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ALLARME ROSSO ALLARME ROSSO
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La polizia postale avverte.
Non pubblicate le foto dei vostri bimbi in rete
Non sapete cosa ci possono fare.
Voi (virgola), non sapete.

Neanche parliamo che già i nostri genitori ci parlano dell’uomo nero Attenta, non fare i capricci che poi arriva l’uomo nero!

Al supermercato, al parco, nei luoghi con più di tre persone Attenta, non ti allontanare che arriva l’uomo nero e ti porta via. E tu, tu non vuoi andare via da mamma e papà, vero?

Dormi, se no arriva l’uomo nero e sentirai come si arrabbia.

Ninnanannanannaoh questo pupo a chi lo do, se lo piglia la befana se lo tiene una settimana, se lo piglia l’uomo nero se lo tiene un mese interoooooo

Ninnanannanannaoh
Dormi amore.
Va tutto bene.
Shhhhh
Nannaohhhhhh
Mamma, e se arriva l’uomo nero?
Chi, Batman?

Era pomeriggio di un giorno di primavera. Io e mio cugino camminavamo verso la mia nuova casa in costruzione. Mamma mi aveva detto che avrebbero gettato le fondamenta e che sarebbe stato bello vederlo.

E così camminavamo.
Due bambini in strada.
Campagna, ma neanche tanto.
Giorno. Sole. Piena luce.

Si ferma una macchina e tira giù il finestrino.
Volete venire a vedere come fanno l’amore mamma e papà?

Ma anche no.
Ma a noi, che ci importa?
Io voglio giocare con le mie bellissime Barbie.
E lui vuole lanciare sassi con la fionda.

Arrivò mio zio e il tipo sulla 127 se la svignò di gran carriera.
Non c’era facebook.
Non c’erano i social.
Ma quello era un pedofilo. Un depravato. Un porco.

Ricordo che all’epoca, andavano molto di moda i giornalini porno.
Se ne trovavano a montagne buttati così.
E anche siringhe.
O sì.
E noi le prendevamo e le lavavamo e ci giocavamo perché chi sapeva niente della droga? E dell’aids? E dell’epatite?

Tutto venne dopo.
Venne la paura dei pedofili fuori dalle scuole. Amici di merende degli spacciatori. Di quelli che ti danno le figurine, tu le lecchi e hai un trip.
Vennero i video hard sul pc che ti salta fuori un rasagnolo di carne che solo a guardarlo inizi a prendere le misure come quando devi caricare le valige nel portabagagli.
Venne la polizia postale.
E messanger e poi whatsapp con i figli con dei nick che a solo leggerli pensavi “non posso averli messi al mondo io, c’è stato uno scambio in culla con qualche erede di Ilona e John Holmes.

Sono un paio di giorni che il mio profilo Instagram mi propone continuamente video e foto porno. Ci sono signorine magroline e neanche tanto sexy che si infilano oggettini colorati dentro pertugi diversi. Frame di due o tre secondi. Identici. I profili sembrano quasi tutti fatti dalla stessa mano. E le signorine sembrano casalinghe montate dall’idraulico di turno. Una tristezza indefinibile. Niente di lussurioso. Niente di erotico. Fossi maschio io, non mi si alzerebbe nemmeno la leva del freno a mano.

Da quando ho facebook pubblico foto dei miei figli. Mi piace condividere certi momenti con i miei amici e mi piace vedere i loro. Come crescono. Cosa fanno. Quelle piccole cose buffe che solo i bambini sanno dire e sanno fare.

Però NO. Sacrilegio. Anatema. Orrore e raccapriccio.
Ma che madre sei?
Ma non sai che cosa ci possono fare con le foto di tuo figlio che gioca col pongo fatto dalla maestra all’asilo?
Ci si fanno le pippeeeeeee
Oppure ci mettono uno sfondo letto a baldacchino, gli tolgono il ghiacciolo arcobaleno e ci mettono un bel pisello.
E poi vengono davanti alla scuola e te lo rapiscono.

Quelli che guardano le mie foto su facebook.

Non sia mai che lo faccia qualche istruttore di pallone. Autista di pulmino. La maestra. Le bidelle. Il fidanzato delle bidelle. Il signore dall’aria rispettabile al parco. Il fratello dell’amico della cugina. Lo zio.

Sicuramente la polizia postale ha ragione.
Sicuramente siamo tutti in balia dei social.
Siamo rintracciabili.
La nostra vita è ricostruibile.
Cosa mangiamo. Dove andiamo. Con chi stiamo e quando.
Scriviamo se siamo in vacanza così i ladri sanno.
Postiamo cosa mangiamo così il dietologo controlla.
Pubblichiamo citazioni che sono in verità messaggi d’amore cifrati per assecondare la parte più libertina di noi.

E i bambini nel mezzo.

No, cioè, mio figlio mica me lo ha dato il permesso per pubblicare le sue foto. Io non lo faccio.
Ah beh. Invece ti ha autorizzato a mandarlo al nido. Lasciarlo 8 ore li. Dargli il biberon invece della tetta. Darlo alla babysitter mentre vai a cena da amici perché poi, sai, disturba.

