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Un giorno, impazzirò come l’Alda.
Inseguendo immensi amori, lievi creature, teneri ricordi.

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_È Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra.
Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”…
Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani.
C’è una bella poesia dialettale che dice “fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore…”.
Casa: quanto la ami a Natale!
Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri. Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve… si mendicava dai contadini abbienti.
Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini. Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura. Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.
Adesso che sono un’anziana poetessa… continuo ad accontentarmi.
Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo… Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre… Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.
Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli. E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza! Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché… nella mia casa sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto – e sembra un eufemismo – avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi. Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni. Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita. 
Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì. Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino. Il mio presepe privato_

Alda Merini
“Avvenire”, Natale 2006

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Sono brilla e con la testa leggera. Colpa del vin brulé che sa bene dove scaldarti e dell”intenso calore del nostro “fogaró”.
É stato bello uscire imbacuccata in stile mercatini di Natale a Bolzano e andare poi a ritrovare il mare.
Tanti saluti, qualche risata e quest’otto dicembre scivola via portando con se’ un anniversario di cui mi sono ricordata solo io.
Un filo di amarezza é transitata ma é sparita insieme al secondo bicchiere di vino.
Ho sempre amato questo giorno.
L’ho sempre atteso.
Il giorno in cui mi sarei voluta sposare, in cui ho fatto il primo albero con un esserino di nemmeno 3 kg in braccio, in cui ho battezzato Leo.
Ho memoria di un viaggio a Milano. Una prima giovanissima fuga d’amore. Lui, io e tutto quello che doveva ancora succedere. Aperitivi all’aperto riscaldati dai funghi e arrampicate fra le guglie del Duomo. Ci sarà stata anche una prima alla Scala ma non ne ho neanche il minimo ricordo presa com’ero a farmi amare. Vent’anni fa ormai.

La stanza mi gira e mi dico che forse avrei dovuto mangiarci la polenta con tutto quel vino ma avevano cosi fretta di tornare a casa e infilarsi qualche sogno in testa che non ho fatto neanche in tempo a respirare il mio amato inverno. Mi hanno riportato qui.

Mi verrebbe tanto da ridere ma dormono già tutti.
E ridere da soli ti fa sentire più scema che mai.
Aprirò un nuovo libro.
O magari proverò a chiudere gli occhi.
E mi concederó il lusso di sognare.

Dopotutto sono un po’ brilla.
E su una stella prima o poi, ci potrei anche volare.

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Dichiaro oggi la giornata del “ricominciamo”. Quarto tentativo di postare quei pensieri frettolosi che mi transitano nel cervello. Non becco l’incipit e torno indietro. Cancello. Riscrivo.

Eppure ieri sotto la doccia, avevo scritto il solito poema ironico e corredato di foto. Niente. Oggi manca l’ispirazione. Manca la musa. Manca l’idea.

Sarà questo tempo meschino che ieri ha fatto volare cose e parole un po’ a sproposito (e le parole erano tutte per La Grande Bellezza di Sorrentino) o magari il mal di testa. Potrebbe anche darsi che stia reprimendo il desiderio di scrivere qualcosa di rabbioso e arrabbiato. Qualcosa che si agita dentro da qualche mese e che so bene non migliorerebbe neanche se messo nero su bianco.

Oggi ho la sensazione lucida di essere rimasta come una povera stupida ad aspettare un treno che non passa più. Ed è una di quelle sensazioni fastidiose tipo quando ti mordi la guancia, becchi uno spigolo del letto mentre scendi di notte per fare pipi, o qualcuno ti frega il posto nella fila che doverosamente facevi.

Niente di irrimediabile, ma tremendamente irritante.

Qualcuno dei soliti amici con indole da life coacher mi ha detto di guardare a quanto mi è successo con piglio combattivo e positivo. Reinventati, fai cose che prima non facevi, scopri attitudini, placati. E vai di frasi motivazionali intrise di quel velo di sospetto tipo … beh qualcosa avrai pur fatto per meritare ciò.

Certo, qualcosa ho fatto. Ho tanto pianto. Tanto da consumarmi gli occhi. E ho tagliato fuori tutti quelli che mi ricordavano il mio passato, i sogni che rincorrevo, le delusioni che mi hanno servito al telefono, senza guanti bianchi.

Nella giornata del ricomincio, torno indietro e ripercorro i miei ultimi tre anni. Succede perché ieri, prestando una mia borsa a Miss Paturnie saltano fuori due cartelle stampa che avevo preparato per una di quelle fiere con evento che seguivo a lavoro. Lei mi dice…mamma, nella borsa c’erano due cose tue del lavoro vecchio. Le ho messe vicino al secchio dell’immondizia.

Sia mai. La carta va nel sacchetto carta. I cd vanno tolti e smaltiti correttamente. Le apro e trovo fogli e foto. Parole scritte da me. Foto seguite da me. Pensate al telefono con fotografi che sentivo quotidianamente e non sento più. E sui cd la calligrafia di quella che pensavo un’amica. Sparita anche lei, persa nella sua Milano da bere. Quella che fa il paio alla Grande Bellezza di Roma ladrona e padrona.

Ho separato carta e cd. Ho separato ricordi belli e brutti. Ho chiuso la pattumiera e mi sono messa in infusione uno dei miei tè. Uno di quelli con i fiori, e i cristalli di zucchero, le rose, i profumi del sole.

Così si fa. Ho pensato. Si smaltisce in maniera etica e corretta. Questo fanno le persone adulte.

Mio figlio fa le pernacchie. Ha imparato ieri. Le accompagna con tante bollicine. E si diverte a fare prrrr con la bocca. Il secondo suono dopo l’ormai noto “GHI”.

Forse dovrei, per imitazione, fare come lui e pernacchiare un po’ in giro. Così, in scioltezza.

Magari basta una pernacchia. Di quelle profonde, che vengono dal cuore, che sanno della goliardia beffarda di “Amici miei” e della scoperta ingenua e innocente di un figlio.
La meraviglia dei piccoli gesti per cancellare i tanti bla bla bla.
E d’improvviso la vita. Nuda, cruda, unica.
Senza nessun melaZ di rilievo e solo il futuro davanti.<a

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