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Spedizione nuovissimo centro commerciale.
La mia amica Barbara e marsupiale di un mese e mezzo, il caterpillar nei suoi terribili primi quasi tre anni ed io, in tutto il mio rotondo splendore da quinto mese.
Autostrada e superstrada per venti minuti totale.
Lisci come l’olio.
Arrivo e parcheggio family.
Ottimo.
Ci siamo in pieno: neo-mamma con mamma incinta e figlio infante in un solo colpo. Insindacabile.
Temperatura esterna, 21 gradi con sole e gradevole atmosfera di tarda primavera.
Tutti a terra.
Prima meta: Casa.
Nel giro di mezz’ora impilo sul carrellino un cuscino, tre mensole, una lampada, una lanterna, un runner a pois rossi, tre bobine di nastro da regalo.
In cassa mi ritrovo anche una mini-vanga, un contenitore ermetico, un accendigas fucsia, cera in polvere giallo canarino e la faccia furbetta di mio figlio.
Pago contenendo a stendo la frenesia da shopping compulsivo del nano e raggiungo Barbara all’outlet Zucchi.
Ne usciamo un dieci minuti dopo con completo matrimoniale lilla (lei) e uno écru natural 100% io. Ci accompagna la sequela di baci che la commessa e mio figlio continuano a scambiarsi.
Quasi mezzogiorno e buco allo stomaco.
Niente bar-caffetteria all’orizzonte. Si opta per il reparto gastronomia del supermarket per due pezzi di pizza bianca, una coca cola fresca e tre ovetti kinder.
Temperatura esterna 23 gradi.
Tetta-stop all’ombra e direzione Maisons du Monde.
Dopo un’ora e mezza abbondante, due dei tre ovetti kinder spalmati fra maglia, pantaloni e faccia del nanetto superenergizzato, tetta stop bis su seduta in vimini MdM raggiungiamo la cassa con una federa per cuscini a pois rossi (toh! Che novità:)))) e due pomelli in ceramica io e due quadri, un portafoto, una gabbietta decorativa e 5 confezioni di candeline profumate per ladyB.
Si decide per il pranzo.
Roadhouse.
Profumo di carne alla piastra e salsa barbecue.
Si cambia a turno il pannolino ai minorenni mentre si consumano arachidi tostate.
Ordinazioni, chiacchiere, maionese, caffè.
Sono quasi le tre.
Rimpinguati e col portafoglio più leggero si decide per il rientro.
Brevissima sosta al Lindt point. Pericolosissima.
Ma inevitabile.
Sacchettino di Lindor bianchi e piccolo cono gelato per chiudere in bellezza.
Tutti a bordo.
Superstrada.
Autostrada.
Io guido. Barbara è dietro fra l’ovetto e il seggiolino.
Improvviso colpo di tosse di mio figlio.
Uno, poi due poi tre e non faccio neanche in tempo a preparare Barbara che il ragazzetto inizia una delle sue migliori performance alla Kracatoa.
Inarrestabile.
Battezza ogni cosa. La sua polo, i jeans modello cargo, il seggiolino, il sedile.
Barbara tenta di arginare fra salviettine e buste ma il danno è fatto.
Percorro gli ultimi dieci km con finestrini aperti e una velocità non proprio ragionevole.
Scarico l’amica, la bebè ignara e dormiente, pacchi e pacchetti e torno a casa in stato semi-incosciente.
Mial infilo un paio di guanti in lattice. Smonto il vomitatore folle e dopo averlo denudato, lo lascio insaponato sotto la doccia. Smonto il seggiolino. Smonto la fodera.
Il primo ha uno scontro armato con Chante Clair e la calza da giardino.
Il secondo finisce con i vestiti battezzati in lavatrice a 700 giri.
Nel frattempo, mio figlio ha riempito il piatto doccia e l’acqua è arrivata in corridoio.
Chiudo il getto. Prendo uno straccio. Raccolgo 4 secchi d’acqua.
Asciugo e rivesto il nano.
Lo mollo ai nonni.
Passo all’auto.
Elimino i residui.
Spugna, acqua, alcol.
Aspirapolvere.
Un’ora almeno.
Stendo l’imbottitura del seggiolino. Metto al sole lo scheletro.
Sono sfatta.
C’è ancora la cena da preparare. Una montagna di panni da scalare. E, dulcis in fundo, il muratore che mi saluta con il conto del nuovo piatto doccia e rivestimento da una parte e una sequela di pedate polverose dall’altra.

