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Preziosissimo tempo.
Passi e lasci folle di pensieri in testa e li, sulla punta della penna.
Vorrei scrivere e raccontare.
Ma è tutto urgente.
Tutto adesso.
Tutto prioritario a parte me.
E così forse dev’essere quando l’egoismo dell’essere figlia viene messo in un angolo dalla responsabilità di essere madre, adulta.

Lotte su lotte e poco tempo per ridere.
Ricordatemi di scrivere un saggio breve su essere madre di una figlia quasi teenager, fuori peso massimo e senza cognizione di tempo e misura.

Per il resto verrà il giorno di ricolonizzare questo spazio. Non oggi.

Due cose che amo.
Rubate in giro.
Una straordinaria poesia.
Un magnifico mare.

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_Se finalmente potessi esprimere ciò che è dentro di me.
Urlare: gente, vi mentivo
Dicendo, che questo in me non c’è.

Quando invece QUESTO è lì, sempre, di giorno e di notte.

Anche se proprio grazie a questo, ero in grado di descrivere le vostre infiammabili città, i vostri brevi amori e i vostri giochi che si sbriciolano come un legno tarlato, orecchini, specchi, la spallina cadente, scene di camera da letto e di resti di battaglia.

Scrivere era per me una forma strategica di protezione, per cancellare le impronte. Perché non è possibile che alla gente piaccia colui che stende la mano verso il proibito.

Richiamo in aiuto i fiumi in cui nuotavo, i laghi con il ponticello tra giunchi, la valle, in cui l’eco di un canto accompagna la luce della sera, vi confesso che le mie lodi estetiche sull’esistente potevano essere esercizi di alto stile, ma sotto sotto c’era QUESTO, che non mi sento di nominare.

QUESTO è simile al pensiero di un vagabondo quando cammina per la strada gelata di una città straniera.

Ed è simile al momento in cui un Ebreo assediato vede i pesanti caschi dei gendarmi tedeschi che si avvicinano.

QUESTO è come quando il figlio del re va in una città e vede il mondo vero: miseria, malattia, vecchiaia e morte.

QUESTO può essere paragonato al volto assente di qualcuno, che ha capito di essere stato abbandonato per sempre.
O alle parole di un medico con un verdetto irreversibile.

Perché QUESTO significa incontrare un muro di pietra, e capire, che questo è un ostacolo che non cederà al alcuna nostra supplica_

Lavoravo e non sapevo. Potevo solo intuire.
Stando a casa invece vedo e un po’ invidio.
L’amore dei miei genitori è immenso. Sono immersi l’uno nella vita dell’altro. Si amano di un qualcosa che di rado colgo. Si amano incondizionatamente.
E con questo non voglio dire che non di pizzichino, si urtino, battibecchino.
Lo fanno eccome. Ma non c’è mai quella volontà precisa di ferire, umiliare, essere preponderanti.
No.
Loro giocano un’abile partita di dare e avere.
Di alti e bassi.
Guidano un tandem.
Suonano lo stesso spartito.
I loro ritmi si incastrano. Le loro esigenze si ascoltano.
Mio padre poi, con gli anni è diventato un romantico melenso. Chiama mia madre “amore mio”, la tocca, la abbraccia, Ha una sempre più evidente paura di perderla.
Sarà che sono insieme dalla notte dei tempi. Sarà che abbiamo già festeggiato le nozze d’oro e che aspettiamo il 2014 per quelle di diamante.
Sono interdipendenti.
Lei scarica la lavatrice, lui va a stendere i panni.
Lei mette l’acqua a bollire e lui ha già in mano gli spaghetti.
Mio padre difende mia madre con tutte le sue forze.
Non c’è discussione dalla quale io non esca sconfitta.
Mia madre è la migliore. Di tutte. Di me.
Mia madre mi protegge e lo fa ragionare.
Da sempre.
Da quando andavo a ballare con le amiche e rientravo tardi. Quando porto avanti un’idea, quando voglio proporre un cambiamento.
Lei è sempre stata il nostro cuscinetto, il paravento, l’arbitro fra le parti.
La loro fragilità ci spaventa. Il continuo stare male di mia madre tende mio padre come una corda di violino. Lo getta in scenari di solitudine estrema. Lui con me. Sua unica figlia. Noi e una tonnellata di continue incomprensioni.
L’età di mio padre inquieta mia madre. I suoi amici,i suoi fratelli, leggeri e silenziosi sono scesi dall’albero della vita e li hanno abbandonati.
Restano loro.
Loro a contare gli amici distesi più che quelli vivi e vegeti, a ricordare un passato di sacrifici e improvvise gioie, di fatica, onesta, dura, costruttiva.
Se esisto lo devo a loro.
Se sono salva lo devo a loro.
Loro che con le unghie e i denti hanno perseguito l’obiettivo di essere genitori.
Che hanno girato per orfanotrofi.
Hanno incrociato mercanti di sogni.
Poi ci siamo incontrati.
Io ero un puffo rosa e di due mesi. Sola.
Loro erano una coppia mai diventata famiglia. Sola.
Ci siamo riconosciuti.
Non ci siamo lasciati più.
Ciò che so dell’amore, me l’hanno mostrato loro. Non è privo si difetti ma è sano, pulito.
Lindo nelle radici del cuore.
Ed è stato bello crescere così.
Nella rete del loro amore.
Loro così consapevoli di propri limiti. Loro così protesi alla vita.
Penso sempre più spesso a quando da piccola chiedevo a mia madre come si può andare avanti senza un papà, senza una mamma.
Lei mi rispondeva che da adulti è tutto diverso. Che ci fa da salvagente la propria famiglia, i figli messi al mondo, il compagno al fianco.
Si, è sicuramente così.
Ma nulla sostituisce la tenerezza di essere figlia. L’idea di essere stata così tanto voluta. Nel corpo prima ma soprattutto dentro, nel cuore, nella testa.
Amarmi per loro è stata una scelta davvero lucida, consapevole.
Loro mi hanno voluta.
E ogni giorno insieme mi riscelgono.
Nonostante tutto.
Perché loro si amano così. E così hanno amato me.

