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oggi è una di quelle giornate in cui vorrei dire tante parolacce ma non lo farò. un rosario di episodi mi hanno portato a nuotare a rana sul fondo del barile e quand’è così, ho da tacere.

le balls girano e mangio popcorn caramellati che avevo nascosto dietro ai barattoli di mais a lunga conservazione per portarli con me a vedere il terzo episodio di Bridget Jones.

oggi è una di quelle giornate che il blog è la salvezza. le parole che corrono e scorrono, escono e strabordano, esondano e splash, portano via l’amarezza, il senso di frustrazione, la pesantezza di questi giorni.

sono una cattiva madre. dopo oltre tre mesi di vacanze estive io sono una cattiva madre. non li soffro più. venitemi a salvare. miss paturnie mi ha presa per il suo taxi privato. mi chiama e mi dice portami qui, portami la, ho una vita io. lo spartano apre e chiude il frigo ingurgitando quanto di commestibile c’è dentro senza neanche alzare mai lo sguardo dal suo ipad. thelastone non si arrende all’idea di farmi caccapipì laddove sarebbe consono e io passo la giornata a pulire lui, pulire i pavimenti, buttare mutande, comprare mutande.

anche i gatti, il cane e la tartaruga non hanno un karma felice. sono in un certo qual modo turbati dallo stress familiare. il cane uggiola, il gatto si acciambella sulla pila di panni lavati e stirati seminando peli ovunque, la tartaruga sogna la california e a furia di bussare con la testa sulla vaschetta replica il Vajont in versione domestica.

sono una cattiva madre ma la mia vicina mi fa compagnia. urliamo entrambe come due ossesse. la cosa mi conforta. non sono sola in questa follia pre-scolastica. in questo lumicino di sopportazione che mi sale a sprazzi dopo oltre 90 giorni senza scuola.

la mattina è tutto un coro. alzati, dai, forza, vestiti, lavati le mani, lavati la faccia, allora, dai. alzati, dai, forza, vestiti. alzati, forza, allora. ALZATI. NON BUTTARE I CEREALI. devi fare pipì? dillo a mamma. devi fare la cacca? dillo a mamma. Allora? ALLORA? ALLLLLLORAAAAA?

e mentre gli allora, i forza, i su, i dai volano per casa come aghi di pino al primo refolo di vento, cadono bicchieri, si rovesciano bottiglie, si mollano cacchepipì ovunque ed io pulisco.

mi lamento, borbotto, strepito, scalpito, urlo, e pulisco.

sono nel pieno della sindrome di cenerentola e non mi conforta sapere che c’è un principe azzurro che mi aspetta. perché, ahimè. un altro da accudire, lavare e stirare non mi da affatto gioia.

le balls girano. finalmente anch’io ho maturato la convinzione che i social network sono la fuffa più fuffa della storia delle fuffe. aria fritta venduta a peso d’oro da fuffatori doc travestiti da gentili utenti.

blaif.

blaif.

e ancora blaif.

lascio qui ad imperitura memoria il senso di delusione cosmica che provo.

l’insieme non è la somma delle parti.

le parti dicono che un cretinetti qualsiasi fa lo scemo su instagram e ci prova un po’ con tutte quelle che, come lui, non hanno mai superato la sindrome di peter pan. io assisto allo spettacolo e da brava ragazza di mondo, osservo mentre soffriggo una padellata di affaracci miei. il cretinetti mi fa fuori perché non vado a sperticarmi in applausi. ho da pulire cacchepipì io e da lavare e stirare per il fu il principe azzurro. amen dico io, perché alle cose bisogna saper dare il giusto peso nel mondo e il cretinetti è nient’altro che un cretinetti. ma l’amica invaghita dalla personalità peterpaniana invece, quella è un’altro paio di maniche.

tra me e lei mette il cretinetti e una manciata di like ed improvvisamente mi ricorda perché l’amicizia è il più grande e il più raro dei valori.

detesto il disordine.

detesto essere trascurata.

detesto i cetrioli.

detesto le persone che entrano a piedi pari nella tua vita e poi spariscono come neanche Houdini.

detesto quelli che è tutto un grande amore, baci abbracci, sentiamoci, ti chiamo e poi il silenzio catacombale.

