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Non cucinavo granché. Pranzavo a mensa. Cenavo con i miei.
La mia vita ruotava intorno al mio lavoro.
I miei vestiti.
I miei amici.
I testosteronici di turno.
Tutto nella norma.
Tutto li.
Poi improvvisamente mi sono trovata a casa.
Con due figli.
Con tre figli.
Con due anziani.
Con due malati.
Con pranzi e cene e lavatrici su lavatrici.
Ho nuotato a rana sul fondo.
Apnea.
Bolle.
Obnubilamento.
Addio.

Mi ha tenuto a galla la ciccia.
Oh si.
Quella ciccia di cui mi lamento sempre.
Per cui oggi guardavo una metà del mio armadio a sei ante e pensavo che devo buttare via tutto.
Giacche e gonne così belle e con così tanti ricordi addosso che mi sembra di buttare via un pezzo di me.
Benvenuta vita alternativa.
Lo so che ce l’hai con me perchè ti considero una seconda scelta.
Perché preferivo Milano al Paesello. 12 ore fuori casa alle 6 lavatrici quotidiane.
Che ci posso fare se la casalinghitudine non fa per me?
Tutte queste donne che parlano di altre donne e di altri uomini che non sono i mariti e di cosa fai per pranzocenamerendaeCapodanno?
Fregaunkaiser a me.
Non mi frega un tubo dell’olio di palma, dei semi macrobiotici, dei vegani e della frutta biologica. Ho fatto vent’anni di mensa fra università e lavoro. Avrò ingoiato famiglie di cimici pensando fossero zucchine.
Io sto bene quando lavoro.
Quando progetto.
Quando non dormo e tutto tace.
Tutti tacciono.
Le casalinghe si annoiano e molti uomini si offrono come passatempo.
Che grasse risate.
Se ho del tempo io leggo.
Non sto a sollazzare l’ego di qualche perdigiorno.
Detesto i trastullatori.
I nullafacenti.
I cazzeggiatori.
Il tempo è prezioso.
Il tempo è tutto.
E il mio tempo deve produrre.

Oggi nuoto con grandi bracciate nella nostalgia.
Sento fortissima l’assenza di mia madre.
E nonostante non sia in zona ciclo, mi si continuano a riempire gli occhi di lacrimoni.
Mi manca e non so cosa darei per rovesciarle sopra tutte le mie paure e poi farmi abbracciare.
Mi manca e non so con chi parlare.
Così non parlo più.
Converso.
Sono sempre più abile nel tenere graziose conversazioni con le viscere impacchettate con la carta paglia sotto il banco del macellaio e una montagna di parole vuote e leggere a riempire il silenzio.
Vorrei qualcuno che mi stringesse. Mi stritolasse. Mi accorpasse al suo se’ per non essere più solo io. Perchè sono stanca. Stanca da morire.
E invece continuano tutti a chiedere.
E io continuo a dare.
Perché in questo sono brava.
A dare.
Ad amare.

Piove. Sarà per questo che scivolo via come una goccia sul parabrezza. Scendo veloce. Mi espando. Divento pozza. Poi lago. Poi mare.

Nuoto lontana.
Non torno su più.

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Svegliata troppo presto. Con un caffè al volo. E poi sorrisi. E parole. E mal di denti. E nostalgia.

Scivola un sabato di maggio con troppe cose da fare, la casa uscita da un’esplosione atomica, la figlia in piena crisi mistica da futuro, lo spartano in punizione da tre giorni, thelastOne in full immersione nei terribili tre.

Per l’amore non c’è tempo. Per il sesso non c’è voglia. Per il resto prevedo un mese che manderà a zero la scorta di pazienza che ho accumulato come una formichina ligia al proprio dovere. Così capiterà che un giorno imploderò e poi esploderò e ci saranno un sacco di danni collaterali.

Sono stata invitata ad un blog tour che prevede una notte fuori. Agogno quel letto largo e solitario come non mai. Ho già iniziato a fare le crocette sul calendario.

Festa della mamma. Senza mamma. La prima. Stamattina dopo tre caffè e troppo zucchero, sono andata a comprare dei fiori (per lei) e un cappello (per me) e accompagnata da una fila di papaveri a bordo strada sono andata a trovarla.

