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giravo intorno a questo post da giorni. l’ho già scritto e riscritto centinaia di volte. luglio lo sapevo che sarebbe arrivato. e sapevo che avrei dovuto combattere con i fantasmi dello scorso anno. chi dice che l’assenza pian piano si attenua sbaglia. l’assenza resta e pesa sul cuore come non mai. dell’anno scorso ho ricordi indelebili. chiudo gli occhi e sono ferma su un vicolo con alcuni amici. sono stata a zumba in spiaggia.  mio marito mi ha fatto uscire un’ora. la mia ora. e posso correre e ballare e far finta che il dolore al ginocchio che mi porto dietro da mesi, non esista. far finta che mia madre non stia morendo su quel letto d’ospedale che due uomini hanno portato e montato a casa nostra una calda mattina di primavera. chiudo gli occhi e vedo l’ambulanza ferma a casa. è caldo. caldo da morire e sono sudata e affannata. ho i bimbi in macchina. la spesa. e mia madre ha chiamato l’ambulanza. sta male. vuole ricoverarsi. non sa che i medici mi hanno detto che non la possono trattenere più. che le sue campane per me hanno già suonato. così urlo e sbraito e vorrei piangere e spaccare qualcosa come nelle mie migliori performance da bisbetica indomata e invece niente. chiamo i suoceri che mettono il muso perché facevano la siesta pomeridiana. chiamo mio marito. invoco il padre eterno e seguo l’ambulanza fino all’ospedale. stiamo lì. io sono sudata e affannata e anche affamata. mangio la prima cosa piena di grassi saturi e olio di palma del distributore e aspetto. sento già che sto ingrassando ma faccio finta di niente. non mi importa di me. non mi importa più niente. potrei sparire, morire, esplodere. non se ne accorgerebbe nessuno. un qualche mio ologramma sul quale dare pacche sulle spalle e dire “ma sei forte tu” sono certa che si paleserebbe. ci rimandano a casa dopo ore e ore di sala d’attesa. mia madre non respira più. io non faccio che trattenere il fiato e i liquidi. chiudo gli occhi. entro a casa. è sempre un caldo infernale e mio padre ha attappato un water non so cosa. c’è acqua di fogna dappertutto. l’idraulico smonta il bagno. è dramma. chiamo l’italspurgo. mi armo di crocs secchi, palette e stracci. infilo dei guanti. metto i bimbi in una safe zone a guardare il camion dalla finestra. l’odore è nauseabondo. passo due ore in ginocchio a raccogliere liquame. il tizio dell’italspurgo mi guarda impietosito. ecco, è luglio e ho i capelli bianchi e incollati ovunque. sono a bagno nella nostra pipùpupù e chissà cos’altro. sono sola. in un mare di merda. la mia amica barbara mi ha detto che le faccio paura. che non mi riconosce più. così dopo un suo film mentale esposto via whatsapp ha alzato bandiera bianca verso la mia situazione poco trendy, divertente, o meglio, troppo impegnativa. e c’eravamo tanto amati. sono sola. chiamo l’ambulanza. non vuol venire. mia madre piange. mio padre bestemmia. è caldo. un caldo da morire e io denuncio tutti. vi denuncio tutti. animali senza cuore. arrivano due ambulanze e un’auto medica. me la portano via. e dire che dieci minuti fa ero al mac con mio figlio. arrivo in ospedale. un ospedale nuovo. mia madre indossa la sua camicia rosa di sempre. quella che profuma non so perché di fiori. le hanno messo la maschera per la ventilazione artificiale. non parla. è in piena crisi. mi fanno firmare per la morfina. autorizzo. e so. so cosa vuol dire per lei. la spengono. come si fa con la tv. una macchina vecchia. stiamo ore a parlare fra un respiro e l’altro. ci teniamo per mano. io piango. lei no. ci diciamo ciao. mi mandano via. ho caldo e sono sudata. nell’obitorio invece fa un freddo boia e mi hanno lasciato tutti sola. mio padre ha scelto mio marito come oggetto transizionale. devono chiudere la bara. devono chiudere uno dei capitoli più belli della mia vita. che sia un volto amico a farlo mi conforta ma non mi asciuga le lacrime. sono sola. ho caldo. salgo in auto. mi piovono addosso tanti di quei ricordi che potrei rimanerci sotto. mia madre al mio fondamentale di inglese il primo anno di università. mia madre con le guance in fiamme che non riesce ad annodare la cravatta di papà al mio matrimonio. mia madre che scopre la maternità attraverso me. mia madre alle tre di mattina, due caffè e qualche fetta biscottata.

