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Non uscirei dal letto nemmeno a pagamento.
Siamo qui accoccolati e caldi. L’ultimo degli gnomi, il gatto ed io. Lui se la dorme e se la sogna. Il gatto idem. Io lancio messaggi telepatici alla macchina del caffè. Senza grossi risultati.
Nessun caffè al volo.
Corridoio buio.
Casa fredda.
La mattina mi manca mio padre e tutti i rumori che la tromba delle scale ci portava su.
Il volume della Tv alle stelle. I fondi del caffè sbattuti sul lavandino. Le persiane che via via si aprivano.

Anche stamattina il mio povero whatsapp è invaso dai messaggi di buongiorno dei vari gruppi (aborro) e dei buongiorno di risposta. Buongiorno a te, a te e anche a te. E facebook mi ricorda che finalmente è Primavera.

Ed io, non uscirei dal letto nemmeno a pagamento.

Lunedì. Primavera. Settimana Santa. Vacanze dei bambini in arrivo.  Coraggio.

_È tutto ciò che ho da offrire oggi
Questo, e il mio cuore accanto
Questo, e il mio cuore, e tutti i campi
E tutti gli ampi prati
Accertati di contare
Dovessi dimenticare
Qualcuno la somma potrà dire
Questo, e il mio cuore, e tutte le Api
Che nel Trifoglio dimorano_

Emily Dickinson

Kandinsky-Cielo-Blu.jpgtre giorni al mio compleanno. mangio m&ms come se non ci fosse un domani e consolo cuori infranti. Tutto nella norma direi.

Questa mattina ho messo una firma importante. Ho cambiato un assegno. Ho venduto un pezzo della mia infanzia. E ho pianto tanto.

Ho lasciato mio marito davanti al mare. Perso nella sua praticità. E sono andata al cimitero in cerca di conforto. In cerca di perdono e di parole che le pietre non dicono.

Mi sarei meritata un abbraccio invece ho tolto i fiori vecchi, ho messo i fiori nuovi e ho chiesto scusa. Per cosa poi, non lo so. Ma mi sentivo come se avessi tradito le aspettative, i sacrifici vissuti, i sogni delle uniche due persone al mondo che mi hanno amato senza riserve.

Continuo a trovare il cimitero un posto comodo. Come la spiaggia nelle assolate mattine d’inverno o le sale di un museo allestito con qualche autore contemporaneo.

Mia figlia mi ha chiesto quale fosse il mio quadro. Una domanda fin troppo semplice da rispondere. Lo so da sempre. O almeno da quando ho iniziato a capire qualcosa dell’arte e ho ritrovato in Kandinskij tutto il mio mondo.

Blu di cielo. Anche il titolo mi piace. Non solo la sua storia. La vita delle forme antropomorfe che lo invadono e lo colorano. Blu di cielo. Il mio colore. L’unico luogo immaginario dove sarei voluta nascondermi oggi.

Invece ho annullato l’osteopata per la paura di bissare una scena madre di lacrime, moccio e fazzoletti pieni di rimmel, mi sono comprata un jeans e una maglia nuova, e sono partita per il tour bollette e bollettini, poste e banche. Ci ho infilato anche il dentista con la sua sana sferzata di cinismo e il caos del supermercato. Tutto per annullare quella sensazione di vuoto a perdere, di cesura, ancora, di nuovo, con quanto era e non è più.

Mi sono buttata nel quotidiano. Recuperare figlio 3, recuperare figlia 1. Rimediare il pranzo. Evitare di contare le calorie. Non rispondere ai messaggi della parrocchia. Fare pensieri impuri fra una canzone e l’altra. Recuperare figlio 2 e fingere interesse per tutti i camion e i trattori incontrati per strada.

Recitare la felicità come una preghiera. Non piangere davanti al ricordo di mia madre. Alla faccia sollevata di mio marito. Al pallore che suona campana a morto dell’agente immobiliare. Al sorriso fasullo di un’assistente. Allo sguardo da pesce lesso dell’impiegato di banca. Al capello fatto della maestra. Allo specchio impietoso.

Bisogna lasciarle andare.
Le persone.
Le cose.

Alcune perché non valgono poi molto. Altre perchè occupano troppo di te per tenerle tutte dentro. Bisogna fare spazio a ciò che prima o poi verrà.

Per esempio, la primavera.

Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi

SHAKESPEARE, Macbeth

 

Ti sei innamorato dei miei fiori, ma non delle mie radici.
Così quando è venuto l’inverno, non hai saputo cosa fare.

Ysabeau Dennis

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Non ho paura di volare.
Ne di amare.
Ne di dire ciò che provo. In quel preciso momento. Con quella particolare persona.
Non temo la verità.
Anche se per quella, ho imparato, quali parole sono finestre e quali no.

Non ho paura di essere ferita nè di ferire. Ho scoperto che certe cicatrici ci ricordano meglio chi siamo, per cosa lottiamo.

Non mi fa paura la solitudine. Mangiare leggendo un libro. Guidare di notte cantando Battisti. Dormire abbracciando il cuscino. Viaggiare.

Non temo la morte.
La rispetto. Questo si.
Anche se mi ha tolto le carezze di mia madre. E le mani calde e ruvide di mio padre.

Non ho paura dei cambiamenti.
Al contrario a volte mi ci butto dentro.
Perché se c’è una cosa che detesto è l’immobilismo. Il mondo che si muove ed io che resto li, a guardare.

Non ho più paura del buio. Nè del sangue. Di non piacere a tutti. Di piacere troppo e poi, alla fine, deludere.

Mi fa più paura la paura degli altri. Il tempo che passa neutro. Senza batticuori. Senza grandi emozioni.

La noia.


Ho ancora mal di denti. Mal d’orecchie. Mal d’amore e sonno.
Vorrei un gelato menta e liquirizia. Panna sopra e dentro il cono.

Sento il profumo di primavera nonostante la pioggia e aspetto l’estate che verrà.
Troppo calda per me. E rumorosa.
E so già che la detesteró.
E passerò il mio tempo nascosta in una tshirt xl, dietro un occhiale da sole da diva, sotto un ombrellone a righe blu e gialle. Un libro in mano, un ghiacciolo nell’altra. I figli stesi al sole. Il mare immenso di fronte.

Giornata mondiale della poesia.
Eccolo il 21 marzo.
Primavera.

Ho sceso, dandoti il braccio
almeno un milione di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue_

Eugenio Montale

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Ho chiamato i rinforzi. Lo faccio raramente. Ma il week end è stato pesante. Nonostante il sole splendente e il profumo di primavera noi siamo rimasti a casa, funestati da un virus virulento che prima ha decimato la classe dell’asilo dello spartano e poi ha deciso di trasferirsi in famiglia. Ed ecco palesarsi i nonni. Carichi di doni come i Re Magi, in anticipo sulla tabella di marcia che prevede il soffio delle mie 41 candeline (un lampadario, in sostanza) domani. Il cadeau si compone di tortina con portatorta adatto anche al microonde, pianta (e non fiori recisi) con vaso in ceramica fucsia e busta rossa contenente carta stampata dal Conio. Eccellente. Se non fosse per i pellegrinaggi miei e dello spartano da qui al bagno e dal bagno al letto sarebbe un buon lunedì. Se non fosse per quest’occhio sinistro dove ho l’insistente percezione di avere qualcosa dentro, ma non è così, sarebbe davvero un buon lunedì. Se non fosse per il telefono di mia figlia distrutto dal suo professore di musica in un eccesso di enfasi contro l’uso improprio dei cellulare in classe (lei cercava un fazzoletto nella tasca del piumino), sarebbe senza dubbio un buon lunedì. Ma. E’ difficile mantenere un costante malumore in giornate di primavera così. Il sole è caldo. Gli alberi colorati, l’aria tiepida. Le persone sembrano diverse con l’arrivo delle belle giornate. Escono con leggerezza dall’inverno e da situazioni pesanti. Mia figlia ha scritto “primavera di vento e fiori”. Che bella immagine ho pensato quando l’ho letto. Posso quasi sentirne l’odore. E invece la sua insegnante l’ha trovato incomprensibile. Cosa vuol dire “cinquanta primavere di vento e fiori?” e cosa sono “gli autunni, cinquanta e rossi”? Professoressa, io volevo solo scandire il tempo, le stagioni, gli anni e augurare buon compleanno alla nostra dirigente con i ricordi più belli. E invece no. Non si fa così. Non si sottolinea che compie 50 anni. Il tempo è il tempo. Le stagioni sono le stagioni e tu questa poesia non la presenti. Già trovavo imbarazzante che l’insegnante chiedesse ai suoi alunni di fare degli auguri per la dirigenza. Già trovavo irritante che non apprezzasse quei pensieri naif che i ragazzini avevano scritto e li correggesse ad  uno ad uno infarcendoli di “lei che tutto può, tutto cambia, tutto insegna, tutto vede”. Figuriamoci prendere un elaborato scritto con piglio creativo, punteggiatura con licenze poetiche e rime baciate, stampato con tanto di cornicetta di fiorellini su foglio marmorizzato e considerarlo impresentabile. La detesto questa scuola che rende i nostri figli pecoroni e accusa noi genitori di non fare abbastanza per loro. Detesto andare ai consigli di classe, sentire come vengono ingabbiati, incasellati “troppo vivaci” ” non scolarizzati” “incontenibili” e non poter rispondere come sarebbe opportuno. Detesto questo appiattimento delle competenze che pone un tetto fatto di numeri, che schiaccia qualsiasi iperbole, che stabilisci tempi di apprendimento e modi, che non tiene conto della Primavera, della gioia di vivere, di ridere, di scoprire. Non solo quello che è sui libri, o sui sussidiari scelti dagli insegnanti.