Vuoi non accasciarti su una sedia un filo straziata?
Buttarti sul letto stravolta?
Svenire di sonno alle dieci?

Oh…it’s a long wat home baby. Very long. Molto hard.
Per mamme really, really…strong.

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Non sono mai stata una talebana dell’allattamento al seno.
Per la “tua prima figlia”, come si firma adesso Miss Paturnie 2013, mi sono armata di biberon e tettarelle e si, diciamolo con serenità, di varie tipologie di ciuccio.
Dopotutto, avere un marito che lavora in ambito prima infanzia e bambini, dovrà pur avere un qualche vantaggio.
Un bel corredino di ammennicoli lattosi, utili per tutta la famiglia in caso di allattamento artificiale, rimasto a dir poco intonso se non per le grandi bevute di camomilla con la quale, ad un certo punto, tentavamo di stimolare un benchè minimo effetto soporifero.
Niente.
Tetta forever.
Tetta in everywhere.
Tetta al vento night&day.
Scrissi già a tal proposito che, non c’è luogo scampato all’abile arte della suzione dei miei figli.
Includo anche la sagrestia nel giorno del battesimo del Lellocuordizucchero, perché, come disse padre Eg, “questo bambino piange perché ha dei bisogni,ed ora la mamma, provvederà”.
E la mamma ha provveduto.
Anche troppo, mi ha fatto notare qualcuno.
La Viko però si è staccata con serenità. Ad un certo punto, prima dei due anni ha detto, “ed ora passatemi i tortellini” ed è rimasta di quell’avviso,
La mole da campionessa di rugby lo conferma.
Mollata la tetta ha abbracciato con entusiasmo forchetta e coltello e si è dedicata con cura alla scoperta di un’alimentazione onnicomprensiva, che dai broccoli passa al baccalà, dalle verze arriva alle sogliole, senza disprezzare nuovi sapori, esotici piatti, cucine di altre culture.
Insomma, se non la arginassimo, lei mangerebbe no- stop per 24 ore. Come del resto ciucciava.
Il secondo invece, pur alla soglia dei tre anni, non molla.
Ha rinunciato alla suzione, ma al contatto non ci pensa proprio.
Le sue manine ravanano sempre li.
Gli sembra di alzare il volume della radio.
Annusa, aspira, agogna, soffre di nostalgia, sogna di essere ancora un bebè e poi si sveglia guarda malinconico la sua amata tetta.
È stato un incallito ciucciatore. Abile da subito. Nemmeno una ragade, una feritina, un ingorgo.
Il suo top lo dava al supermercato, quando collocato sul carrello, arrivava paro paro altezza seno e scandalosamente si accostava per una “toccata e fuga”.
Da quando i nostri amici hanno avuto la terzagenita poi è tutto un revival. Come vede la pupina al lavoro quatta quatta, lui ci rimugina su.
Osserva, guarda, osserva, mi guarda, lancia affermazioni sul generis “io grande, basta tetta” ma poi esige la sua dose di strofinamenti, annusamenti, contemplazioni estatiche, trance da tettomane all’ultimo stadio.
Ieri ha addirittura riesumato l’unico ciuccio che abbiamo provato a dargli – senza nessun vittorioso risultato- e ha passato la serata a girare per casa così.
Il pediatra, interpellato sulla possibilità di un attaccamento “morboso” ha sghignazzato una risposta tipo “questo è un ragazzo che ha capito tutto” e liquidato le mie ansie.
Però, lasciatemi dire che al suono di “tetta MIA, NO DI BEBÈ” ho immaginato il prossimo allattamento come un campo di battaglia.

Ahimè, ne vedremo delle belle.

Una buona domenica a tutte e ricordate, la tetta è sua e non di BEBÈ_

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Siamo mamme.
Non siamo perfette ma ci barcameniamo con eleganza fra la routine e gli imprevisti.

Si gioisce dei piccoli traguardi: camminare, allacciarsi le scarpe, arrivare al lavandino per lavarsi i denti, imparare la prima filastrocca; ci si commuove davanti ai primi turbamenti; si ripartiscono le proprie aspettative dai loro sogni; ci si abitua a certi last minute in grado di sballare il più solido dei programmi.

Certi colpi però sono così imprevedibili che sfido il più abile dei portieri d’oro a pararli.
Domande casuali, lanciate in aria con leggerezza (nobile) e curiosità (sana) e che meriterebbero la più dignitosa delle risposte.

Se si potesse rispondere.