ho girato intorno a questo post per giorni. non volevo pensarci. pensare allo scorso anno. al dolore della perdita. all’assenza. alla mancanza di amore che ho accumulato in tutti questi mesi. alla ciccia che ho messo su. guardatemi. esisto. ci sono. perchè non mi vedete?

ieri la mia ex-amica mi ha fermata e da un metro di distanza come se ci separasse un vetro mi ha attaccato un bottone. uno qualsiasi. un discorso da ascensore. un sorriso a mio figlio.

forse pensava che dopo un anno avessi in qualche modo elaborato la rabbia, avessi imparato a convivere con il dolore. sì. certo. sono sopravvissuta. ho seppellito mia madre. e poi ho seppellito mio padre e adesso so tutto di funerali, successioni, lapidi, diritti di tumulazione etc etc. so tutto di come far correre due ambulanze e un’auto medica. so leggere la risposta di una tac. so dare il giusto peso alle presenze e alle assenze delle persone intorno a me. io non conto poi molto. loro neanche. questo ho imparato. che sono sola. rotta. a pezzi. irreparabile. e comunque sono io.

ho perso di vista l’amore pur conoscendolo, pur sentendolo. ho perso e  me ne sono fatta una ragione e come mi ha detto un amico l’altra sera questo è il mio punto di forza. essermi spezzata e poi ricomposta. aver sparpagliato le mie viscere ovunque. avere spalmato i miei sentimenti come burro tutto intorno alla mia rete salvifica. amatemi. fatevi amare. aiutatemi. fatevi aiutare.

senza veli. senza finzioni. senza tempo da perdere. con violenza a volte.

luglio per me sarà sempre caldo. troppo caldo. caldo da morire. caldo che sudi e la maglia ti si appiccica al cuore e le lacrime si asciugano sul viso. e mi manca mia madre. e mi manca mio padre e mi manco anch’io. persa troppo dolore fa. e mi sento sola. e vorrei sparire. sciogliermi come un cubetto di ghiaccio nella coca cola fresca. lentamente. salire su fra le bollicine.

invece resto. sono qui. l’insieme che non è più la somma delle parti. e ho caldo. e io detesto il caldo. detesto le assenze. chiudo gli occhi. sono tutti morti. eppure è ancora tutto così vivo. così vero.

sabato sarà un anno che è morta mia madre. e poi mio padre. 6 mesi. il tempo passa. le ferite restano. gli amici se ne vanno. i temporali arrivano.

dio benedica la pioggia. e certi abbracci speciali. che durano tantissimo e tu puoi perdertici dentro e quasi quasi non tornare più.

 

La donna forte ha bisogno di affetto e protezione come chiunque altra. Perché quasi sempre quel “lei è forte” significa solo “lotta da sola

Paulo Coelho

 

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Dove non puoi amare, non soffermarti

Frida Kalho

Iri ho rincorso un tramonto. Riso fino alle lacrime. Seguito con gli occhi un gabbiano. Scattato con priorità diaframma. Baciato e abbracciato persone nuove. Incontrato vecchi ricordi. Fatto programmi. Respirato il mare.

È stata una buona serata. Leggera. Inaspettata. Come una bolla di felicità.

Luglio pesa.

Le assenze pesano.

Le delusioni pesano.

Ma ieri, nel vento fragile di quella lanterna rossa, per un momento sono stata felice.

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Svegliata troppo presto. Con un caffè al volo. E poi sorrisi. E parole. E mal di denti. E nostalgia.