detesto le mamme di figlie femmine che vengono al mare con le nonne e le sorelle e sono campionesse olimpioniche dello spupazzamento della bambolina. se la passano di mano roteandola sopra sotto con lievi colpetti sul sederino pampersizzato mentre placide conversano del menù pranzo cena e intervallo.

detesto chi dimentica gli anniversari, le date importanti, i momenti condivisi, te.

oggi è una di quelle giornate no.

niente ciclo o preciclo come scusante.

semplicemente l’afastellarsi di piccole cose storte, fastidiosi pruriti dell’anima che nessuna crema consigliata da nessuna madre può far passare.

una montagna di parolacce.

le penso tutte.

vorrei, ma non posto.

 

 

 

 

 

IMG_7273certi giorni spazzano via tutto. arrivano. si abbattono e inghiottono. sono stufa marcia di questo momento che era un giorno, poi un mese, e poi è diventato un quinquennio. invecchiata. annichilita. abbrutita. uffa. senza maiuscole neanche oggi. tutto d’un fiato come piace a me con i punti che si infilano da tutte le parti e vorresti scrivere tanto e lasciare lo sguardo scorrere sulle righe e accompagnare il lettore verso un viaggio sereno…e invece no. zac. stop. taglio e ricomincio. un po’ come nel mio stile di vita reale. via i rami secchi. via le zavorre. via i vestiti stretti. e le amicizie che sono solo un dare e avere senza un briciolo di sentimento dentro. sono circondata da serpi. le sento sibilare. le vedo muoversi lente e mortali. me le sento sul collo e sul seno. sssssssss. il loro veleno è duro da macinare. da digerire. ho passato un weekend a spurgarmi come una lumaca a bagno per 24 ore prima di diventare piatto gourmet. la paura del fallimento non perdona e crea capri espiatori. ruolo che ho giocato per troppo tempo in azienda e che mi sono scrollata di dosso con piglio decisamente selvaggio. non mi rimetto il cappello con le orecchie da somaro. non mi accollo gli errori di valutazione degli altri. io non do che il meglio e pretendo altrettanto. se questo gioco va bene si gioca altrimenti ciao. volasse maggio e passasse giugno. finissero le elezioni e tutto il corollario di suoni stonati che producono. finissero le scuole e le gite e i regali alle maestre e le recite con i bambini ansiosi e piangenti e le maestre ansiose e astiose. finissero gli esami. arrivasse la montagna fatta di verde e di silenzio e di passi leggeri nel bosco. sono circondata da serpi che intingono il calamaio nella cicuta. che inneggiano la libertà di espressione e di pensiero e sono i peggiori egoisti nella storia della informazione. maleducati. presuntuosi. rumore di sottofondo. come l’acciottolio dei piatti o l’antifurto di qualche auto nel cuore della notte. non conti niente. sei solo rumore.

di persone che fanno rumore ne conosco a bizzeffe. ci sono quelle che giocano all’amica del cuore e sono tutte un baci e saluti e ohmioDiochebellaborsaprendiamouncaffèinsieme e poi a quattrocchi e davanti al primo pianto che ti fai ti dicono, senti tipo non ti appoggiare troppo che mi sgualcisci il golfino firmato che ho comprato mangiando pane e cipolla per un mese. ci sono quelli che ti chiamano e non sai perché. ti cercano e non sai perché. ti leggono. ti scrivono. e quando gli chiedi perché ti dicono che il problema sei tu. ci sono quelli che urlanosbraitanotenoreggiano. due ottave sopra la media nazionale. decidono loro per te e per gli altri. urlanosbraitanotenoreggiano che faranno ma più di quello non sanno fare. ci sono i parassiti di cui si sente solo il costante lappare delle dorate chiappe. o i fantasisti dalla sparata facile. le mamme scontente e scoglionate. e i professionisti del dolce far niente.

vaderetro a tutti voi.

specchio riflesso.

pussavia.

 

oggi spazzo via tutto. addento una crostata. mi metto la tuta. e ve ne uscite allegramente da tutti i pori.