Perché, ammettiamolo, certi argomenti sono e restano tabù. O quantomeno imbarazzanti.

Immaginatevi una sera dopocena. Si sta ancora tutti riuniti intorno al tavolo. C’è chi colora, chi sfoglia un quotidiano, chi monta e smonta e rimonta e rismonta i Lego, e chi si gusta una vecchia puntata di Desperate Housewives.
Immagine quasi sacra della famiglia. Tutti per uno, uno per tutti.

Quando, ad un tratto sul monitor Bree Van De Camp raggiunge l’apice del piacere, viene colta da spasmi e tachicardia e corre dalla ginecologa che se ne esce con la parola ORGASMO.
Un addensamento di cumulonembi avvisano dell’imminente tempesta.

“Mamma”, vocina tenerella quanto incalzante, “mamma, COS’È un orgasmo.”.
I tempi di risposta, in questo caso sono controproducenti. Più aspetti ad illustrare una spiegazione, più il dubbio, acquisisce una sua forma, si allarga, si amplifica in sotto domande? ” fa male?” ” serve il dottore?” “tu ce l’hai mai avuto uno?”.

Ora, chi di voi avrebbe risposto senza battere ciglio ha tutta la mia stima per il sangue freddo e la serenità d’animo.

Io, per un momento c’ho dovuto pensare.

Mi sentivo trapanare dagli occhi di mia figlia. Una piccola donna già dalle fasce, un ente autonomo bambino che ha sempre guardato più in là di quanto io avessi mai osato fare. O anche solo sperare.
Una abituata alla verità. A sapere come nascono i bambini o a a cosa servono i tampax, ad aver visto malattie che portano via anche i papà e le mamme migliori.

Ma l’orgasmo! Per il protettore di tutte le mamme pudiche della terra, questo come glielo spiego?

Beh, non l’ho fatto.
Mi sono tirata indietro.
O meglio, le ho detto che era una cosa legata all’amore, una cosa “grande” e “bella” e che meritava di essere lasciata nello scatolone delle cose troppo grandi per noi.

Abbiamo preso la domanda e con cura l’abbiamo messa li a far compagnia a “mamma, come si impara a baciare?” e “ma tu e papà come avete fatto a farmi un fratello se io dormivo con voi?”.

Confido che il tempo faccia il suo corso. Che l’intimità e la dolcezza con la quale abbiamo spostato quell’ingombrante domanda in un angolo privato di futuro, plachino la sua estemporanea curiosità e guidino aspettative di maturità: quando potrò comprendere e apprezzare, saprò, vivrò, scoprirò.

Non ora.
Non adesso.
Un giorno, quando entrambe saremo più pronte a capire e parlare di sesso.
Insomma, “non prima dei prossimi vent’anni”. Pater dixit.

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Sto professionalmente attraversando una fase ermetica che mi
porterebbe a rispondere, nel mio caso, ” ovunque”. Ma lascerebbe troppo spazio all’immaginazione e con chissà quali risultati ;-).

Il più classico dei posti è stato sicuramente il letto. E la preferenza (non mia ma dello gnomo) é sul fianco sinistro.
Seguono parimerito poltrona e divano. Di casa nostra, certo, ma soprattutto degli amici.
Sicuramente in Chiesa. E che nessuno si formalizzi. Tutto fu autorizzato dal parroco!
Poi…davanti ai genitori, ai suoceri, alle colleghe, al capoufficio.
A scuola.
Al ristorante
In campeggio.
Al mare.
In montagna.
In pizzeria, su una scomodissima sedia.
In banca nella saletta del consulente finanziario.
Nell’autosalone mentre sceglievo l’auto nuova.
Nella mia auto e nell’auto di mio marito.
Al parco acquatico
Alla stazione.
In autogrill.
In ospedale.
Al centro commerciale.
Subito dopo i vaccini.
Prima di andare a lavoro.
In Triennale, a Milano.
In metropolitana.
Per le scale.
Davanti a un piatto di carbonara fumante.
Sulla panchina dei giardinetti
A ben due matrimoni (con parenti diversi)
Ad un battesimo
In piedi
Dalla parrucchiera

Quando leggiamo o parliamo di allattamento, le immagini che vediamo o che la mente evoca, sono quelle di una mamma seduta su una sedia a dondolo che accarezza il poppante con lo sguardo.

Che incredibile tenerezza! Che poesia!

Ma la realtà è più bella, più dinamica, più arrangiata (forse, sicuramente) ma nettamente più divertente.