Scivola un sabato di maggio con troppe cose da fare, la casa uscita da un’esplosione atomica, la figlia in piena crisi mistica da futuro, lo spartano in punizione da tre giorni, thelastOne in full immersione nei terribili tre.

Per l’amore non c’è tempo. Per il sesso non c’è voglia. Per il resto prevedo un mese che manderà a zero la scorta di pazienza che ho accumulato come una formichina ligia al proprio dovere. Così capiterà che un giorno imploderò e poi esploderò e ci saranno un sacco di danni collaterali.

Sono stata invitata ad un blog tour che prevede una notte fuori. Agogno quel letto largo e solitario come non mai. Ho già iniziato a fare le crocette sul calendario.

Festa della mamma. Senza mamma. La prima. Stamattina dopo tre caffè e troppo zucchero, sono andata a comprare dei fiori (per lei) e un cappello (per me) e accompagnata da una fila di papaveri a bordo strada sono andata a trovarla.

Il Cimitero al sole non è meno triste. E domani sarà come tutti gli anni un giorno di infinita malinconia.

Penserò alla madre che non mi ha voluta.  O non mi ha potuta tenere. E come sempre la valanga di insicurezza atavica mi cadrà addosso come una di quelle scatole piene di cambio stagione che mi precipitano in testa ogni volta che provo a tirarle giù dall’armadio. Penserò a mia madre che non c’è. Ai suoi occhiali ancora sul comodino. Ai biglietti che le ho scritto anno dopo anno e che teneva tutti piegati sotto la carta del primo cassetto del comò. Penserò a me. Alla madre che sono. Ai miei tre figli così difficili a volte da arginare che cullargli il cuore sembra non bastargli mai.

Domani ho un impegno fuori casa. Vedrò gente. Scatterò foto. Probabilmente indugerò su qualche tentazione. La musica. Il cibo. La compagnia. E poi girerò le spalle per tornare a casa. Prenderò un ferro da stiro. Passerò sopra a tutte le pieghe della mia vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

Kandinsky-Cielo-Blu.jpgtre giorni al mio compleanno. mangio m&ms come se non ci fosse un domani e consolo cuori infranti. Tutto nella norma direi.

Questa mattina ho messo una firma importante. Ho cambiato un assegno. Ho venduto un pezzo della mia infanzia. E ho pianto tanto.

Ho lasciato mio marito davanti al mare. Perso nella sua praticità. E sono andata al cimitero in cerca di conforto. In cerca di perdono e di parole che le pietre non dicono.

Mi sarei meritata un abbraccio invece ho tolto i fiori vecchi, ho messo i fiori nuovi e ho chiesto scusa. Per cosa poi, non lo so. Ma mi sentivo come se avessi tradito le aspettative, i sacrifici vissuti, i sogni delle uniche due persone al mondo che mi hanno amato senza riserve.

Continuo a trovare il cimitero un posto comodo. Come la spiaggia nelle assolate mattine d’inverno o le sale di un museo allestito con qualche autore contemporaneo.

Mia figlia mi ha chiesto quale fosse il mio quadro. Una domanda fin troppo semplice da rispondere. Lo so da sempre. O almeno da quando ho iniziato a capire qualcosa dell’arte e ho ritrovato in Kandinskij tutto il mio mondo.

Blu di cielo. Anche il titolo mi piace. Non solo la sua storia. La vita delle forme antropomorfe che lo invadono e lo colorano. Blu di cielo. Il mio colore. L’unico luogo immaginario dove sarei voluta nascondermi oggi.

Invece ho annullato l’osteopata per la paura di bissare una scena madre di lacrime, moccio e fazzoletti pieni di rimmel, mi sono comprata un jeans e una maglia nuova, e sono partita per il tour bollette e bollettini, poste e banche. Ci ho infilato anche il dentista con la sua sana sferzata di cinismo e il caos del supermercato. Tutto per annullare quella sensazione di vuoto a perdere, di cesura, ancora, di nuovo, con quanto era e non è più.

