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Trimamma da una settimana.
Pieno puerperio secondo tradizione.
Modalità panzer già da subito.
Sbaraccata dalla mia deliziosa cameretta del reparto ostetricia e ginecologia di Civitanova Marche (che consiglio di cuore a tutte le future mamme) e salutata a gesti la cinese ancora moribonda dopo 4 giorni dal cesareo, me ne sono tornata a casa in fretta e furia con borsa, borsone, borsette dei regali, fiori e pupo.
Prima tappa: bar con doveroso sandwich al prosciutto crudo. Meritatissimo dopo 8 mesi di insulso prosciutto cotto e surrogati no toxoplasmosi.
Seconda tappa: scuola materna. Recupero del secondogenito sconvolto e ipereccitato per la sequela di eventi e cambiamenti in corso.
Terza tappa: casa.
Mollata dal marito con le borse da sfasciare, il pupo affamato e desideroso di tetta-mamma-contatto night&day, figlia uno e figlio due già pronti in tavola per un pranzo che non c’era e che avrei dovuto fare.
Misericordia divina.
Mentre l’acqua per gli spaghetti bolle, apro la “valigia per il parto” e differenzio: lavare, lavare a 60 gradi, buttare, camera mia, camera del bebè, bagno.
La prima lavatrice è già in moto quando recupero una confezione di pesto dal frigo e porto in tavola la pasta.
Loro mangiano ed io, stravolta, sconvolta, fisicamente provata, raccatto giocattoli, scarpe, panni di indubbia pulizia in giro per casa. La tavernetta dove mangiamo sembra essere uscita da uno scenario apocalittico.
Zaini, giubbetti, tennis con 5 ore di Eau de pied incluso, pane raffermo, pesche troppo mature.
Cielo, sono mancata solo tre giorni e qui bisognerebbe chiamare Cenerentola e le due sorellastre armate di scopettone e straccio. Se anche la matrigna si abbassasse alle faccende domestiche, ci sarebbe l’asse da stiro libero per lei.
Lo chiamano puerperio.
Una volta, narrano le leggende materne, si stava 40 giorni senza toccare l’acqua.
Io ci avrei affogato buona parte della famiglia visto il comitato di benvenuto.
Abbandonata e arresa all’evidenza, digiuna se non per il paradisiaco sandwich al sapor di San Daniele consumato tre ore prima, spadello della banale carne macinata alla prole, carico la lavastoviglie, raccatto il neonato e salgo in camera.
So che una nonna arriverà a vegliare sugli altri cosi, cambio le lenzuola e gli asciugamani, organizzo la seconda lavatrice, mi infilo una di quelle cose comode che non hanno niente a che vedere con i sexy baby-doll dei film e sprofondo nel sonno tettoso.
Io sonnecchio, lui, attaccato a me, sonnecchia e si allena a diventare un esperto ciucciatore.
Siamo solo alle prime armi e aspettiamo il latte.
Apro gli occhi e trovo i suoi. Profondi e curiosi.
Dal piano di sotto arrivano i consueti schiamazzi.
Il Tato pizzica, Miss Paturnie urla, la nonna fa da arbitro, ma null’altro.
Le condizioni domestiche sono identiche.
La scopa, senza l’intervento dell’apprendista stregone, non ha mosso una setola e il ciarpame è sparso in modo artistico per tutta la stanza.
Per il protettore di tutti i mammalucchi della terra.
Il pupo pisola e lo adagio nella carrozzina.
Il fratello parte subito all’attacco. Con la scusa di baciarlo e accarezzarlo gli assesta un paio di sganassoni e qualche graffio.
La sorella interviene ad un decibel di suono che sovrasta il rombo delle frecce tricolore.
La nonna (di quella paterna, parliamo) impassibile osserva.
Sogno di essere ancora in quella cameretta azzurra, con quegli armadi color carta da zucchero, il chiacchiericcio delle ostetriche, l’odore di sangue, disinfettante e neonati, il rosa e il celeste dei fiocchi nascita. Vorrei tendere l’orecchio e sentire il passo gommoso dell’Oss che porta il vitto o anche solo quella bella tazza di thè al limone caldo.
Affogo.
Ricordo ancora il rientro con Vittoria.
Sotto la direzione di una battagliera mamma, la signora che saltuariamente l’aiutava nelle faccende domestiche aveva lustrato ogni cosa.
Mia madre, in un momento di romanticismo, aveva addirittura comprato uno zerbino con tre orsetti abbracciati.
Fiori in ogni dove.
Profumo di brodo caldo e pulizia.
Vorrei tutto questo.
Vorrei mia madre pronta ad accoglierci e nessuna virgola fuori posto.
Ma mamma è in ospedale e tocca a me dare una sistemata alla punteggiatura.
Cosi, lavoro di coltello, pulisco le verdure e dopo una decina di minuti il brodo è su.
Miss Paturnie controlla il bebè e gli canta canzoncine che parlano di pesci e muffins.
La lavatrice erutta panni. Zampillano calzini, grembiuli, camicie da notte e federe.
Il Tato è distratto da una maratona di Peppa pig ed io preparo mozzarella e bresaola per tutti.
In fondo è ancora estate.
Sono scorata.
Sconfortata.
Scioccata e mi dopo ancora di Fiori di Bach.
Stilo un elenco della spesa che fa invidia ai rotoloni di carta igienica e faccio una doccia fulminea.
Ad intervalli regolari qualcuno piange: mia figlia perché il fratello (quello con i denti) l’ha morsa. Il Tato perché vuole kinder fetta al latte o perché sono finiti i Puffi, o perché io non sono più solo sua e c’è un altro Mr Pisello attaccato alle “sue” amatissime tette. Io, perché mi sento sovrastare dal tutto, iun po’ incazzata per l’assenza di attenzioni nei miei confronti, un po’ in colpa per l’assenza di attenzioni nei confronti del pupino.
Il cane non piange ma la fa per due volte in casa in segno di protesta, presumo, per una carenza ANCHE LUI!!!, di attenzioni.
Resiste solo lui, mio marito che però, a guardarlo con gli infrarossi, emette fumo dalle orecchie.

