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Oggi mio padre ha carbonizzato il pesce. Nero. Inmangiabile. Pietrificato dalla piastra.
Non era mai successo.
Fu capace una volta di far esplodere una caffettiera, noi qui la chiamiamo “cuccuma”, e di bruciare un minestrone lasciandolo sul fuoco ad oltranza.
Ma il pesce mai.
Perché il pesce era la sua specialità.
Quante volte l’ho visto prendere degli sgombri enormi e buttarli nell’acqua così senza tante manfrine. Un taglio sulla pancia e via a bollire. Olio, sale e limone e il pranzo è servito.
L’ho visto pulire anguille che schizzavano sangue ovunque, seppie piene di inchiostro, e aprire calamari che via via assomigliavano a tanti angeli  dalle ali spiegate.
Non l’ho mai visto pescare pur avendo bene impresso in mente lui vestito con camicioni a scacchi di flanella e calzettoni fatti ai ferri.
Eppure la sua vita è stata mare per troppi anni.
Mio padre odia il mare. Perché lo ha conosciuto troppo e ha imparato tutto di lui. Tutto da lui.
Il suo mare ha l’odore acre delle reti al sole, il colore della vernice rovinata dalla salsedine, il rumore della tempesta che non da tregua e sballotta, frusta, soffia e sbuffa, e tu sei costretto a legarti a una cima e pregare Iddio di uscirne vivo
Oggi mio padre ha carbonizzato il pesce e io l’ho visto più vecchio che mai.
So che questo sarà il primo Natale senza mia madre e l’ultimo con lui, l’ultimo Natale da figlia.
Avrei voluto ornare la casa e riempirla di risate di bimbi e odore di pino.
I miei figli litigano come lottatori di catch e l’unico odore che sento è quello del pesce bruciato.
Nulla è come vorrei pur nella bellezza di alcune piccole cose.Certi messaggi teneri. Certe telefonate inattese.
Non è che l’amore manchi ma non è ancora abbastanza.
E allora mi faccio promesse.
Perdonare di più. Me stessa. Gli altri.
Ridimensionare i sogni.
Limare le aspettative.
Investire in nuovi progetti, e nuove persone.
Vedremo.
Intanto apro le finestre.
Esce l’odore di bruciato.
Entra l’aria del Natale.

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Un giorno, impazzirò come l’Alda.
Inseguendo immensi amori, lievi creature, teneri ricordi.

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_È Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra.
Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”…
Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani.
C’è una bella poesia dialettale che dice “fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore…”.
Casa: quanto la ami a Natale!
Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri. Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve… si mendicava dai contadini abbienti.
Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini. Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura. Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.
Adesso che sono un’anziana poetessa… continuo ad accontentarmi.
Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo… Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre… Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.
Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli. E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza! Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché… nella mia casa sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto – e sembra un eufemismo – avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi. Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni. Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita. 
Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì. Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino. Il mio presepe privato_

