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Ma se a  Gesù fosse nato un fratello, magari non in una originale location come la mangiatoia, i Re Magi avrebbero di nuovo pellegrinato dietro la stella cometa? Pecore e pastori si sarebbero assiepati di fronte al sacro uscio? e il pupazzetto con la verga e i tre porcellini avrebbe smesso di amoreggiare con la lavandaia per correre con grazioso dono (un prosciutto crudo, il must) al suo capezzale?

Dubbio amletico e rischio scomunica per la metafora che solo Dr House apprezzerebbe.

Il terzogenito è stato accolto fra applausi, palloncini, sms giubilanti, post su facebook ma fermati qui. Nell’epoca del social network la visita a casa, soprattutto se di replica di figlio, non va per la maggiore. In netto calo come l’invio dei fiori. Ora si mandano le cartoline virtuali e i messaggi d’affetto su whatsapp. Se ti va bene, becchi una telefonata fra una tetta e l’altra o trovi la chiamata al risveglio dal pisolino.

Non è certo colpa del bebè. Lui è straordinariamente nuovo, ma lo stampo è noto e ormai, non è piu una novità. 

Il terzo figlio va aldilà delle tappe prefisse da tutto il parentado. Ti fidanzi e ti chiedono quando ti sposi. Ti sposi e ti chiedono quando farai un figlio (la locuzione tipo è: Novità?…beh, ecco…vogliamo aspettare. Aspettare? anatema! il Signore i figli mica li manda quando volete voi! su…). Fai il primo e non l’hai neanche svezzato che già chiedono il bis. Dopotutto vi vengono bene, cosa volete aspettare?. Quando arrivate allo status di famiglia del Mulino Bianco, papà, mamma, sorella, fratello e magari cane che non spela e pesce rosso che sopravvive, il parendato dice stop alle aspettative. Non chiede e se chiede, l’unica, grande domanda è: “adesso vi fermate, giusto”? Qualche sfacciato ha anche una domanda di riserva, piu rara ma un pelino più invasiva: “ti sei fatta chiudere tutto sotto, vero?”

Dopo aver lasciato le famiglie senza parole, non si può mica pretendere le visite in cocchio reale e tappeto rosso. Ognuno a casa sua e se ci si incontra, bene. Assomiglia al fratello. Bravi.

Della mia prima figlia ricordo invece la casa invasa dai fiori e dagli amici. Anche il secondo, forse per i tanti anni passati fra lui e la sorella, resse bene. Di entrambi ho i biglietti e la lista dei doni ricevuti attaccati sul primo album e con piacere e un pizzico di nostalgia mi soffermo a volte a rileggerli.

Erano comunque altri tempi. Siamo cambiati. Abbiamo per forza di cosa cavalcato il cambiamento. Alcuni amici sono rimasti saldi al nostro fianco. Altri sono sbiaditi, come le firme lasciate in quei vecchi biglietti. Altri sono arrivati a colonizzare i posti vuoti, a regalare nuovi momenti di gioia.

Così doveva essere.

Ma il carta manent frega comunque. Potrei fare la lista degli assenti, tranquillamente. Stilare un elenco delle persone che hanno messo nero su bianco “per te ci sarò” e poi sono sparite nel nulla.  Sono le amicizie di comodo. Ne siamo tutti vittime, a volte anche artefici. Coscienti o anche no. Però capita di frequentare persone che non rientrano propriamente nelle nostre aspettative.
Con queste non è mai scattata la molla dell’amicizia, quell’incollamento amoroso che ci fa supportare e sopportare dal profondo del cuore, a volte senza neanche dover proferire tante parole, altre con conversazioni fiume in grado di prosciugare qualsiasi offerta telefonica con o senza pinguini ballerini e foche fiche.

Con gli “amici di comodo”si sta semplicemente insieme, si condivide magari lo stesso posto di lavoro, la stessa palestra, un periodo di studi o la stessa condizione; appena separato o lasciato con il partner; appena assunto; vecchia guardia, stesso percorso di jogging ogni giorno. 

Cambiato lo status, cambia la frequentazione. Cambiata la frequentazione, cambia l’interesse. Anzi, più che cambiare, scema.

Scema nel senso che sparisce. Scema che è come ti senti tu quando succede e tu te ne accorgi. Finalmente. 

Sono qui immersa nella penombra del sonnellino pomeridiano. C’è un vago odore di pannolino, talco profumato e thè in infusione. Gesu terzo se la dorme placido. A lui certe zie e certi zii non mancano. Il suo presepe potrebbe tranquillamente essere fatto di mattoncini Lego e dinosauri. Nessun trio di oro, incenso e mirra, più che altro, tetta destra, tetta sinistra, pampers e via così, giorno e notte, col sole e con le stelle. Cometa inclusa.

