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La poesia non finisce mai di emozionarmi. Un po’ come il mare d’inverno. O l’adolescenza di mia figlia. O il profumo di una nuova vita.

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Riempiti di me.
Desiderami, prosciugami, versami, immolami.
Chiedimi.
Raccoglimi, contienimi, nascondimi. Voglio esser di qualcuno, voglio esser tuo, è la tua ora.

Pablo Neruda

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_L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.

Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.

Ho perduto l’orologio di mia madre.
E guarda! L’ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.

Ho perso due città, proprio graziose.
E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.

Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato).

Questa è la prova. E’ evidente,
l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare (scrivilo!) un vero disastro_

Elizabeth Bishop stamattina. Perché ho perso. Ed é un disastro. Ma va bene anche così.

Ti meriti un amore

Ti meriti un amore che ti voglia
spettinata,
con tutto e le ragioni che ti fanno
alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti
lasciano dormire.
Ti meriti un amore che ti faccia
sentire sicura,
in grado di mangiarsi il mondo
quando cammina accanto a te,
che senta che i tuoi abbracci sono
perfetti per la sua pelle.
Ti meriti un amore che voglia ballare
con te,
che trovi il paradiso ogni volta che
guarda nei tuoi occhi,
che non si annoi mai di leggere le
tue espressioni.
Ti meriti un amore che ti ascolti
quando canti,
che ti appoggi quando fai la ridicola,
che rispetti il tuo essere libera,
che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.
Ti meriti un amore che ti spazzi via le
bugie
che ti porti il sogno,
il caffè
e la poesia.

Frida Kahlo

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Preziosissimo tempo.
Passi e lasci folle di pensieri in testa e li, sulla punta della penna.
Vorrei scrivere e raccontare.
Ma è tutto urgente.
Tutto adesso.
Tutto prioritario a parte me.
E così forse dev’essere quando l’egoismo dell’essere figlia viene messo in un angolo dalla responsabilità di essere madre, adulta.

Lotte su lotte e poco tempo per ridere.
Ricordatemi di scrivere un saggio breve su essere madre di una figlia quasi teenager, fuori peso massimo e senza cognizione di tempo e misura.

Per il resto verrà il giorno di ricolonizzare questo spazio. Non oggi.

Due cose che amo.
Rubate in giro.
Una straordinaria poesia.
Un magnifico mare.

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_Se finalmente potessi esprimere ciò che è dentro di me.
Urlare: gente, vi mentivo
Dicendo, che questo in me non c’è.

Quando invece QUESTO è lì, sempre, di giorno e di notte.

Anche se proprio grazie a questo, ero in grado di descrivere le vostre infiammabili città, i vostri brevi amori e i vostri giochi che si sbriciolano come un legno tarlato, orecchini, specchi, la spallina cadente, scene di camera da letto e di resti di battaglia.

Scrivere era per me una forma strategica di protezione, per cancellare le impronte. Perché non è possibile che alla gente piaccia colui che stende la mano verso il proibito.

Richiamo in aiuto i fiumi in cui nuotavo, i laghi con il ponticello tra giunchi, la valle, in cui l’eco di un canto accompagna la luce della sera, vi confesso che le mie lodi estetiche sull’esistente potevano essere esercizi di alto stile, ma sotto sotto c’era QUESTO, che non mi sento di nominare.

QUESTO è simile al pensiero di un vagabondo quando cammina per la strada gelata di una città straniera.

Ed è simile al momento in cui un Ebreo assediato vede i pesanti caschi dei gendarmi tedeschi che si avvicinano.

QUESTO è come quando il figlio del re va in una città e vede il mondo vero: miseria, malattia, vecchiaia e morte.

QUESTO può essere paragonato al volto assente di qualcuno, che ha capito di essere stato abbandonato per sempre.
O alle parole di un medico con un verdetto irreversibile.

Perché QUESTO significa incontrare un muro di pietra, e capire, che questo è un ostacolo che non cederà al alcuna nostra supplica_

Giornata mondiale della poesia.
Eccolo il 21 marzo.
Primavera.

Ho sceso, dandoti il braccio
almeno un milione di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue_