 

Ho chiamato i rinforzi. Lo faccio raramente. Ma il week end è stato pesante. Nonostante il sole splendente e il profumo di primavera noi siamo rimasti a casa, funestati da un virus virulento che prima ha decimato la classe dell’asilo dello spartano e poi ha deciso di trasferirsi in famiglia. Ed ecco palesarsi i nonni. Carichi di doni come i Re Magi, in anticipo sulla tabella di marcia che prevede il soffio delle mie 41 candeline (un lampadario, in sostanza) domani. Il cadeau si compone di tortina con portatorta adatto anche al microonde, pianta (e non fiori recisi) con vaso in ceramica fucsia e busta rossa contenente carta stampata dal Conio. Eccellente. Se non fosse per i pellegrinaggi miei e dello spartano da qui al bagno e dal bagno al letto sarebbe un buon lunedì. Se non fosse per quest’occhio sinistro dove ho l’insistente percezione di avere qualcosa dentro, ma non è così, sarebbe davvero un buon lunedì. Se non fosse per il telefono di mia figlia distrutto dal suo professore di musica in un eccesso di enfasi contro l’uso improprio dei cellulare in classe (lei cercava un fazzoletto nella tasca del piumino), sarebbe senza dubbio un buon lunedì. Ma. E’ difficile mantenere un costante malumore in giornate di primavera così. Il sole è caldo. Gli alberi colorati, l’aria tiepida. Le persone sembrano diverse con l’arrivo delle belle giornate. Escono con leggerezza dall’inverno e da situazioni pesanti. Mia figlia ha scritto “primavera di vento e fiori”. Che bella immagine ho pensato quando l’ho letto. Posso quasi sentirne l’odore. E invece la sua insegnante l’ha trovato incomprensibile. Cosa vuol dire “cinquanta primavere di vento e fiori?” e cosa sono “gli autunni, cinquanta e rossi”? Professoressa, io volevo solo scandire il tempo, le stagioni, gli anni e augurare buon compleanno alla nostra dirigente con i ricordi più belli. E invece no. Non si fa così. Non si sottolinea che compie 50 anni. Il tempo è il tempo. Le stagioni sono le stagioni e tu questa poesia non la presenti. Già trovavo imbarazzante che l’insegnante chiedesse ai suoi alunni di fare degli auguri per la dirigenza. Già trovavo irritante che non apprezzasse quei pensieri naif che i ragazzini avevano scritto e li correggesse ad  uno ad uno infarcendoli di “lei che tutto può, tutto cambia, tutto insegna, tutto vede”. Figuriamoci prendere un elaborato scritto con piglio creativo, punteggiatura con licenze poetiche e rime baciate, stampato con tanto di cornicetta di fiorellini su foglio marmorizzato e considerarlo impresentabile. La detesto questa scuola che rende i nostri figli pecoroni e accusa noi genitori di non fare abbastanza per loro. Detesto andare ai consigli di classe, sentire come vengono ingabbiati, incasellati “troppo vivaci” ” non scolarizzati” “incontenibili” e non poter rispondere come sarebbe opportuno. Detesto questo appiattimento delle competenze che pone un tetto fatto di numeri, che schiaccia qualsiasi iperbole, che stabilisci tempi di apprendimento e modi, che non tiene conto della Primavera, della gioia di vivere, di ridere, di scoprire. Non solo quello che è sui libri, o sui sussidiari scelti dagli insegnanti.

Tramortiti da programmi obsoleti, annoiati da una scuola lontana anni luce dal mondo che è fuori, privati della loro creatività se non per quelle due misere ore di arte, valutati quotidianamente a suon di numeri, e senza mezze parole, eccoli i nostri figli alle scuole Medie. Che non si chiamano più Medie ma secondarie. Farà più fico? chissà.

Possono dare di più. Lo chiedi a me? io sono la mamma. Controllo che la mattina sia vestita in maniera decorosa, che abbia fatto colazione, si sia lavata i denti, abbia la merenda, la borsa per ginnastica, che sia tutto ok con le sue amiche, che sia pagata la quota del pulmino, che i suoi quaderni e i suoi libri siano in ordine in camera. Sono la mamma. Non posso studiare per lei. Posso ascoltare la poesia che ha scritto, posso suggerirle un verbo, posso spiegarle una metafora. Ma poi sta a lei scrivere. A lei comporre. A lei esporre.

