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Ti sei innamorato dei miei fiori, ma non delle mie radici.
Così quando è venuto l’inverno, non hai saputo cosa fare.

Ysabeau Dennis

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Non ho paura di volare.
Ne di amare.
Ne di dire ciò che provo. In quel preciso momento. Con quella particolare persona.
Non temo la verità.
Anche se per quella, ho imparato, quali parole sono finestre e quali no.

Non ho paura di essere ferita nè di ferire. Ho scoperto che certe cicatrici ci ricordano meglio chi siamo, per cosa lottiamo.

Non mi fa paura la solitudine. Mangiare leggendo un libro. Guidare di notte cantando Battisti. Dormire abbracciando il cuscino. Viaggiare.

Non temo la morte.
La rispetto. Questo si.
Anche se mi ha tolto le carezze di mia madre. E le mani calde e ruvide di mio padre.

Non ho paura dei cambiamenti.
Al contrario a volte mi ci butto dentro.
Perché se c’è una cosa che detesto è l’immobilismo. Il mondo che si muove ed io che resto li, a guardare.

Non ho più paura del buio. Nè del sangue. Di non piacere a tutti. Di piacere troppo e poi, alla fine, deludere.

Mi fa più paura la paura degli altri. Il tempo che passa neutro. Senza batticuori. Senza grandi emozioni.

La noia.


Ho ancora mal di denti. Mal d’orecchie. Mal d’amore e sonno.
Vorrei un gelato menta e liquirizia. Panna sopra e dentro il cono.

Sento il profumo di primavera nonostante la pioggia e aspetto l’estate che verrà.
Troppo calda per me. E rumorosa.
E so già che la detesteró.
E passerò il mio tempo nascosta in una tshirt xl, dietro un occhiale da sole da diva, sotto un ombrellone a righe blu e gialle. Un libro in mano, un ghiacciolo nell’altra. I figli stesi al sole. Il mare immenso di fronte.

ALLARME ROSSO ALLARME ROSSO
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La polizia postale avverte.
Non pubblicate le foto dei vostri bimbi in rete
Non sapete cosa ci possono fare.
Voi (virgola), non sapete.

Neanche parliamo che già i nostri genitori ci parlano dell’uomo nero Attenta, non fare i capricci che poi arriva l’uomo nero!

Al supermercato, al parco, nei luoghi con più di tre persone Attenta, non ti allontanare che arriva l’uomo nero e ti porta via. E tu, tu non vuoi andare via da mamma e papà, vero?

Dormi, se no arriva l’uomo nero e sentirai come si arrabbia.

Ninnanannanannaoh questo pupo a chi lo do, se lo piglia la befana se lo tiene una settimana, se lo piglia l’uomo nero se lo tiene un mese interoooooo

Ninnanannanannaoh
Dormi amore.
Va tutto bene.
Shhhhh
Nannaohhhhhh
Mamma, e se arriva l’uomo nero?
Chi, Batman?

Era pomeriggio di un giorno di primavera. Io e mio cugino camminavamo verso la mia nuova casa in costruzione. Mamma mi aveva detto che avrebbero gettato le fondamenta e che sarebbe stato bello vederlo.

E così camminavamo.
Due bambini in strada.
Campagna, ma neanche tanto.
Giorno. Sole. Piena luce.

Si ferma una macchina e tira giù il finestrino.
Volete venire a vedere come fanno l’amore mamma e papà?

Ma anche no.
Ma a noi, che ci importa?
Io voglio giocare con le mie bellissime Barbie.
E lui vuole lanciare sassi con la fionda.

Arrivò mio zio e il tipo sulla 127 se la svignò di gran carriera.
Non c’era facebook.
Non c’erano i social.
Ma quello era un pedofilo. Un depravato. Un porco.

Ricordo che all’epoca, andavano molto di moda i giornalini porno.
Se ne trovavano a montagne buttati così.
E anche siringhe.
O sì.
E noi le prendevamo e le lavavamo e ci giocavamo perché chi sapeva niente della droga? E dell’aids? E dell’epatite?

Tutto venne dopo.
Venne la paura dei pedofili fuori dalle scuole. Amici di merende degli spacciatori. Di quelli che ti danno le figurine, tu le lecchi e hai un trip.
Vennero i video hard sul pc che ti salta fuori un rasagnolo di carne che solo a guardarlo inizi a prendere le misure come quando devi caricare le valige nel portabagagli.
Venne la polizia postale.
E messanger e poi whatsapp con i figli con dei nick che a solo leggerli pensavi “non posso averli messi al mondo io, c’è stato uno scambio in culla con qualche erede di Ilona e John Holmes.