In fondo, non c’è delusione che un buon sonno e una buona mangiata non possano alleviare.

Bebè docet.

 

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Una serie di eventi mi ha tenuto lontano da questo angolino di pensieri e parole sparse. C’è stata la fatica del B&B da paese di mare. Tutti ad affogarsi nelle ferie agostane. C’è stato il pre-scuola. Come molte mamme blogger che ho letto in questi giorni, il tempo è volato fra grembiuli da ricamare, zainetti, kit “sefacciolapipiascuolahotutto”, preparazione psicologica del pupo “mamma ti lascia con le maestre Angela e Carla, hai visto come sono carine? Poi però torna e insieme andiamo…facciamo…ci coccoliamo…”.
Anche Miss Paturnie 2013 ha preteso e meritato il suo tempo. Prima media vuol dire niente grembiule e materie nuove. Quindi caccia al corredo da quasi teenager e svuotamento portafoglio di una cifra considerevole fra libri nuovi e non, materiale arte-tecnica-motoria-cancelleria e affini.
E poi il festone per il terzo anno di Lello.
Una stanza piena di palloni da gonfiare, una montagna di sandwich da farcire e una quarantina di invitati fra grandi e piccoli da intrattenere.
Uno spasso.
Specie con la pancia di nove mesi, il mal di schiena dietro l’angolo, il duo acido e pipì stop ogni tre minuti.
A questa sequela di attività già in programma si sono aggiunti una bronchite collettiva e condivisa fra tutta la famiglia. Nel piccolo si è manifestata con una semplice tosse e una leggera febbricola. Io sono stata condannata a 15 giorni di raffreddore e tosse spacca costato, mio padre a 14 punture di Rocefin e mia madre ad un ricovero urgente che con oggi arriva a quasi un mese.
Uno scialo.
Della notte in cui ho partorito ricordo esattamente di aver detto “non ce la faccio. Sono stanca. Tanto stanca. Troppo stanca”.
Ma poi l’ho messo al mondo.
Veloce e intenso come un parto dovrebbe essere.
Stanchezza inclusa.
Di martedì 17 naturalmente. Per chiudere il cerchio di questo tour de force e alla faccia di tutti gli scaramantici della terra.
Perfetto nella sua nudità, nella sua purezza.
Noi ci siamo capiti subito.
Noi ci capivamo anche in pancia.
Un figlio che mi ascolta, ho sempre pensato.
Che ha viaggiato con me nove mesi non facili ma che non ha mai mollato.
Mi ha invitato a guardare il lato più ironico, a credere nella vita, a danzare sotto la pioggia aspettando l’arcobaleno.
Mi hanno chiesto in molti se l’avevamo cercato.
Un dono non si cerca.
Si riceve.
E ad una mamma che giusto una settimana prima mi ha vista nello splendore della mia massima espansione e senza un “ciao come stai” o un “quanto tempo che non ci vediamo” mi ha detto “ma ci stai con la testa?” ho detto, “si, ci sto tutta”.
Che poi forse, non è vero.
Perché un po’ esaurita sono.
Perché piango per un nonnulla e mi sento sconfortata per l’appendice tondeggiante che non c’è più.
Perché sono entrata in sala parto con il Rescue Remedy di Bach che scorreva a fiumi e insistevo per offrirlo a tutti neanche fosse stato un aperitivo.
Non ne faremo altri.
Questo lo so.
Quarant’anni pesano e anche il lavoro perso, gli impegni fra bimbi e anziani, la coppia da lasciar respirare ogni tanto.
Ma mi mancherà la maternità.
Quel senso di “abitato” che ti accompagna, che ti fa parlare dentro, che ti fa prendere cura di te in modo diverso.
Mi mancherà il conto delle settimane e quello scorrere lento e velocissimo dei mesi. Tutto si sposta dentro di te e tu, per forza fai spazio ad una nuova vita.
Il processo è infinito.
Oggi lui è qui e cerca il suo posto fra noi.
Fra una sorella che si è eletta vice mamma. Un fratello che lo crede “il MIO bebè” un padre innamorato ma travolto dagli eventi e una piccola me.
Dicono che il terzo cresce da solo.
Dicono “coraggio” ci vuole per farne tre oggi.
Dicono.

Io mi sento in balia delle onde. Sballottata dagli ormoni e dalla reale mole delle cose da spicciare.
Attacco e scarico lavatrici.
Carico e svuoto lavastoviglie.
Sono subito stata sommersa dal ruolo di “tri-mamma”.
Ti trita.
Ti tritura.
Ti terrorizza.
Ti tramortisce.

Non mi sono mai sentita più viva di così.
Più felice.
Più innamorata.

Benvenuto figlio nostro.
La vita, contro la morte.

P.s. Ricordatemi di raccontarvi l’avventura con la degente cinese. “glasse lisate pel tutti. Galantito”:-)

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