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Ti prego, tienimi.

Una parte di me sta ancora dormendo. I miei figli invece sono tutti svegli.

Stanotte mi sono franati addosso troppi ricordi. E nel buio ho rivisto momenti e ascoltato canzoni, cambiato scenari e direzioni.

L’altro giorno una mia cara amica ha finito 37 anni e per ringraziare degli auguri ha condiviso una riflessione sul tempo che passa e che non torna ma che _per fortuna _ lascia: momenti, canzoni, scenari, direzioni.

Ma io mi chiedo.
Che ci fai del ricordo?
Dell’idea di ciò che eri?
Di ciò che hai vissuto?

Per me tutto ha senso ora. In questo momento. Adesso. Vivo adesso. Amo adesso. Sono qui.

Ricordare di aver ballato sopra un tavolo, di aver baciato sotto la neve, di aver sentito la pelle bruciare al chiar di luna. Beh, cosa mi lascia?

Le cose, per quanto belle, dopo un po’ le digerisci e non ti nutrono più.
Escono.
E tu sei libero di cercare qualcosa o qualcuno di nuovo che ti riempia la pancia di farfalle e la testa di bolle.

Io vorrei ancora ballare sopra a un tavolo. Ma dicono sia sconveniente. E poi dire, fare, baciare.
Con la neve che cade intorno. O nel buio di qualche vicolo subito dietro il lungomare.

Vivere e non rivivere.

This is the story
Fate is coming, that I know.
Time is running got to go.
Fate is coming that I know.
Let it go.
Here and now
Under the banner of heaven
We dream out loud
Dream out loud
Fate is coming, that I know
Time is running out
Fate is coming, that I know
Let it go

#30secondstoMars

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La notte per me è speciale. Il buio trasporta i rumori. La casa è muta e addormentata. Il vento scuote il resto del mondo fuori. E mi agita. Come sempre. Così mi giro e mi rigiro. Mi tiro le coperte fin sopra le orecchie. Mi lascio trasportare dal respiro dei bimbi. È notte e non dormo.
E quando non dormo penso.
Troppo.
E a chi non dovrei.
E a cose che vorrei aver già risolto. Dimenticato. Rimosso.
Così mi giro e mi rigiro.
E mi abbraccio la mia inseparabile copertina a pois in cerca di calore.
Sento freddo.
E non posso accendere il phon.
E non posso accendere la luce.
Tanto meno leggere.
Mi incarto i pensieri fra i momenti vissuti. Ricostruisco situazioni. Metto in scena possibili e impossibili sviluppi.
La notte è il mio momento.
E se potessi la vivrei fino all’alba.
Rientrerei con le scarpe in mano e il rossetto tolto e mi rifugerei in bagno per guardare se gli occhi mi brillano.
Mio padre sarebbe già al terzo bicchiere di caffè e mia madre avrebbe già lasciato pronto per preparare il pranzo.
Mi butterei sul letto mentre le luci filtrano dalle persiane confortata dai rumori e dagli odori che hanno costruito la mia intera esistenza. Le sigarette di mio padre. Il caffè della moka. Le cassette di pesce che sbattono. Il diesel che parte. Mia madre passerebbe per vedere se dormo. Spegnerebbe le luci. Mi aggiusterebbe una coperta. Io farei finta di essere profondamente addormentata. Per non parlare. Per tenere i pensieri, le emozioni, ancora per me.
Proprio come faccio adesso.
Che non dormo.
E penso.
E mi giro e mi rigiro.
E mi agito. Mi languisco. Mi cullo. Mi nanno il cuore fra i ricordi più belli.

E resto ad aspettare un bacio della buonanotte.

Un giorno, impazzirò come l’Alda.
Inseguendo immensi amori, lievi creature, teneri ricordi.

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_È Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra.
Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”…
Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani.
C’è una bella poesia dialettale che dice “fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore…”.
Casa: quanto la ami a Natale!
Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri. Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve… si mendicava dai contadini abbienti.
Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini. Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura. Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.
Adesso che sono un’anziana poetessa… continuo ad accontentarmi.
Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo… Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre… Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.
Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli. E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza! Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché… nella mia casa sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto – e sembra un eufemismo – avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi. Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni. Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita. 
Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì. Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino. Il mio presepe privato_

Alda Merini
“Avvenire”, Natale 2006

Chi di noi non ha impresso, marchiato a fuoco, inciso indelebilmente, un particolare momento?
Non dico tanto.
A volte è solo un attimo.
Un fugace sorriso.
Una memoria che, archiviata li, fra mente e cuore, ci regala un pizzico di gioia nostalgica e inossidabile.

La felicità è, a mio avviso, fatta di questi specialissimi momenti.

Li viviamo e neanche siamo consapevoli di quanto ci faranno compagnia negli anni a venire. Quando li richiameremo per confortarci, per strapparci un sorriso, per ricordarci che non tutto di quella relazione, amicizia, lavoro, era sbagliato.
Che abbiamo salvato qualcosa di bello, magari guadagnato un amico inaspettato, o un bacio improvviso.

La mia è una collezione vasta, ma oggi, parlando con mia figlia sul perché la vita vale la pena viverla sempre e comunque, ne ho ricordati dieci tutti d’un fiato.
Li condivido con voi e spero davvero di leggere i vostri.
Amplifichiamo l’amore_

E quindi, ecco dieci istanti preziosi sui quali spesso mi cullo il cuore:

Nonno Nannì ed io, vicini alla finestra della nostra vecchia casa. Lui mi tiene sulle ginocchia e mi insegna a contare le dita delle mani, i giorni della settimana, i mesi del calendario. Con noi un canarino giallo che non aspetta altro che qualcuno apra la sua gabbia per volare via.

Terza o forse quarta elementare, mia madre mi accompagna in classe e al mio arrivo, Bernardo mi dice che sono bella come un fiore di primavera.

Maggio, sole e temperatura estiva. Mio cugino ed io, vestiti da scuola facciamo il bagno al mare. Un rimprovero a non finire. Ma che spasso.

Agosto, notte di San Lorenzo. Ascolto rapita e con occhi innamorati tutto il funzionamento del tubo catodico.

Mia madre che mi prende i piedi fra le sue mani e me li strofina dolcemente per scaldarli. Tante, tante volte.

Un carnevale alcolico e libertino. Io vestita da Biancaneve,lui da dalmata della carica dei 101. Più di due anni a sospirare per quella sequela baci. Sono tornata a case a macchie ma ne valeva la pena.

Sulla clio bianca, io vestita di un abito lungo di lino, bianco, lui al volante. Entrambi consapevoli delle promesse che ci saremmo fatti di li a un po’. Destinazione ristorante cinese. E quel vuoi sposarmi che ancora mi fa annodare lo stomaco.

Gennaio. Vento e profumo di mare d’inverno. Noi due che ci annusiamo, ci troviamo,nonci lasciamo più.

Un pomeriggio d’aprile al telefono con l’amica del cuore per capire il senso di quei valori hcg. Prima lei del futuro papà. Perché certe complicità hanno il loro grande valore.

Due mattine intense. Due mattine con la stessa identica intensità. Lo stesso dolore. La stessa felicita. La mia mano su quella pelle. Calda, intonsa, appena venuta al mondo. E la mano di mio marito con noi.

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