Sono un paio di giorni che il mio profilo Instagram mi propone continuamente video e foto porno. Ci sono signorine magroline e neanche tanto sexy che si infilano oggettini colorati dentro pertugi diversi. Frame di due o tre secondi. Identici. I profili sembrano quasi tutti fatti dalla stessa mano. E le signorine sembrano casalinghe montate dall’idraulico di turno. Una tristezza indefinibile. Niente di lussurioso. Niente di erotico. Fossi maschio io, non mi si alzerebbe nemmeno la leva del freno a mano.

Da quando ho facebook pubblico foto dei miei figli. Mi piace condividere certi momenti con i miei amici e mi piace vedere i loro. Come crescono. Cosa fanno. Quelle piccole cose buffe che solo i bambini sanno dire e sanno fare.

Però NO. Sacrilegio. Anatema. Orrore e raccapriccio.
Ma che madre sei?
Ma non sai che cosa ci possono fare con le foto di tuo figlio che gioca col pongo fatto dalla maestra all’asilo?
Ci si fanno le pippeeeeeee
Oppure ci mettono uno sfondo letto a baldacchino, gli tolgono il ghiacciolo arcobaleno e ci mettono un bel pisello.
E poi vengono davanti alla scuola e te lo rapiscono.

Quelli che guardano le mie foto su facebook.

Non sia mai che lo faccia qualche istruttore di pallone. Autista di pulmino. La maestra. Le bidelle. Il fidanzato delle bidelle. Il signore dall’aria rispettabile al parco. Il fratello dell’amico della cugina. Lo zio.

Sicuramente la polizia postale ha ragione.
Sicuramente siamo tutti in balia dei social.
Siamo rintracciabili.
La nostra vita è ricostruibile.
Cosa mangiamo. Dove andiamo. Con chi stiamo e quando.
Scriviamo se siamo in vacanza così i ladri sanno.
Postiamo cosa mangiamo così il dietologo controlla.
Pubblichiamo citazioni che sono in verità messaggi d’amore cifrati per assecondare la parte più libertina di noi.

E i bambini nel mezzo.

No, cioè, mio figlio mica me lo ha dato il permesso per pubblicare le sue foto. Io non lo faccio.
Ah beh. Invece ti ha autorizzato a mandarlo al nido. Lasciarlo 8 ore li. Dargli il biberon invece della tetta. Darlo alla babysitter mentre vai a cena da amici perché poi, sai, disturba.

Quando pubblico una foto di mio figlio lo faccio con tanto, tantissimo amore.
E non per pavoneggiarmi di lui (giuro ho letto anche questo) ma per condividere il suo sorriso, quell’attimo di felicità che mi ha regalato e che passa, via, così. E non torna più.

Magari qualcuno ci si farà le pippe. Qualcuno lo faceva anche con le modelle in mutande di pizzo sintetico di Postalmarket.
Pensarlo mi fa un po’ schifo. Ma tant’è. Gli calerà la vista.

Ma la vera sfigadellemamme è questo senso continuo di io sono meglio di te.
Io MAI.
Il mio bambino, MAI.

Neanche il mio bambino mai.
E nemmeno il bambino che siede mezzo nudo sulla confezione dei pampers.
O sul catalogo di costumi calzedonia.
O in tv sullo spot di qualche latte artificiale.
Su video, profili instagram, film, campiscuola, oratori, classi, gite, palestre, piscine, discoteche e spiagge.

Nessun bambino, mai.

Ninnanannanannaoh
Questo figlio a chi lo do.
Lo daremo alla sua mamma che gli canta la ninnananna.

E adesso dormi figlio mio. Mamma veglia su di te.

ndr.

Questo post è un po’ che covava. Come l’influenza, insomma. Perché ho letto e leggo con sempre maggiore frequenza commenti ipercaustici di mamme vs mamme. La cosa mi intristisce e mi irrita. Non c’è mestiere più delicato di quello del genitore e penso che ognuno faccia del suo meglio, foto o non foto su Facebook, instagram, blog o quel che è.

Il vero male non sono le mamme che amano raccontare la vita con i figli. Il vero male è altrove. Non è non postando le foto dei bambini che cambiamo il mondo. Come non è mettendo gonne lunghe che evitiamo stupri, o facendo corsi di autodifesa che fermiamo la violenza.

Sempre più spesso ci fermiamo al dito che indica la luna. Peccato.

 

 

 

 

 