Il Cimitero al sole non è meno triste. E domani sarà come tutti gli anni un giorno di infinita malinconia.

Penserò alla madre che non mi ha voluta.  O non mi ha potuta tenere. E come sempre la valanga di insicurezza atavica mi cadrà addosso come una di quelle scatole piene di cambio stagione che mi precipitano in testa ogni volta che provo a tirarle giù dall’armadio. Penserò a mia madre che non c’è. Ai suoi occhiali ancora sul comodino. Ai biglietti che le ho scritto anno dopo anno e che teneva tutti piegati sotto la carta del primo cassetto del comò. Penserò a me. Alla madre che sono. Ai miei tre figli così difficili a volte da arginare che cullargli il cuore sembra non bastargli mai.

Domani ho un impegno fuori casa. Vedrò gente. Scatterò foto. Probabilmente indugerò su qualche tentazione. La musica. Il cibo. La compagnia. E poi girerò le spalle per tornare a casa. Prenderò un ferro da stiro. Passerò sopra a tutte le pieghe della mia vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

Kandinsky-Cielo-Blu.jpgtre giorni al mio compleanno. mangio m&ms come se non ci fosse un domani e consolo cuori infranti. Tutto nella norma direi.

Questa mattina ho messo una firma importante. Ho cambiato un assegno. Ho venduto un pezzo della mia infanzia. E ho pianto tanto.

Ho lasciato mio marito davanti al mare. Perso nella sua praticità. E sono andata al cimitero in cerca di conforto. In cerca di perdono e di parole che le pietre non dicono.

Mi sarei meritata un abbraccio invece ho tolto i fiori vecchi, ho messo i fiori nuovi e ho chiesto scusa. Per cosa poi, non lo so. Ma mi sentivo come se avessi tradito le aspettative, i sacrifici vissuti, i sogni delle uniche due persone al mondo che mi hanno amato senza riserve.

Continuo a trovare il cimitero un posto comodo. Come la spiaggia nelle assolate mattine d’inverno o le sale di un museo allestito con qualche autore contemporaneo.

Mia figlia mi ha chiesto quale fosse il mio quadro. Una domanda fin troppo semplice da rispondere. Lo so da sempre. O almeno da quando ho iniziato a capire qualcosa dell’arte e ho ritrovato in Kandinskij tutto il mio mondo.

Blu di cielo. Anche il titolo mi piace. Non solo la sua storia. La vita delle forme antropomorfe che lo invadono e lo colorano. Blu di cielo. Il mio colore. L’unico luogo immaginario dove sarei voluta nascondermi oggi.

Invece ho annullato l’osteopata per la paura di bissare una scena madre di lacrime, moccio e fazzoletti pieni di rimmel, mi sono comprata un jeans e una maglia nuova, e sono partita per il tour bollette e bollettini, poste e banche. Ci ho infilato anche il dentista con la sua sana sferzata di cinismo e il caos del supermercato. Tutto per annullare quella sensazione di vuoto a perdere, di cesura, ancora, di nuovo, con quanto era e non è più.

Mi sono buttata nel quotidiano. Recuperare figlio 3, recuperare figlia 1. Rimediare il pranzo. Evitare di contare le calorie. Non rispondere ai messaggi della parrocchia. Fare pensieri impuri fra una canzone e l’altra. Recuperare figlio 2 e fingere interesse per tutti i camion e i trattori incontrati per strada.

Recitare la felicità come una preghiera. Non piangere davanti al ricordo di mia madre. Alla faccia sollevata di mio marito. Al pallore che suona campana a morto dell’agente immobiliare. Al sorriso fasullo di un’assistente. Allo sguardo da pesce lesso dell’impiegato di banca. Al capello fatto della maestra. Allo specchio impietoso.

Bisogna lasciarle andare.
Le persone.
Le cose.

Alcune perché non valgono poi molto. Altre perchè occupano troppo di te per tenerle tutte dentro. Bisogna fare spazio a ciò che prima o poi verrà.

Per esempio, la primavera.

Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi

SHAKESPEARE, Macbeth