Mi sono buttata nel quotidiano. Recuperare figlio 3, recuperare figlia 1. Rimediare il pranzo. Evitare di contare le calorie. Non rispondere ai messaggi della parrocchia. Fare pensieri impuri fra una canzone e l’altra. Recuperare figlio 2 e fingere interesse per tutti i camion e i trattori incontrati per strada.

Recitare la felicità come una preghiera. Non piangere davanti al ricordo di mia madre. Alla faccia sollevata di mio marito. Al pallore che suona campana a morto dell’agente immobiliare. Al sorriso fasullo di un’assistente. Allo sguardo da pesce lesso dell’impiegato di banca. Al capello fatto della maestra. Allo specchio impietoso.

Bisogna lasciarle andare.
Le persone.
Le cose.

Alcune perché non valgono poi molto. Altre perchè occupano troppo di te per tenerle tutte dentro. Bisogna fare spazio a ciò che prima o poi verrà.

Per esempio, la primavera.

Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi

SHAKESPEARE, Macbeth

 

Ti sei innamorato dei miei fiori, ma non delle mie radici.
Così quando è venuto l’inverno, non hai saputo cosa fare.

Ysabeau Dennis

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Non ho paura di volare.
Ne di amare.
Ne di dire ciò che provo. In quel preciso momento. Con quella particolare persona.
Non temo la verità.
Anche se per quella, ho imparato, quali parole sono finestre e quali no.

Non ho paura di essere ferita nè di ferire. Ho scoperto che certe cicatrici ci ricordano meglio chi siamo, per cosa lottiamo.

Non mi fa paura la solitudine. Mangiare leggendo un libro. Guidare di notte cantando Battisti. Dormire abbracciando il cuscino. Viaggiare.

Non temo la morte.
La rispetto. Questo si.
Anche se mi ha tolto le carezze di mia madre. E le mani calde e ruvide di mio padre.

Non ho paura dei cambiamenti.
Al contrario a volte mi ci butto dentro.
Perché se c’è una cosa che detesto è l’immobilismo. Il mondo che si muove ed io che resto li, a guardare.

Non ho più paura del buio. Nè del sangue. Di non piacere a tutti. Di piacere troppo e poi, alla fine, deludere.

Mi fa più paura la paura degli altri. Il tempo che passa neutro. Senza batticuori. Senza grandi emozioni.

La noia.


Ho ancora mal di denti. Mal d’orecchie. Mal d’amore e sonno.
Vorrei un gelato menta e liquirizia. Panna sopra e dentro il cono.

Sento il profumo di primavera nonostante la pioggia e aspetto l’estate che verrà.
Troppo calda per me. E rumorosa.
E so già che la detesteró.
E passerò il mio tempo nascosta in una tshirt xl, dietro un occhiale da sole da diva, sotto un ombrellone a righe blu e gialle. Un libro in mano, un ghiacciolo nell’altra. I figli stesi al sole. Il mare immenso di fronte.

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Sono tornata ad Osimo oggi.
Vento e sole e fiori.
Ho parcheggiato sotto all’ospedale. E poi sono salita in centro.
Il senso di smarrimento era enorme.
È ancora enorme.
E le parole sembrano non trovare la strada per uscire.
Per fortuna febbraio che porta via un mese di cassetti svuotati e armadi pieni di ricordi.

Non è facile lasciare andare chi ti ha amato.
Per niente.
E non è facile vedere che il resto del mondo va avanti nonostante me.
Nonostante tutto.

Ciò che mi consola_
_mangiare cinese, fritto, unto, colorato.
_ballare un ballo immaginario cantando canzoni sconclusionate a metà fra lo zecchino d’oro e i cartoni di rai yoyo abbracciata a due soldi di cacio
_dormire con il gatto che mi morde i piedi
_farmi di dosi massicce di cappuccino
_avere ben chiaro in testa chi sono gli amici e chi non lo sono mai stati
_la presenza di mia madre e mio padre nel profumo del mare alla mattina, in una pentola dove lento bolle un ragù, nel ricamo delicato di un lenzuolo, nello strappo di un asciugamano consumato

Ciò che ancora mi fa male
_le sedie vuote
_qualche capello bianco sui cappotti appesi in giro
_la sofferenza muta e capricciosa di mio figlio
_ i post it scritti in una calligrafia traballante con i nostri nomi e i numeri
_le assenze dei vivi, ingiustificabili


E grazie Vecchioni. Le tue parole. Le mie emozioni.

