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quando mi cerchi, fosse anche solo con il pensiero, immaginami davanti.

io sono sempre davanti a qualcosa.

potresti trovarmi davanti alla scuola ad aspettare uno dei tanti figli che ho messo al mondo  nella speranza che un giorno diano un serio contributo alla diffusione della pace e dell’amore.

oppure davanti ad un caffè mentre distribuisco chiacchiere da ascensore e buongiorno di cortesia.

potrei essere davanti ad una vetrina a guardare cose che poi cercherò su amazon perché sono pigra e adoro il furgoncino del corriere che arriva e mi consegna una scatola per me. mi fa sempre tanto Natale.

la mattina, spesso sono davanti alla tomba dei miei genitori. in un posto che mai avrei pensato di amare. eppure mi conforta. arrivare. portare i fiori. cercare perdono. sentirli ancora vicini.

quando sono particolarmente incazzata in genere sono davanti al piano della mia cucina d’acciaio che tiro a lucido il lucido. che strofino. e poi strofino ancora fin quando i pensieri si smussano e tutto torna a brillare.

non ho paura neanche di stare davanti ad una scelta. la testa in automatico mi seleziona il flag. il più delle volte quello giusto. almeno per me. almeno in quel momento.

dire che sto davanti al mac o ai fornelli o alla lavatrice o al banco frutta e verdura è poco poetico ma fa parte della mia quotidianità.

e in questa mia quotidianità, nonostante tutto, ho sempre trovato il bello.

così quando mi cerchi e io invece sembra di no, pensami persa nella mia vita dove tutto è in disordine e ogni cosa è al suo posto, dove tutti si appoggiano e io tengo botta, dove gli anni passano e i desideri restano ed io sono sempre sul filo di un’apparente stabilità emotiva.

più di ogni altra cosa, comunque, pensami davanti al mare. che respiro. che scatto. che fermo il tempo ed i pensieri.

 

 

 

 

 

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Il tramonto era così bello ieri che invece di andare a fare la spesa sono andata in spiaggia.
Il vento portava il profumo del mare e nonostante l’aria, era indiscutibilmente una tiepida serata di primavera.
Ho scattato qualche foto. Ho riempito le scarpe di sabbia. Ho guardato con una leggera nostalgia le coppie che passavano tenendosi per mano.
I colori del cielo sembravano innaturali e un anziano armato di bastone bussava tutte le porte dei casotti alla ricerca del bagno. Mi ha ricordato papà. Ho buttato il pensiero fra le onde. Sono andata via.

È stata una settimana a incastro. Mille cose da fare. Persone da vedere. Problemi. Ho un ginocchio che se potesse parlare griderebbe pietà ma stamattina sono andata a zumba. Avevo ancora i colloqui di ieri da buttar fuori. Ho sudato. Ho smaltito la rabbia di non poter dire davvero quello che penso. Della scuola. E di mia figlia in quella scuola.
Ciò non toglie che mi farei volentieri di voltaren. Che mi fanno male anche gli addominali e che anche per quest’estate punterò tutto sulla simpatia.
Anche se, inizio a dubitare anche di lei.
Mia figlia dice che sono stronza.
E io non mi sento di darle torto.
Non sento (più) il bisogno di piacere a tutti.
Anzi.
Ho quasi il rigetto degli altri.
E mi rifiuto di assecondare la sequela di ego espansi che attraggo come calamite.
A volte, semplicemente, scivolo via.
Non mi concedo.
Non creo occasioni.

Non che sia motivo di orgoglio. Ma non reggo più certe relazioni. Certe schermaglie.
Ho solo bisogno di affetto.
Di risate.
Di tramonti che ti riempiono gli occhi e di parole buone.
Sto bene come sto. Senza più l’ansia del posto al sole. Del chilo di troppo. Dell’improvviso cambio di programma.

Mi resta addosso il famoso “una come te” che mi obbliga uno standard di intelligenza che a volte vorrei non avere.
Una come te capisce.
Una come te ha la soluzione.
Una come te si rialza.

La maestra di mio figlio butta là fra una maglietta per la recita e la chiusura per far posto ai seggi che forse soffriamo di SDA. E vede nel forte attaccamento dello spartano a me un suo possibile e futuro deficit di apprendimento.
Non sarà niente.
Incasso. Porto a casa.

