dubbi.
Forse è stato tanto tempo fa.
Forse la gravidanza prima non era così speciale, prioritaria, osannata, aperta.
Forse siamo sempre più egoisti, chiusi nel nostro orticello, incivili.
Freniamo ad uno stop e ci troviamo un’automobilista inferocita che tira giù il finestrino e ti promette botte da orbi.
Botte a chi?
Vieni bella che ti sistemo io quella voglia di litigare che hai addosso.
Vieni adesso che fra un po’ piove e quella bolla di aria calda che ti friggeva il cervello passerà in fretta lasciandoti stanca e delusa per la fine delle ferie.
Avrai parcheggiato al mio posto, avrai caricato la spesa prima di me, avrai forse preso un cono fragolalimonecioccocrock un nanosecondo prima del mio yogurt.
Resti cafona.
E hai perso l’opportunità di manifestare un meraviglioso sentimento: la gentilezza.
Raro. Specialmente nelle alte temperature.
Ecco perché aspetto.
La pioggia.
Gli ombrelloni chiusi.
Il profumo della sabbia bagnata e del pane fresco appena sfornato, nella sua busta “grazie per averci scelto” infilata di corsa sotto l’ombrello.
Un signore che ti chiede quando nasce e chi nasce, che ti cede il suo posto e ti regala un sorriso che onora la vita.
Aspetto.

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