Sta a lei vivere. La sua vita. E faccio già tanta fatica a volte a non urlare perché la sua, di vita, non è proprio come io la vorrei. Ti ci metti anche tu?

Possono dare di più.

Lo so. Ho 41 anni domani. Io lo so. Ora, adesso. Dopo tre figli, tutte le scuole che ho fatto, il lavoro, le delusioni, le riconquiste. Lo so. L’ho imparato.

Da adulta ho compreso. Che sì, i ragazzi possono dare di più. Ma anche tu insegnante puoi fare di meglio. Davvero. Puoi non portare le tue frustrazioni a scuola, puoi lasciare fuori le tue sconfitte, puoi evitare di rispondere “anch’io devo divertirmi” o anche “io i compiti non glieli correggo”.

Tu puoi fare la differenza. E credo anche che valga la pena.

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Tempo.

Benedetto tempo.

Tempo bello. Piove. Poi c’è il sole. Magari un accenno di primavera. Tuona. E si alza il vento e il ricordo di un un bacio rubato tanti anni fa.

Manca il tempo, quello manca sempre. Ma il sentimento invece no. Provato magari,ma c’èancora tutto.

Ascolto “stand by me” cantata da John Lennon e i ricordi e il futuro si accavallano uno sopra un altro come panni stirati e impilati con cura.

Succedono le cose. Improvvise arrivano e portano novità. Vento di novità allora. O magari è la solita vecchia storia.

Prendi una piccola idea, e la metti in circolo perché in fondo è quello che ti viene meglio. Pensare qualcosa. Volevi o no diventare un’art director tanti troppi anni fa?

E l’idea cresce e arriva a coinvolgere milleseicento persone. Troppe. O forse ancora troppo poche. Non so. Non mi serve neanche saperlo. Per me i numeri sono solo segni grafici. Belli da vedere. Da sentire.

Voglio dire, non è bellissimo quando pronunciate “nove”? Nove, sì, proprio lui. Nove.

Nove è un maschio. Indubbiamente. E non sa di No. Di negazione. Sa più di qualcosa di nuovo. E c’è quella bellissima lettera V e le due sole sillabe. NO VE. Tac. Parola detta.

Amo il Nove anche se mi sono sposata in un caldo otto otto novantotto (inutile cercare di aprire la mia valigia, non è questa la combinazione). Una ridondante data totalmente in balia del simbolo dell’infinito.

Per dirla tutta non disdegno neanche il sette. Sette nani, sette mari, sette giorni della settimana, sette spose per sette fratelli, e il suo multiplo: ventuno.

Stoppo la divagazione numerica dicendo che, nonostante quest’affezione al carattere dei singoli numeri della loro nostalgica presenza sui quadernini della mia infanzia sotto forma di tavola pitagorica, io li detesto.

Cordialmente. Li odio, e non li capisco. Non ci lego. Non ci prendiamo. Non ci vado proprio d’accordo.

Se sono a dieta odio i numeri della bilancia. Se guardo l’estratto conto i numeri spesso mi fanno piangere, e poi… diciamocelo, i voti, espressi in numero sono un incubo che ti perseguita anche in anni non sospetti.

Per me le feste riuscite non sono quelle con folle osannanti il tuo nome. I siti migliori, come pure i blog, non sempre hanno i follower più numerosi, e le aziende dove è più bello lavorare non sempre sono le più grandi.

Eppure, per una straordinaria coincidenza, lungo la mia strada trovo sempre persone che invece sembrano vivere per loro. Due mie care amiche sono insegnanti di matematica. La mia best friend lavora nell’ufficio tributi, e non c’è raro essere a tavola circondati da bancari.

BRIVIDO.

Loro i maledetti numeri li devono vedere. Li sommano. Li analizzano. Li abbinano a nomi e volti.

No. Non fate per me. Io sono una donna ALFA. Amo tutte le lettere dell’alfabeto. Dalla A alla Z passando a quelle accentate, alle famose XYW così inusuali nella nostra lingua vera. E le font poi. Belle, calligrafiche. Che lasciano le maiuscole svolazzare o le minuscole diventare così dignitose, spiritose, cicciotte o molto, molto narrow.

Oggi vado elucubrando e voi mi perdonerete perché era tanto che non scrivevo e le cose che vorrei dire sono ammonticchiate come quelle due o tre lavatrici che ti sogghignano dal cesto dei panni.