_Fu allora che madonna gli disse:” Hai gli occhi belli
vorrei che accarezzassi ‘sta notte i miei capelli”
Fu allora che rispose: “Grazie madonna no!
Io sono un cavaliere e il re non tradirò”
E a lei non valse niente comprare la memoria
di sentinelle e servi mandati a far baldoria
e a lui negli occhi grigi l’amore ritornò
l’attesa di una vita per dover dire no
“Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?”
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
poi, come tutti, si risvegliò
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
poi, come tutti, si risvegliò

Tornò di lì a tre giorni il re dalla gran caccia
e lei gli corse incontro graffiandosi la faccia
l’ira le fece dire: “Puniscilo perché
lui non portò rispetto alla moglie del re”
E a lui non valse a niente il sangue sui castelli
or sua la spada e il sole sul viso dei duelli
quando sentì di dire di dover dire sì
con un cavallo e l’acqua fu cacciato di lì
“Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?”
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
poi, come tutti, si risvegliò
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
poi, come tutti, si risvegliò

Capì d’aver ucciso per essere qualcuno
capì d’aver amato il giorno di nessuno
La strada all’improvviso, la strada si accorciò
e sotto un sicomoro la gola s’impiccò
Sentì tagliar la corda, gli tesero una mano
ma dentro c’era l’oro, l’oro del suo sovrano
il re ti paga e chiede di non parlare ma monta a cavallo e fila più lontano che vai
“Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?”
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
ma quella volta non si svegliò
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
ma quella volta non si svegliò
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
ma quella volta non si svegliò
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
ma quella volta_

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Sabato sera avevamo litigato. Uscivamo con i bimbi per un cinema. Tu non volevi restare solo. Domenica avevo ignorato il muso lungo. Preparato il pranzo e comprato la pizza alla cipolla, la tua preferita. Lunedì non ti avevo salutato per niente.  Ti avevo spedito dai suoceri con i bimbi mentre noi andavamo al funerale di Renzo.
Già all’ora di pranzo stavi male.
Ti ho ricoverato a cena.
Sei morto mentre prendevo il caffè più amaro della mia vita.
La notte era stata dura. Per te che via via ti abbandonavi al dolore. Per me che assistevo impotente.
Un battito di ciglia e non c’eri più neanche tu.
Su quel letto che ha accolto le tue ultime ore, paventate ma inattese, ti ho massaggiato  per ore le gambe gelide e rigide, le mani insensibili al tocco.
Eri morto e non lo sapevamo. Continuavamo a parlare, a lottare.
La tua testa, lucidissima non mollava.
Il tuo corpo era già andato.
E il cuore l’ha seguito.

Eri li con me. Poi non c’eri più.
Tra un sospiro e l’altro mentre attraversavamo il buio della notte avevo scritto di te.
Mi stavi lasciando dopo la mia vita intera.
Mi lasciavi orfana e chiudevi il cerchio che aveva dato origine alla mia stessa esistenza.

Si è ripristinato lo status quo.
Sono di nuovo sola.

Mamma, se tu muori come farò io?
Quando tu e papà non sarete più con me.
Che sarà di me.

Cercando parole di cordoglio in molti mi hanno ricordato che ho i miei figli, il loro amore.
È vero.
Ciò non mi toglie di dosso la sensazione di aver perso le mie radici, la terra fertile e forte  nella quale erano piantati saldi i miei pilastri.

E volo.
In un cielo che non mi appartiene.
Senza un laccio che era il guinzaglio del cuore. Quelle mani forti e ruvide che mi hanno guidato sana e salva fuori da ogni paura e dentro ogni ricordo bello.