Mio marito, dopo aver detto che l’amore non esiste 21 anni dopo di noi, è stato sequestrato ad una riunione agenti per tre giorni, contagiato da una malattia esantematica tipica dell’età pediatrica, e poi si è perso dentro al suo iphone nuovo.

Il pediatra dei miei figli mi chiede fra un’ascultata e l’altra _a sesso come andiamo_ e suggerisce che io faccia incetta di tanga di pizzo.

Siamo di nuovo in campagna elettorale. Sono di nuovo dentro. Le aspettative sono alte. I tempi stretti. Le sfumature ben oltre cinquanta.

Suggerisco a certi lettori anonimi di chiamarmi personalmente se hanno voglia di vedermi. Noi donne vicino alla menopausa soffriamo della sindrome _nessuno mette Baby in un angolo_ e siamo per la platealità di certi sentimenti. Non c’è niente dentro questo blog che dia risposte più esaustive di me. Basta chiedere.

Mia figlia mi chiede come sai quando sei innamorata.
Entro in cabina.
Metto le cuffie.
Rispondo.
Sei innamorato quando vedi l’altra persona in tutto. La riconosci nelle canzoni. La ritrovi nelle frasi di un libro. E il suo pensiero ti suona dentro come una musica che non vuoi mai smettere di sentire. E annulla tutto il resto sovrapponendosi a ciò che fino a quel momento eri.
Improvvisamente anche il tuo cuore cambia ritmo. E accelera se si prospetta l’occasione di un bacio.

La risposta è piaciuta.
Aspettiamo il bacio.

Ti sei innamorato dei miei fiori, ma non delle mie radici.
Così quando è venuto l’inverno, non hai saputo cosa fare.

Ysabeau Dennis

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Non ho paura di volare.
Ne di amare.
Ne di dire ciò che provo. In quel preciso momento. Con quella particolare persona.
Non temo la verità.
Anche se per quella, ho imparato, quali parole sono finestre e quali no.

Non ho paura di essere ferita nè di ferire. Ho scoperto che certe cicatrici ci ricordano meglio chi siamo, per cosa lottiamo.

Non mi fa paura la solitudine. Mangiare leggendo un libro. Guidare di notte cantando Battisti. Dormire abbracciando il cuscino. Viaggiare.

Non temo la morte.
La rispetto. Questo si.
Anche se mi ha tolto le carezze di mia madre. E le mani calde e ruvide di mio padre.

Non ho paura dei cambiamenti.
Al contrario a volte mi ci butto dentro.
Perché se c’è una cosa che detesto è l’immobilismo. Il mondo che si muove ed io che resto li, a guardare.

Non ho più paura del buio. Nè del sangue. Di non piacere a tutti. Di piacere troppo e poi, alla fine, deludere.

Mi fa più paura la paura degli altri. Il tempo che passa neutro. Senza batticuori. Senza grandi emozioni.

La noia.


Ho ancora mal di denti. Mal d’orecchie. Mal d’amore e sonno.
Vorrei un gelato menta e liquirizia. Panna sopra e dentro il cono.

Sento il profumo di primavera nonostante la pioggia e aspetto l’estate che verrà.
Troppo calda per me. E rumorosa.
E so già che la detesteró.
E passerò il mio tempo nascosta in una tshirt xl, dietro un occhiale da sole da diva, sotto un ombrellone a righe blu e gialle. Un libro in mano, un ghiacciolo nell’altra. I figli stesi al sole. Il mare immenso di fronte.