Allora vado con le ultime notizie dalla famiglia, come scrisse un giorno il mio amato Pennac.

Il bebè cresce e riconosce ormai tutta la famiglia. Regala sorrisi in formato poster ed è caduto vittima di una dermatite atopica che mi costringe ad ungerlo con creme e oli al punto da renderlo quasi scivoloso. Rischia sempre di sgusciarmi dalle mani così lo agguanto in prese che neanche un lottatore di catch oserebbe.

Il fratello a volte lo sopporta e lo bacia e lo accarezza a volte lo detesta con tutto il cuore. Le sue sono trappole mortali. Mamma guarda, è nato. Sì tesoro. Lo so. Mamma, gli faccio le coccole. Guarda mamma. E zac. Fulmineo gli pizzica una guancia o gli graffia la testa.

Non c’è scampo. Si muove lesto e silenzioso. Infido. Studiato. Micidiale.

La sorella è sempre più immensa. Larga. Lunga. Con dei piedi di almeno due misure più di me. E occupa spazi da quasi adulta con serenità. A scuola ingombra. Parla troppo. Interviene con davvero tanta enfasi. Esuberante. Pesante.

Però è di una tenerezza incredibile. Una tenerezza paragonabile solo alla sua incapacità di introspezione. Mi domando. Ero anch’io così?

Una mamma si fa sempre delle domande di questo tipo. Sarà come me. Avrà preso da me? Sarà grassa come lo sono stata io? La mortificheranno come hanno fatto con me. La spianeranno. Le uccideranno l’autostima. E quei ragazzi. Un giorno si innamorerà e capirà che il cuore si rompe. I sogni si spezzano. Le amicizie vere sono rare e che la vera unica felicità nasce dentro di te. Non la trovi da nessun’altra parte.

Introspezione. Guardarsi dentro. Lasciar galleggiare i sentimenti, saper gestire le pulsioni, organizzare i sogni.

Oh mio Dio. Non ce la faremo mai. Non ho messo al mondo una figlia ma un caterpillar.

Ha più grinta di me. La vende a sacchi. La presta alle compagne. Contagia.

Prestami un cerotto per il cuore figlia mia. Tu che hai il sole dentro. Lasciami il tempo di digerire certe sconfitte, ricordami di guardare il lato più bello di questa nostra vita.

Sai, hai ragione. Sei grassa, ma sei davvero “figa” come dici tu. E mia è la colpa di volerti diversa. Di legarti ad uno stupido numero, ad un parametro, un dato. È colpa mia che scordo quanto si possa essere felici un pomeriggio chiuse in camera fra smalti e pensieri spensierati.

Ecco. Sono le otto. Ora di cena.

Mamma scendi?

Mamma, mi senti?

Mamma.

Mamma scende. Mamma ti sente. Mamma ti porta nel cuore Sei grande e grossa. Più grande di me. Migliore di me. Ma nel mio cuore ci stiamo ancora comode comode.

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Eccoci emersi dal grande pathos della final destination: la nuova classe, con sezione nuova fiammante, della nuova scuola, del vecchio plesso.
La prima media, anzi come la chiama la (preside) dirigente scolastica, la “secondaria”.

Toto sezione fatto.
Elenco nomi pronunciato.
Abbinamento professori-sezioni pubblicato online.

Una valle delle lacrime.

Comunque, partiamo dai saluti di fine anno.
Drammatici.
Piangevano in molti e in più organizzavano feste, cene, pizzate.
Per salutarsi a pancia piena.

Devo dire, in tutta onestà, che pagherei perché anche il mio secondo, vivesse un quinquennio di simile felicita. Maestre brave, competenti e soprattutto comprensive, attente, votate alla completa integrazione dei bambini nel sistema classe.
Abbiamo faticato un po’ ma davvero, solo un po’, e tra genitori, fatte salvi certi straordinari elementi di cui ho già accennato, ci si è trovati bene.

Ma il toto classe rovina il sonno di molti, comunque e non nego di aver spinto a destra e sinistra affinché mia figlia e la sua attuale anima gemella (che è ancora l’amica e non il ragazzetto di turno) restassero insieme.