Tramortiti da programmi obsoleti, annoiati da una scuola lontana anni luce dal mondo che è fuori, privati della loro creatività se non per quelle due misere ore di arte, valutati quotidianamente a suon di numeri, e senza mezze parole, eccoli i nostri figli alle scuole Medie. Che non si chiamano più Medie ma secondarie. Farà più fico? chissà.

Possono dare di più. Lo chiedi a me? io sono la mamma. Controllo che la mattina sia vestita in maniera decorosa, che abbia fatto colazione, si sia lavata i denti, abbia la merenda, la borsa per ginnastica, che sia tutto ok con le sue amiche, che sia pagata la quota del pulmino, che i suoi quaderni e i suoi libri siano in ordine in camera. Sono la mamma. Non posso studiare per lei. Posso ascoltare la poesia che ha scritto, posso suggerirle un verbo, posso spiegarle una metafora. Ma poi sta a lei scrivere. A lei comporre. A lei esporre.

Sta a lei vivere. La sua vita. E faccio già tanta fatica a volte a non urlare perché la sua, di vita, non è proprio come io la vorrei. Ti ci metti anche tu?

Possono dare di più.

Lo so. Ho 41 anni domani. Io lo so. Ora, adesso. Dopo tre figli, tutte le scuole che ho fatto, il lavoro, le delusioni, le riconquiste. Lo so. L’ho imparato.

Da adulta ho compreso. Che sì, i ragazzi possono dare di più. Ma anche tu insegnante puoi fare di meglio. Davvero. Puoi non portare le tue frustrazioni a scuola, puoi lasciare fuori le tue sconfitte, puoi evitare di rispondere “anch’io devo divertirmi” o anche “io i compiti non glieli correggo”.

Tu puoi fare la differenza. E credo anche che valga la pena.

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Ti alzi e piove.
Piove in un giorno di Primavera pieno.
Piove e c’è un vento tale da non poter aprire neanche l’ombrello.
Piove e fa un freddo cane.
Anzi, ha freddo anche il nostro cocker, tutto accucciato sotto il termosifone.
Vorrei cambiare le lenzuola, aprire le finestre e respirare il sole, pulire i vetri e annaffiare le viole.
Ma piove.
Si allungano i musi.
Si sta insofferenti in casa.
Tutt’al più si esce per entrare in un supermercato.
A farsi un bagno di luci fluorescenti, a colorarsi fra le carte metalliche delle file e file di uova di Pasqua esposte.
Ridatemi le maglie di cotone. Quelle nei toni dell’azzurro, del bianco, del blu. Ridatemi le ballerine e i jeans.
Basta stivali, cappelli, piumini, sciarpe. Basta battere i denti per il freddo. Basta neve anche a bassa quota.
Qui vogliamo tutti i ciliegi in fiore, il gelsomino che si affaccia alla nuova stagione, le corse sui prati verdi e quasi quasi un bel gelato, di quelli panna nel cono, creme e panna sopra.
Non si chiede mica un viaggio sulla luna andata e ritorno.
Solo un placido, pigro giorno di primavera. Di quelli caldi ma senza sudare, di quelli che strappano sbadigli e fanno distrarre i bambini a scuola.
Un banalissimo giorno che si premette felice anche solo per la luce che filtra dalle persiane, che ti chiama, ti invita. Vieni, esci dal letargo. Vieni, vivi.

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