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I blog sono come le ciliegie. Leggi un post e subito te ne viene in mente uno a tua immagine e somiglianza.
Ringrazio quindi Iwona per la sua giornata tipo perché ha aperto mille perché sulla gestione del tempo in casa nostra.
O, più che altro, sul tempo che resta a me, per me, solo per le cose che amo, nell’arco delle 24 ore.
Quando guardo al mio passato, con una media lavorativa di 10 ore al giorno, mi stupisco a pensare a quanto sopportassi meglio la frenesia quotidiana di prima rispetto ad oggi: alzarsi, colazionarsi, chittarsi per l’ufficio, preparare figlia, zaino della figlia, grembiule e giubbetto della figlia, e poi correre a scuola e poi correre in azienda e poi correre per timbrare in tempo e poi correre, correre, correre. Fino a sera.
C’erano però dei piccoli preziosi intervalli.
Pause caffè che non posso dimenticare.
Intime, speciali, con colleghe oggi perse chissà dove ma allora così importanti.
C’erano telefonate di lavoro che regalavano sfumature più personali, ricche di aneddoti, di qualche risata, di spiragli di amicizie.
C’era quella magnifica ora di pranzo. Stesso tavolo, stesse persone, ogni giorno un argomento nuovo. Su cui dibattere, ascoltare, argomentare, riflettere.
Lavoravo tanto e il tempo era poco. Ma era un tempo che non toglieva solo. Restituiva.
Tornavo a casa stanca, a volte inferocita come un bisonte, ma con cose da raccontare, storie mie, di altri, perse nel caotico tourbillon della vita.
Poi è arrivato un altro figlio e poi la perdita del lavoro.
La giornata è stata rimodellata.
Eppure, nonostante le 10 ore guadagnate, mi va tanto, tanto stretta.
A volte.
Sarà la sindrome da Cenerentola.
O di qualche altra principessa bistrattata.
Ma dormo poco. Colpa della gravidanza.
Mi devo gestire la nostra casa. 240 metri quadri solo il nostro appartamento. Un totale di 33 finestre. Il b&b. Il giardino.
E poi correre dietro a Mr Benvenutoneicapricciositreanni e a Miss Paturnie 2013 e vivere il tramonto dei miei genitori. Il lento, inesorabile scemare della loro lucidità, della loro indipendenza.
La cosa più drammatica. Lo ammetto. Più snervante di tirar su due gemelli.
Sono stanca. Lo ammetto.
O forse vittima degli ormoni ballerini e un po’ malinconici di questa terza pancia.
Cosa resta di ciò che amavo fare?
Scatto ancora belle foto ma non si usa più stampare il bianco e nero. E mi manca la magia di quelle immagini che lente impressionavano la carta. Sempre mat. La mia preferita.
Cucino e provo nuove ricette. Neanche tanto per me, tanto quanto per i preziosi ospiti del b&b che mi hanno eletta la regina della torta al cioccolato.
Progetto. Nuovi siti, qualche marchio. Per gli amici, più che altro. E per non perdere la mano.
Sono totalmente presa dai miei figli. Dalla loro grande creatività. Senza freni e senza inibizioni.
Una inaspettata eredità per entrambi, sia della manina d’artista di mio marito che della mia fortunata manualità.
E scrivo.
Soprattutto quando non dormo. Scrivo. Sul blog o sulla testa. Capitoli di un libro che leggo, disfo, riscrivo.
Delle cose che amavo fare mi è rimasto leggere.
Ancora al 100%.
Leggere.
Senza sosta.
Senza tregua.
Finche non vedo l’ultima parola dell’ultima pagina.
Dall’inizio di quest’anno sto mantenendo una media di due libri a settimana.
Magno gaudio per il mio spirito viaggiatore e sognatore incastrato fra un vetril e un asse da stiro.
Quando mi chiedono come faccio a trovare il tempo per leggere mi viene sempre da sorridere.
Io leggo mentre mio figlio salta sul letto alle undici di sera.
Leggo chiusa a chiave in bagno, specialmente l’ultimo capitolo di un meritevole libro.
Leggo la mattina quando la casa profuma del caffè di mio padre e del sonno di tutti i componenti.
Leggo quando sono in fila dal dottore, per i colloqui, dalla parrucchiera.
Magari non dormo, ma continuo a girare quelle pagine.
Che volto consumando le parole, di fretta, ma senza perderne il sapore.
In quel perfetto esempio di festina lente. Mi affretto ma senza perdere nulla. Assaporo lentamente.
Il tempo per me. Al 100%.

Alcuni scatti della nostra classicissima scampagnata del primo maggio.
Prezioso tempo. Per noi.

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