Alda Merini
“Avvenire”, Natale 2006

È solo quando ti ritrovi a farfugliare qualcosa in camera di tua figlia e a borbottare come una vecchia caffettiera che ti rendi conto che è davvero troppo tempo che non aggiorni il tuo blog.
Si sono succedute cose su cose e il tempo per postare non arrivava mai.
In compenso, sotto la doccia, in uno di quei momenti in cui lo scroscio dell’acqua copre urla, lamenti, porte che si aprono e richiudono, gente affamata che reclama il rancio, bebè con crisi astinenza tette, beh…in quei rari momenti ho concepito post bellissimi.
A mente li ho scritti tutti corredandoli anche di foto.
Ho parlato del biglietto di Natale che abbiamo fatto con la pila di panni di casa e del B&B. Un giro di luci e via. Ho accennato della decadenza di mia madre. Ormai assegnataria di una sedia a rotelle e di una bombola d’ossigeno 24 ore al giorno. Ho raccontato della recita di Natale e della rocambolesca fuga del Tato dal palco con lancio alla Morgan (e per gli appassionati anche di Joe Black in School of Rock) verso il pubblico di genitori gonfi e tronfi come tacchini nel giorno del Thanksgiving. Tutto per raggiungere me.
Ho costruito un post polemico dedicato alle mamme che,vi prego, passatemi il termine, zoccoleggiano in giro e lasciano la prole a casa per il loro spritz con le amiche. Si, una volta può capitare. Ma perchè farne un’abitudine? Perché mettersi i tacchi, le gonne parochiappa, il rossetto rosso Boccadirosa e non invitare tuo marito o compagno che sia? I tuoi figli ti vedono. E agiscono di conseguenza.
Poi mi sono permessa di dilungarmi anche nel raccontarvi il Battesimo. Li è stato quando, per errore ho usato lo shampoo di mia figlia,che, non perde mezzo grammo ma coltiva la sua leggerezza di spirito postando su fb foto dei suoi nuovi capelli ultra lisci, effetto di una contropermanente doppia. Uno shampoo così schiumoso che tre lavaggi non bastano e si fa in tempo a ricostruire la giornata dall’arrivo trafelato in chiesa con dieci minuti di ritardo e occhiata inceneritrice del Parroco, al taglio della torta doppia farcita crema chantilly e nutella.
Una giornata magnifica. Una cerimonia intima. Tanti amici. Tanto amore. Almeno il mio c’era tutto.
Certo, con voi che siete state così carine da esplicitarmi via mail una certa nostalgia dei miei raffazzonati scritti, avrei condiviso anche quella serie di emozioni che ho provato mentre decidevo chi invitare chi no. Chi escludere e chi rendere partecipi.
Mai senza un pizzico di dolore.
Certo. Si fanno le somme delle amicizie. Quelle presenti. Quelle che hanno retto. Quelle che si sono rafforzate. E quelle che, invece, sono state inghiottite dall’orgoglio, dalla mancanza di tempo, dall’assenza di un vero sentimento.
E questo passaggio mi avrebbe portato a sconfinare nei ricordi. Riaprire la valigia della press officer di grande azienda con piccola testa e bla bla bla. Che noia. Mi annoio da sola. Basta rabbia. Basta rimuginare. Basta.
Mentre mi tampono i capelli in genere partorisco post sui favolosi anni ’90. Ricordo la serate attappate in bagno con rossetti pennelli e grandi storie d’amore in corso, le mie disco-amiche ed io. Oppure le serate al pub, fumose, unte, a flirtare con tutti a pensare all’unico che non c’è.
È all’asciugatura che si tocca l’apice. Quando, spazzola di ferro in mano, attacchi con Bonnie Tyler e Totally Eclipse of the heart..
Ecco, lì capisci che ti manca una socia.
E chiami la tua best friend. E la convinci a venire con te a Ferrara per un Capodanno emozionante dotto il Castello Estense.
Altro post che meriterebbe tempo e carrellata fotografica.
Eccoci invece in una grigia mattina di metà gennaio.
Ho una nuova ricetta da provare ma non trovo l’estratto di vaniglia.
Ho un nuovo portafogli ma non trovo un lavoro che si addica ai miei 40+1 anni.
Ho un vecchio amore che fatica a rinnovarsi e ci si barcamena nel caos di questi mesi, confidando in un oroscopo positivo, una fiera che deve finire, tempo per noi da ritrovare.
Altro che aperitivino con le amiche.
Io vorrei mio marito. Al mio fianco. Vorrei noi come forse non saremo più.
Troppe cose ci legano. Nel bene e nel male.
E si tira avanti.
Intanto, per recuperare spazio e arginare la totale occupazione del sacro talamo nuziale abbiamo piantato un lettino short dell’ikea di fianco al nostro.
Per il Tato. Il Bebè è ancora tettadipendente night&day e non può essere sfrattato.
Lo guardo dormire in quei 160cm di letto e lo vedo cosi scricciolo. Eppure ha già una sua prorompente personalità. Ieri ce l’aveva con le femmine. Tze tze…donne…parlano sempre. Via! Giulia! Via! Ambra! Via.
Io voglio bene a Diego. E a Corrado. Corrado è mio fratello.
No.
Corrado è tuo amico.
Amico?
Fratello?
Mamma, ma non è uguale?
Ecco.
Sono già sotto la doccia ad elucubrare su questa straordinaria, tenerissima affermazione.

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Ogni anno come da tanti anni realizzo i “nostri” auguri di Natale.

Mi piace ricevere gli auguri per e.mail e ritengo tutti i social media una manna per i comunicatori ( naif o di professione, poco importa). Ma la carta, la carta è il mio grande amore. Non vivo senza, non resisto.
Lo scorso Natale avevo trovato dalla mia amica Serena,che ha un’edicola cartolibreria farcita di ogni ben di Dio questi cartoncini A4 scintillanti.
È stato un colpo di fulmine.
Ma i biglietti per il 2010 erano già pronti e quindi ho rimandato.

Per questo Natale così lontano dallo scintillio festoso di qualche grasso anno fa, armata di taglierino e righello ho tagliato i cartoncini in tre, ho trovato dei fogli in argento leggeri e ho stampato delle fascette con un ispiratissimo “merry&bright” che ho tagliato velocemente et voilà!

Dietro il nostro messaggio d’affetto e le firme.
Busta della stessa linea della carta argentata.

Un augurio scintillante, semplice e di grande effetto.

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