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Oggi mio padre ha carbonizzato il pesce. Nero. Inmangiabile. Pietrificato dalla piastra.
Non era mai successo.
Fu capace una volta di far esplodere una caffettiera, noi qui la chiamiamo “cuccuma”, e di bruciare un minestrone lasciandolo sul fuoco ad oltranza.
Ma il pesce mai.
Perché il pesce era la sua specialità.
Quante volte l’ho visto prendere degli sgombri enormi e buttarli nell’acqua così senza tante manfrine. Un taglio sulla pancia e via a bollire. Olio, sale e limone e il pranzo è servito.
L’ho visto pulire anguille che schizzavano sangue ovunque, seppie piene di inchiostro, e aprire calamari che via via assomigliavano a tanti angeli  dalle ali spiegate.
Non l’ho mai visto pescare pur avendo bene impresso in mente lui vestito con camicioni a scacchi di flanella e calzettoni fatti ai ferri.
Eppure la sua vita è stata mare per troppi anni.
Mio padre odia il mare. Perché lo ha conosciuto troppo e ha imparato tutto di lui. Tutto da lui.
Il suo mare ha l’odore acre delle reti al sole, il colore della vernice rovinata dalla salsedine, il rumore della tempesta che non da tregua e sballotta, frusta, soffia e sbuffa, e tu sei costretto a legarti a una cima e pregare Iddio di uscirne vivo
Oggi mio padre ha carbonizzato il pesce e io l’ho visto più vecchio che mai.
So che questo sarà il primo Natale senza mia madre e l’ultimo con lui, l’ultimo Natale da figlia.
Avrei voluto ornare la casa e riempirla di risate di bimbi e odore di pino.
I miei figli litigano come lottatori di catch e l’unico odore che sento è quello del pesce bruciato.
Nulla è come vorrei pur nella bellezza di alcune piccole cose.Certi messaggi teneri. Certe telefonate inattese.
Non è che l’amore manchi ma non è ancora abbastanza.
E allora mi faccio promesse.
Perdonare di più. Me stessa. Gli altri.
Ridimensionare i sogni.
Limare le aspettative.
Investire in nuovi progetti, e nuove persone.
Vedremo.
Intanto apro le finestre.
Esce l’odore di bruciato.
Entra l’aria del Natale.

Preziosissimo tempo.
Passi e lasci folle di pensieri in testa e li, sulla punta della penna.
Vorrei scrivere e raccontare.
Ma è tutto urgente.
Tutto adesso.
Tutto prioritario a parte me.
E così forse dev’essere quando l’egoismo dell’essere figlia viene messo in un angolo dalla responsabilità di essere madre, adulta.

Lotte su lotte e poco tempo per ridere.
Ricordatemi di scrivere un saggio breve su essere madre di una figlia quasi teenager, fuori peso massimo e senza cognizione di tempo e misura.

Per il resto verrà il giorno di ricolonizzare questo spazio. Non oggi.

Due cose che amo.
Rubate in giro.
Una straordinaria poesia.
Un magnifico mare.

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_Se finalmente potessi esprimere ciò che è dentro di me.
Urlare: gente, vi mentivo
Dicendo, che questo in me non c’è.

Quando invece QUESTO è lì, sempre, di giorno e di notte.

Anche se proprio grazie a questo, ero in grado di descrivere le vostre infiammabili città, i vostri brevi amori e i vostri giochi che si sbriciolano come un legno tarlato, orecchini, specchi, la spallina cadente, scene di camera da letto e di resti di battaglia.

Scrivere era per me una forma strategica di protezione, per cancellare le impronte. Perché non è possibile che alla gente piaccia colui che stende la mano verso il proibito.

Richiamo in aiuto i fiumi in cui nuotavo, i laghi con il ponticello tra giunchi, la valle, in cui l’eco di un canto accompagna la luce della sera, vi confesso che le mie lodi estetiche sull’esistente potevano essere esercizi di alto stile, ma sotto sotto c’era QUESTO, che non mi sento di nominare.

QUESTO è simile al pensiero di un vagabondo quando cammina per la strada gelata di una città straniera.

Ed è simile al momento in cui un Ebreo assediato vede i pesanti caschi dei gendarmi tedeschi che si avvicinano.

QUESTO è come quando il figlio del re va in una città e vede il mondo vero: miseria, malattia, vecchiaia e morte.

QUESTO può essere paragonato al volto assente di qualcuno, che ha capito di essere stato abbandonato per sempre.
O alle parole di un medico con un verdetto irreversibile.

Perché QUESTO significa incontrare un muro di pietra, e capire, che questo è un ostacolo che non cederà al alcuna nostra supplica_

~ Mi piace il verbo sentire
Sentire il rumore del mare,
sentirne l’odore.
Sentire il suono della pioggia
che ti bagna le labbra,
sentire una penna
che traccia sentimenti su un foglio bianco.
Sentire l’odore di chi ami,
sentirne la voce e sentirlo col cuore.
Sentire è il verbo delle emozioni,
ci si sdraia sulla schiena del mondo
e si sente ~     

Alda Merini
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