Il diktat della nuova dirigente scolastica (la preside per gli studenti vecchia guardia) era nessuna preferenza sul compagno di scuola.
Panico.
Collettivo.
Cori di protesta.
Ma si è sempre, sempre, sempre indicata una preferenza.
Da quest’anno, NO.
Da quest’anno, anzi, due sezioni 2.0 ovvero, niente libri, solo tablet.
E già mi viene da ridere e farei un fuori pista incredibile sul post per avventurarmi in ciò che penso al riguardo.
Ricordatemi di riprendere il discorso in altri lidi.

Comunque, sprovvisti della sicurezza dell’amico del cuore, vicini al baratro della tuttologia digitale e stipati in una stanza con finestre siliconate e sedie di formica, ieri abbiamo ascoltato il verdetto.
Sei manine innocenti hanno estratto dall’urna di vetro (ribattezzato così il vaso di cristallo della segreteria al piano superiore) la lettera abbinata al singolo gruppo.
È stato tutto un mugugno, brontolio, singulto, ovazione, pianti, risa, abbracci e commenti da stadio.

Ragazzi, che pathos!
Ho pensato quasi di sfornare il pupo li con quel mese e mezzo di anticipo.

La mia amica, con figlia nominata nel secondo gruppo e orfana di tutte le sue compagne, è scappata ammutolita e incazzata come una iena al sesto giorno di dieta vegetariana.

Cori alpini si levavano dalla fila seduta di fronte a me con manifesta felicità per gli abbinamenti voluti dal fato.

Tutti che cercavano di capire con chi, oltre ai vecchi compagni, fossero capitati i figli.
La tua, in che sezione sta?
Allora, tu sei in 2.0 o antica maniera?
Quanti compagni hai in classe?

C’erano facce smarrite. Perse.
Ho visto due compagne di mia figlia uscire in lacrime. Entrambe in sezioni diverse, abbinate solo a un paio di maschi della loro vecchia classe.
Ho sentito di persone che conoscevano già tutto il parco professori.
Nel giro di cinque minuti, anche mia figlia sapeva quali insegnanti, quali difetti, quali pregi.

Io sempre ignara.
Volutamente forse.
Tanto sapere o non sapere cosa cambia?
Li sta e li navigheremo. Acque nuove, tutte da esplorare.

Però, nella sezione di mia figlia, in quell’elenco di 23 nomi, il suo e quello della sua best friend vengono uno dopo l’altro. Con magno gaudio loro e di noi genitori che lo speravamo fiduciosi.
Perché si vogliono bene, loro.
Perché ci piacciamo, noi.
E ho tirato dubito un enorme sospiro di sollievo.

Dirò di più. Anche l’altra compagna, inserita in quel gruppo classe mi va più che bene.

Virtuale inchino al fato, alla fortuna, al destino e sms immediato alle maestre. Qualcosa avranno pur fatto.

L’uscita dalla toto-sezioni è stata tosta. Capannelli di persone che si scambiavano opinioni sui prossimi tre anni.
Chi si asciugava una lacrimuccia.
Chi andava via sottobraccetto.
Chi faceva la disanima della situazione generale e quasi quasi dava la colpa ai nuovi F35.
Chi iniziava ad ignorare i vecchi compagni e a coltivare le nuove relazioni.
Chi minacciava ricorsi.

Io, con un buco nello stomaco formato famiglia, ho recuperato la raggiante prole, edotta anche su tutti i suoi futuri professori e già esperta della macchinetta distributrice delle merendine della nuova scuola.
Verso casa. Verso cena. Verso i prossimi tre anni.
Tutti nuovi.
Per lei alle Medie. Per il piccolo alla materna. E per quello che verrà. La grande incognita con la valigia in mano e il fiocco nascita pronto.
Sarà un settembre…che settembre!