È passata una settimana.
Il pupo ha spento ieri la sua prima candelina.
Non è più rosso e ha perso il moncone ombelicale. Al controllo dal pediatra, ha già recuperato il suo peso. Dorme e ciuccia e piange e poi dorme, poi ciuccia, poi piange.
A lavatrici sono finalmente in paro. E anche a stiratura.
Il frigo è più o meno rimpinguato.
Mamma è uscita dall’ospedale e nonostante non senta nulla (da approfondire perché) è già scesa in estasi da trinonna.
Il Tato piange alla materna. Ma lo avevamo messo in conto.
Miss Paturnie piange per un quasi 6 in matematica che non è uno dei suoi soliti 9 da scuola elementare.
Visite poche ma buone.
Ho guadagnato anche due sughi di pesce da ristorante 4 stelle e un ciambellone bicolore.
Sono questi i veri amici e le vere attenzioni.
Persone che capiscono il momento, arrivano con un piccolo prezioso aiuto, se ne vanno lasciandoti con il sorriso.
Ieri ho fatto delle polpette che qui, si sono leccati pure il piatto.
L’azienda che mi ha immolato sull’altare della crisi ha avuto la decenza di non mandare il mazzo di fiori post parto destinato alle dipendenti neo-mamme. Evviva.

Abbiamo scavallato i primi sette giorni.
C’è ancora un magnifico sole e noi due adesso ce ne usciamo.

Ha ragione mio padre.
Sono tutti bravi a navigare col mare in bona.
Quello che ti misura veramente è la tempesta.
Ormonale, sentimentale, con cavalloni carichi di guai più o meno seri.

Se la nave regge, e i nervi pure, modalità crociera e via…vento alle vele.

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Una serie di eventi mi ha tenuto lontano da questo angolino di pensieri e parole sparse. C’è stata la fatica del B&B da paese di mare. Tutti ad affogarsi nelle ferie agostane. C’è stato il pre-scuola. Come molte mamme blogger che ho letto in questi giorni, il tempo è volato fra grembiuli da ricamare, zainetti, kit “sefacciolapipiascuolahotutto”, preparazione psicologica del pupo “mamma ti lascia con le maestre Angela e Carla, hai visto come sono carine? Poi però torna e insieme andiamo…facciamo…ci coccoliamo…”.
Anche Miss Paturnie 2013 ha preteso e meritato il suo tempo. Prima media vuol dire niente grembiule e materie nuove. Quindi caccia al corredo da quasi teenager e svuotamento portafoglio di una cifra considerevole fra libri nuovi e non, materiale arte-tecnica-motoria-cancelleria e affini.
E poi il festone per il terzo anno di Lello.
Una stanza piena di palloni da gonfiare, una montagna di sandwich da farcire e una quarantina di invitati fra grandi e piccoli da intrattenere.
Uno spasso.
Specie con la pancia di nove mesi, il mal di schiena dietro l’angolo, il duo acido e pipì stop ogni tre minuti.
A questa sequela di attività già in programma si sono aggiunti una bronchite collettiva e condivisa fra tutta la famiglia. Nel piccolo si è manifestata con una semplice tosse e una leggera febbricola. Io sono stata condannata a 15 giorni di raffreddore e tosse spacca costato, mio padre a 14 punture di Rocefin e mia madre ad un ricovero urgente che con oggi arriva a quasi un mese.
Uno scialo.
Della notte in cui ho partorito ricordo esattamente di aver detto “non ce la faccio. Sono stanca. Tanto stanca. Troppo stanca”.
Ma poi l’ho messo al mondo.
Veloce e intenso come un parto dovrebbe essere.
Stanchezza inclusa.
Di martedì 17 naturalmente. Per chiudere il cerchio di questo tour de force e alla faccia di tutti gli scaramantici della terra.
Perfetto nella sua nudità, nella sua purezza.
Noi ci siamo capiti subito.
Noi ci capivamo anche in pancia.
Un figlio che mi ascolta, ho sempre pensato.
Che ha viaggiato con me nove mesi non facili ma che non ha mai mollato.
Mi ha invitato a guardare il lato più ironico, a credere nella vita, a danzare sotto la pioggia aspettando l’arcobaleno.
Mi hanno chiesto in molti se l’avevamo cercato.
Un dono non si cerca.
Si riceve.
E ad una mamma che giusto una settimana prima mi ha vista nello splendore della mia massima espansione e senza un “ciao come stai” o un “quanto tempo che non ci vediamo” mi ha detto “ma ci stai con la testa?” ho detto, “si, ci sto tutta”.
Che poi forse, non è vero.
Perché un po’ esaurita sono.
Perché piango per un nonnulla e mi sento sconfortata per l’appendice tondeggiante che non c’è più.
Perché sono entrata in sala parto con il Rescue Remedy di Bach che scorreva a fiumi e insistevo per offrirlo a tutti neanche fosse stato un aperitivo.
Non ne faremo altri.
Questo lo so.
Quarant’anni pesano e anche il lavoro perso, gli impegni fra bimbi e anziani, la coppia da lasciar respirare ogni tanto.
Ma mi mancherà la maternità.
Quel senso di “abitato” che ti accompagna, che ti fa parlare dentro, che ti fa prendere cura di te in modo diverso.
Mi mancherà il conto delle settimane e quello scorrere lento e velocissimo dei mesi. Tutto si sposta dentro di te e tu, per forza fai spazio ad una nuova vita.
Il processo è infinito.
Oggi lui è qui e cerca il suo posto fra noi.
Fra una sorella che si è eletta vice mamma. Un fratello che lo crede “il MIO bebè” un padre innamorato ma travolto dagli eventi e una piccola me.
Dicono che il terzo cresce da solo.
Dicono “coraggio” ci vuole per farne tre oggi.
Dicono.