Eugenio Montale

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Ho chiamato i rinforzi. Lo faccio raramente. Ma il week end è stato pesante. Nonostante il sole splendente e il profumo di primavera noi siamo rimasti a casa, funestati da un virus virulento che prima ha decimato la classe dell’asilo dello spartano e poi ha deciso di trasferirsi in famiglia. Ed ecco palesarsi i nonni. Carichi di doni come i Re Magi, in anticipo sulla tabella di marcia che prevede il soffio delle mie 41 candeline (un lampadario, in sostanza) domani. Il cadeau si compone di tortina con portatorta adatto anche al microonde, pianta (e non fiori recisi) con vaso in ceramica fucsia e busta rossa contenente carta stampata dal Conio. Eccellente. Se non fosse per i pellegrinaggi miei e dello spartano da qui al bagno e dal bagno al letto sarebbe un buon lunedì. Se non fosse per quest’occhio sinistro dove ho l’insistente percezione di avere qualcosa dentro, ma non è così, sarebbe davvero un buon lunedì. Se non fosse per il telefono di mia figlia distrutto dal suo professore di musica in un eccesso di enfasi contro l’uso improprio dei cellulare in classe (lei cercava un fazzoletto nella tasca del piumino), sarebbe senza dubbio un buon lunedì. Ma. E’ difficile mantenere un costante malumore in giornate di primavera così. Il sole è caldo. Gli alberi colorati, l’aria tiepida. Le persone sembrano diverse con l’arrivo delle belle giornate. Escono con leggerezza dall’inverno e da situazioni pesanti. Mia figlia ha scritto “primavera di vento e fiori”. Che bella immagine ho pensato quando l’ho letto. Posso quasi sentirne l’odore. E invece la sua insegnante l’ha trovato incomprensibile. Cosa vuol dire “cinquanta primavere di vento e fiori?” e cosa sono “gli autunni, cinquanta e rossi”? Professoressa, io volevo solo scandire il tempo, le stagioni, gli anni e augurare buon compleanno alla nostra dirigente con i ricordi più belli. E invece no. Non si fa così. Non si sottolinea che compie 50 anni. Il tempo è il tempo. Le stagioni sono le stagioni e tu questa poesia non la presenti. Già trovavo imbarazzante che l’insegnante chiedesse ai suoi alunni di fare degli auguri per la dirigenza. Già trovavo irritante che non apprezzasse quei pensieri naif che i ragazzini avevano scritto e li correggesse ad  uno ad uno infarcendoli di “lei che tutto può, tutto cambia, tutto insegna, tutto vede”. Figuriamoci prendere un elaborato scritto con piglio creativo, punteggiatura con licenze poetiche e rime baciate, stampato con tanto di cornicetta di fiorellini su foglio marmorizzato e considerarlo impresentabile. La detesto questa scuola che rende i nostri figli pecoroni e accusa noi genitori di non fare abbastanza per loro. Detesto andare ai consigli di classe, sentire come vengono ingabbiati, incasellati “troppo vivaci” ” non scolarizzati” “incontenibili” e non poter rispondere come sarebbe opportuno. Detesto questo appiattimento delle competenze che pone un tetto fatto di numeri, che schiaccia qualsiasi iperbole, che stabilisci tempi di apprendimento e modi, che non tiene conto della Primavera, della gioia di vivere, di ridere, di scoprire. Non solo quello che è sui libri, o sui sussidiari scelti dagli insegnanti.

Tramortiti da programmi obsoleti, annoiati da una scuola lontana anni luce dal mondo che è fuori, privati della loro creatività se non per quelle due misere ore di arte, valutati quotidianamente a suon di numeri, e senza mezze parole, eccoli i nostri figli alle scuole Medie. Che non si chiamano più Medie ma secondarie. Farà più fico? chissà.

Possono dare di più. Lo chiedi a me? io sono la mamma. Controllo che la mattina sia vestita in maniera decorosa, che abbia fatto colazione, si sia lavata i denti, abbia la merenda, la borsa per ginnastica, che sia tutto ok con le sue amiche, che sia pagata la quota del pulmino, che i suoi quaderni e i suoi libri siano in ordine in camera. Sono la mamma. Non posso studiare per lei. Posso ascoltare la poesia che ha scritto, posso suggerirle un verbo, posso spiegarle una metafora. Ma poi sta a lei scrivere. A lei comporre. A lei esporre.

Sta a lei vivere. La sua vita. E faccio già tanta fatica a volte a non urlare perché la sua, di vita, non è proprio come io la vorrei. Ti ci metti anche tu?

Possono dare di più.

Lo so. Ho 41 anni domani. Io lo so. Ora, adesso. Dopo tre figli, tutte le scuole che ho fatto, il lavoro, le delusioni, le riconquiste. Lo so. L’ho imparato.

Da adulta ho compreso. Che sì, i ragazzi possono dare di più. Ma anche tu insegnante puoi fare di meglio. Davvero. Puoi non portare le tue frustrazioni a scuola, puoi lasciare fuori le tue sconfitte, puoi evitare di rispondere “anch’io devo divertirmi” o anche “io i compiti non glieli correggo”.

Tu puoi fare la differenza. E credo anche che valga la pena.

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I pensieri si fanno piu bui.
E affondano.
Scendono.
E si aggrappano ai sentimenti piu alti per risalire. Improvvisamente tornare. Su.

Buona nuova settimana di finalmente marzo.

_Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia_

Fabrizio De Andrè

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