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È difficile fare la mamma.
Perché una mamma vera non è che sia proprio quel di più di simpatia come negli spot di biscotti, merendine e creme anti prurito intimo.
Fare la mamma a volte è un mestiere da cani.
Perché sei mamma sempre e in ogni luogo, ce l’hai tatuato dentro, nel cuore, nel cervello.
Ma sei pur sempre tu.
Pregi e difetti.
Da un po’ mia figlia mi da dell’isterica. E sì, ne ha tutte le ragioni.
Gli ormoni mi stanno facendo fare le montagne russe emotive.
E rido, e piango, e mi sento l’incredibile Hulk e poi sprofondo sotto le coperte ringhiando a chi osa interrompere il mio pisolino.
Ho capito subito che avremmo avuto un altro maschio. Un Mr_Pisello che si aggiungeva alla famiglia.
Stessi sintomi. Aggressiva, affamata, preistorica.
Insomma, mi manca la clava e sono perfetta.
Il primo che solo si permette di dire o fare qualcosa di storto, lo sbrano e non c’è pietà per nessuno.
Sommersa sotto questo caustico savoir-faire pre-maman c’è la mia povera famiglia, suocera inclusa.
Che meritevole forse di qualche aggiustatina di tiro, si becca colossali ramanzine.
Certo, non che lei si regoli la frequenza radio con gli emisferi cerebrali. Parla e non alza l’antenna.
Percepisco sempre fastidiose vibrazioni.
Ma il potere della “panza” non guarda in faccia nessuno.
Non mi trattengo.
È come con la pipì. La devo fare. Quando scappa, scappa.
E quindi giù col machete del cinismo.
Con Miss Paturnie che piange per qualche Miss Cretinetti della sua classe. Ma che ti frega, le dico io, non le vedrai più. Fra cinque anni non ricorderai neppure il nome.
Alzi la mano, dai, su, chi frequenta ancora compagni delle elementari.
Su, non fate i timidi.
Nessuno?
E ci credo!
E allora, perché ti arrabatti? Piangi? Arrivi come il vento d’autunno, carica di lacrime e lampi di follia omicida?
Fra una settimana la scuola è finita. Finish. Stop. Basta. Amen.
Saluti e baci.
Ricordi belli, da collezionare ne hai a sufficienza.
Figlia mia. Basta.
Il discorso non fa una piega, direte voi. Il problema è la modalità tipo urlo continuo nel megafono.
Tutto maiuscolo per intenderci.
Insomma, figlia, sturati le orecchie.
Lo so, lo so che non dovrei. Dovrei accoccolarmi sul suo letto, e tenerle la manina, e nel tenue bagliore della lampada dirle con dolcezza le stesse identiche cose.
Ma non ci riesco.
Sono un fiume in piena.
Ieri ero così carica che per un momento ho sognato di partire di slancio e assestare un cazzottone in faccia al prepotente di turno.
Che per la cronaca è il tipo che hanno eletto. Gli altri. Io ero a fare pipì.
Uno che capisce tutto lui, decide per tutti e via, testa bassa e camminare.
La tipologia di essere umano che più disprezzo.
Cervello corto. Mani lunghe a prendere da tutto e tutti e con una corte di personaggi tagliati a sua immagine e somiglianza.
Naturalmente non ero solo io quella sul piede di guerra, ma ero io quella con i freni inibitori più lenti.
Insomma, lo detestano in molti, ma i più lasciano fare. Come con la politica balorda che ci troviamo al governo.
Nel piccolo però.
Ecco, sui giardinetti davanti alla nostra scuola, in quell’idilliaco quadro in cui bimbi felici volano fra le braccia delle mamme&papà, si consuma un pezzo di straordinaria bassezza Made in Italy.
Lascia che sia.
Cosa importa.
Lo si fa per il buon vivere.
Lo si fa per i figli.
Manteniamo lo status Quo.
Il self control.
Insomma, chiuditi gli occhi, turati il naso e vai avanti.
COSA?!?!?
No.
No per i figli che ho messo al mondo.
No per il figlio che mi faceva ciao dal monitor ieri.
No.
Se una cosa può essere migliorata va migliorata. Discussa, condivisa, analizzata.
Una buona mamma non per forza è solo quella che aspetta sulla porta il bambino, ciambellone bicolore appena sfornato, chiavi in mano per partire e andare alla lezione di piano-judo-inglese integrativo- calcio.
Una buona mamma lotta per il meglio.
Alza la voce e protegge la caverna dai lupi.
È qualcosa di prezioso e atavico.
Ce l’abbiamo dentro.
E di solito, li, diamo il nostro meglio.
Ci feriscono le ingiustizie, urtano la nostra sensibilità. Ci proiettano in un mondo in cui i nostri figli potrebbero soffrire e noi questo mai lo vorremmo.
Noi buone mamme non puliamo solo i vetri, non togliamo solo la polvere. Noi spolveriamo il cervello per ottimizzare i ritmi e gli stili di vita, lucidiamo cristalli per guardare meglio dentro alle situazioni.
Certo, gli ormoni, in questo periodo dominano la scena con piglio un filo troppo energico, ma l’obiettivo finale sarebbe comunque quello.
Figlia, che ti importa.
Non ti curar di loro. Ma guarda e passa. Guarda oltre. Respira il mare. Riconosci la bellezza negli altri. Impara a discernere il bene dal male. E sappi che il lupo si travestì da pecora e che la folla preferì Barabba.
Sempre.
Impara che ci sarà sempre un altro bambino/amico/collega, pronto a rubarti le idee, a soffiarti la scena.
Ci sarà un capo pronto a prendersi i meriti, un unto dal Signore che promette cielo e terra, una collettività che guarda impassibile.
Scegli.
Puoi essere come loro o andare contro.
Nuoterai con la corrente opposta e gli spruzzi d’acqua in viso.
Ma figlia, tu avrai braccia più forti e un cuore pulito.
E per me, la tua mamma isterica, questo è quello che davvero conta.