E la terra tremò.
E la casa pure.
Con noi dentro.
Paralizzati, fermi ad aspettare che la scossa passasse.
Tante scosse negli ultimi mesi, ma quella di questa notte, a pochi chilometri da noi, è stata brutta. Ma brutta brutta, direbbe mio figlio.
Noi venivamo da una piacevole cena a casa di amici. Buon pesce, buon vino, gelato e vento d’estate.
Si dormiva da poco quindi.
Si dormiva bene.
La Viko in camera sua, spalmata a pelle d’orso come suo solito, noi con il Tato a farci da separè.
Mi sono svegliata io.
Forse il rumore. Come di qualcosa che si rompe, si infrange. Ho svegliato l’uomo di casa, con gli occhi sbarrati in un nano secondo, manco fosse sempre stato allerta.
Tutti e due con le mani sopra il piccolo ad aspettare che il mondo sopra e sotto a noi smettesse di ballare.
Le porte si muovevano, i cani abbaiavano, allarme e sirene a tutto volume.
Interminabile.
Davvero.
In quarant’anni mai avuto un ricordo così lucido, vivo, intenso.
Sono scesa dai miei, al piano di sotto.
Il cane era sconvolto. Se l’era fatta tutta fra le zampe.
Mio padre continuava a fissare il lampadario.
Questo ha fatto i danni.
Fuori tutti sul balcone.
Radio_Cugina, la mia vicina/parente aveva già attivato il servizio cronaca minuto per minuto.
Tutti svegli, tutti subito connessi a facebook.
L’hai sentito? Che botto! Che paura! OhmioDio!
Epicentro, come dice l’igv dopo una quindicina di minuti a pochi, pochissimi chilometri da casa nostra.
La sensazione di dondolio non ci lascia.
Cambio di letti.
Mia figlia viene da noi.
Mio marito si sposta in soggiorno con l’iPhone.
Io chatto con l’amica che ci aveva invitati a cena la sera prima. In Paese sono tutti per le strade, in pigiama o mutande, cicaleccio e condivisione dell’evento.
Provo a riprendere sonno ma riparte il rollio.
Meno intenso ma intenso comunque.
Siamo di nuovo in piedi.
Sono le cinque.
Mi giro e mi rigiro.
I bimbi dormono.
Alle sette mi vesto con una maglietta e un pantalone della tuta, inforco gli occhiali e scendo in direzione forno=brioche fresche.
Probabilmente l’idea era poco originale.
Sembra di stare alla fine di una Notte Bianca.
Capannelle di persone vagolano con sguardo un po’ atterrito un po’ assonnato.
Le chiese entrambe chiuse dai vigili.
Il parroco informa che la prima messa sarà all’aperto.
Tuona.
Lampa.
Non piove.
Vigili e sicurezza civile girano per i vari palazzi. Compaiono le prime transenne.
Entro dal fornaio e spendo 18 euro fra pane, pizzette, brioche e ciambelle. Ho bisogno di un conforto primario.
Ascolto le prime storie.
Cassetti e ante che si aprivano. Libri che cadevano. Maniglie bloccate.
4.9 della scala Richter. Per fortuna epicentro in mare.
La seconda forte 4.0.
Anche questa una scossa di tutto rispetto.
Tuona ancora quando torno a casa, facebook è sempre invaso da commenti post terremoto, salta il progetto di andare a vedere la fioritura (ritardata) della lenticchia a Castelluccio.
Siamo tutti un po’ così. Sul chi va la.
Mi arrivano molti messaggi, specie da alcuni dei miei ospiti del B&B. Nel grande bailamme,mi rallegro di queste piccole attenzioni nei nostri riguardi.
Improvvisamente inizia a grandinare.
Ecco. Ora manca solo l’invasione di cavallette e comincio a pensare che il pallottoliere dei Maya abbia perso qualche biglia.
Il meteo.it mostra un’Italia di bel tempo, eccezione fatta per quella nuvola nera e minacciosa sopra il Monte Conero.
Si ricamano leggende metropolitane. La scossa, quella di 4.9 si è manifestata nello stesso identico orario di quella de L’Aquila.
Ecco, sarà così.
Prima l’avvertimento e poi la tragedia.
Miiiiiiiii, tutti a toccarsi i ciondoli.
E su, non gufate.
Quei stormi neri che volano bassi sopra il cielo sono solo rondinoni che sentono pioggia.
Però non sono tranquilla.
Passato il temporale, raccatto pizzette e panini e raggiungo la suocera per pranzo.
La spiaggia è ricoperta di persone stese al sole.
Il terremoto, come le grandi nevicate è argomento principe di discussione.
Ogni tanto qualcuno si collega dallo smart phone e si aggiorna sullo sciame sismico.
Mia figlia ha già provato a vedere se entra ancora sotto il letto e ogni tanto nomina l’Apocalisse.
Io barcollo.
Forse per via della pancia di otto mesi che mi sposta il baricentro, forse per le scosse che percepisco seppur non con consapevolezza.
Mammamia.
Una mia amica ha postato uno stato interessante su fb.
Tv a schermo piatto pagata a rate, mobili che non si toccano per paura delle manate, album, cd, chiavette USB piene di foto e di ricordi, la cassaforte.
Poi arriva una scossa così, prendi al volo i figli, il giubbetto, le chiavi dell’auto e sei in strada. Potresti non aver più niente. Invece hai ancora tutto.

Un bel punto di vista, no?

E adesso aspettiamo questa prima notte dopo la grande paura.
Con ansia. Innegabile.
E speriamo nella terra. Ferma.

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