Quando pubblico una foto di mio figlio lo faccio con tanto, tantissimo amore.
E non per pavoneggiarmi di lui (giuro ho letto anche questo) ma per condividere il suo sorriso, quell’attimo di felicità che mi ha regalato e che passa, via, così. E non torna più.

Magari qualcuno ci si farà le pippe. Qualcuno lo faceva anche con le modelle in mutande di pizzo sintetico di Postalmarket.
Pensarlo mi fa un po’ schifo. Ma tant’è. Gli calerà la vista.

Ma la vera sfigadellemamme è questo senso continuo di io sono meglio di te.
Io MAI.
Il mio bambino, MAI.

Neanche il mio bambino mai.
E nemmeno il bambino che siede mezzo nudo sulla confezione dei pampers.
O sul catalogo di costumi calzedonia.
O in tv sullo spot di qualche latte artificiale.
Su video, profili instagram, film, campiscuola, oratori, classi, gite, palestre, piscine, discoteche e spiagge.

Nessun bambino, mai.

Ninnanannanannaoh
Questo figlio a chi lo do.
Lo daremo alla sua mamma che gli canta la ninnananna.

E adesso dormi figlio mio. Mamma veglia su di te.

ndr.

Questo post è un po’ che covava. Come l’influenza, insomma. Perché ho letto e leggo con sempre maggiore frequenza commenti ipercaustici di mamme vs mamme. La cosa mi intristisce e mi irrita. Non c’è mestiere più delicato di quello del genitore e penso che ognuno faccia del suo meglio, foto o non foto su Facebook, instagram, blog o quel che è.

Il vero male non sono le mamme che amano raccontare la vita con i figli. Il vero male è altrove. Non è non postando le foto dei bambini che cambiamo il mondo. Come non è mettendo gonne lunghe che evitiamo stupri, o facendo corsi di autodifesa che fermiamo la violenza.

Sempre più spesso ci fermiamo al dito che indica la luna. Peccato.

 

 

 

 

 

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facce da antony di francesco e alberico

 

domenica pomeriggio la figlia ha deciso che era ora di andare in discoteca.

ho caricato la macchina del suo altalenante buonumore e sono passata a prendere le veline!, le sue due attuali migliori compagne di classe. La bionda e la mora. La milanese e la brasiliana. Il diavolo e l’acquasanta.

una tripletta di tutto rispetto. tre personalità che più diverse non si potevano combinare, ma unite dal grande amore per i già citati youtuber di qualche post fa.

alla volta del Palabaldinelli, salone delle danze di adolescenti sudaticci e già atteggiati a gente di mondo, si recavano, nel ruolo di ospiti vips tal Antony di Francesco (mamma, mi raccomando senza l’H!) e Alberico.

non chiedete. non mi guardate incuriosite. non fate domande trabocchetto. So. So quello che serve di questi idoli. Il resto è  disperso nel continuo bla bla bla di quel gomitolo di ormoni di mia figlia che, se fosse per lei, limiterebbe la conversazione alla narrazione ininterrotta di vitamorteemiracoli dei tizi in questione.

mai pomeriggio fu più esilarante. entusiasmante al punto che, una volta scese le ragazze dalla macchina, sono caduta in una sorta di raptus malinconico che mi ha spinto a trovare rifugio nella mecca delle quarantenni frustrate: CASA in pieno orgasmo prenatalizio.

fatto sta che le due ore passate con loro sono state magnifiche. io al volante e la brasiliana come navigatore. ignorato il cesare cremonini con il quale trascorro le mie solinghe trasferte in macchina, si cantavano a squarciagola cambiando la tonalità e il ritmo, un paio di strofe in dialetto milanese buttate su da mia figlia per gioco. la versione natalizia superava ogni aspettativa, poi.

forse per colpa mia che ho il senso dell’orientamento di una tartaruga nella vasca, o della mia distratta secondo pilota, fatto sta che ci siamo trovate disperse per le meravigliose campagne marchigiane.

l’autunno le colorava di giallo e rosso. un principio di tramonto rendeva tutto quasi irreale, e gli scorci, i sentieri, le nuvole, vecchie porte e perfino le galline, sono diventati soggetti perfetti per una serie di scatti da perfette instagramers.

è stata l’ansia di non arrivare in tempo che poi, ci ha fatto rinsavire, chiarire un paio di questioni con il navigatore e infilare il turbo.

già all’apparire del palazzetto, non ricordo quale delle tre, voleva aprire lo sportello e fiondarsi passando per i campi dalle zolle morbide.

i 4 gradi segnati sul contachilometri ha per fortuna fatto scemare l’idea.

sono scese veloci come il vento. e rientrate un paio d’ore dopo con un sorriso che solo la leggerezza dei 13 anni regala.

e vederle così vive, sentirle così libere, è stato bello. contagioso. tenero.