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Stamattina no.
Stamattina siamo partiti col piede sbagliato.
Tutta una casa di musi lunghi, mugugni, borbottii.
Sembrava di stare in una pentola a pressione con fagioli in piena ebollizione.
È il post- gita.
Ieri sarà stata pure un’incantevole, soleggiata, indimenticabile giornata, ma oggi, oggi Miss Paturnie, distrutta, sfinita, disciolta nella stanchezza, non si voleva proprio svegliare.
Così, il padre, col livello di pazienza già macerato dal periodo pre-fiera/catalogo/riunione agenti, è venuto a svegliare me, che me la dormivo finalmente dopo una notte di continui pipì-stop, incubi incubosi e pensieri notturni pesanti come macigni.
Sono scesa alla ricerca di un filo di voce che non mi desse la parvenza dell’abominevole donna delle nevi, mi sono trascinata per il corridoio, sono quasi svenuta davanti alla composizione leonina della mia ex- liscia chioma (giuro su Yuko Yamashita che ieri erano lisci!) e ho fatto l’entrata trionfale nella camera della bella addormentata con: “nnnnnamo che è tardi”.
Non mi è venuto di meglio.
Prima del thè.
Prima della presa di coscienza.
Prima del primo sguardo al mare, al mondo, a me.

“nnnnnamo”

In un dialetto che fa parte della mia infanzia, dei miei quotidiani drammatici risvegli, di mio padre in camera, veloce, nervoso, iperattivo sempre.

“su, forza, poche storie, in piedi, vestirsi, a scuola”.

Sarò stata lapidaria e brusca.
Poi mi sono arresa all’evidenza che non dormiva. Era svenuta dal sonno.
Sono arrivata in cucina portandomi dietro la massa scomposta e quasi squadernata di capelli, sullo stile Picasso, periodo cubista, e ho messo su il bollitore.
Alla quarta brioshina spalmata di miele ho realizzato che potevo farla dormire ancora e portarla un paio d’ore dopo.
Mica moriva nessuno. Anzi.
Io solo morivo.
Di sonno.
Fortuna la tazza a sostenermi il mento.
Invece, magie delle magie, eccola palesarsi vestita, pettinata, con borsa per l’ora di motoria (ginnastica no, che non fa fico) e pronta per una colazione take away.
Nel giro di due minuti mi sono trovata sola, assonnata, scazzata dall’uscita frettolosa di meta della famiglia.
Altro che spot felici, campagne del Mulino bianco, gocciole iperenergizzanti.
Qui la famiglia Zombie al rapporto. Nulla da dire se non “buongiorno una sega” (cit_Francesco Nuti, Tutta colpa del Paradiso).

Lasciatemi morire qui, su questo letto in triplo strato crine,lana, lattice, su questo cuscino in memory foam e aloe, con questo pigiama vissuto e deformato.

E lasciatemi credere, pensare, sperare che questo potrà ancora essere un giorno felice.

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