Io mi sento in balia delle onde. Sballottata dagli ormoni e dalla reale mole delle cose da spicciare.
Attacco e scarico lavatrici.
Carico e svuoto lavastoviglie.
Sono subito stata sommersa dal ruolo di “tri-mamma”.
Ti trita.
Ti tritura.
Ti terrorizza.
Ti tramortisce.

Non mi sono mai sentita più viva di così.
Più felice.
Più innamorata.

Benvenuto figlio nostro.
La vita, contro la morte.

P.s. Ricordatemi di raccontarvi l’avventura con la degente cinese. “glasse lisate pel tutti. Galantito”:-)

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Era meglio essere mamma di una femmina.
Ah sì.
Di gran lunga.
Una bambina mossettosa, con la faccia piena e la testa persa fra boccoli e mollette fioccose.
Le mamme delle bambine le vedi subito.
Entrano all’asilo tenendole per mano, con lo zainetto delle principesse Disney e lo stesso smalto sulle unghie.
Le baciano lisciandone il grembiule scandalosamente rosa, portando con affetto un ciuffo ribelle dietro l’orecchio, dicendo “fai la brava” sapendo sarà così.
Lei, la bambina, saluterà con la mano, scandirà serenamente un “ciao mamma” e correrà dalle sue compagne per perdersi in giochi fantasiosi in cui gli orsi bevono tè aromatizzato alle fragole di bosco e ogni occasione è buona per indossare la corona.
Ah, mamme fortunate.
Che non conoscete lo stress di trascinare un figlio mammone fin su quella porta, vederlo abbarbicato al vostro cappotto, guardare alla maestra come ad un perfido incrocio fra Mangiafuoco e la strega del Nord.
E se non lo trascinate, gli correte dietro. Lui alla velocità della luce, voi perse fra l’affanno e il sudore che scende sotto strati di vestiti, mentre superate ostacoli impensati e maledite la fissa di vostro marito di vedervi con i tacchi.
Come appendi il fiocco azzurro sai che la tua vita da poltronara è finita.
Che è impossibile restare seduti, mangiare, leggere un libro, uscire incolumi dalla mascolina presenza. Per quanto in miniatura, il maschio domina, costruisce, monta, smonta, giochi, oggetti e persone.
E vi creerà imbarazzi.
Vi obbligherà a stilare una lista di scuse infinite: per i pizzicotti, i palloni che rimbalzano mentre tutti dormono, le spinte, le conversazioni interrotte a metà per recuperarli ad un pelo dalla strada.
Li guardate dormire e mai li credereste capaci di raccogliere un bastone e lanciarlo con precisione millimetrica sulla testa della figlia della vostra compagna di pilates.
O di far fuori in un nanosecondo il trenino comprato per lui dai nonni.
Inizierete a cercare amicizie nuove: genitori che come voi abbiano avuto a che fare o abbiano ancora per le mani un elemento simile.
Per sentirvi non colpevoli davanti ad una giuria popolare e, senza nulla togliere alla bontà del vostro bambino.
Un figlio perfetto.
Che vi bacerà, vi guarderà come alla più bella delle donne sul pianeta, vi amerà come mai nessuno prima.
Riflettendoci, sarò mica fortunata?

Certo però che quelle belle mollettine…

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